La verità e le ombre

È possibile che un generale dei carabinieri in pensione, Mario Mori, lo stesso che nel 1993 guidò l’indagine che portò alla cattura del «capo dei capi» di Cosa nostra Totò Riina, si ritrovi indagato per concorso in associazione mafiosa? Sì, nell’Italia delle stragi e dell’ipotetica trattativa fra pezzi delle istituzioni e pezzi dell’organizzazione criminale è possibile. Ed è plausibile che un funzionario dei servizi segreti che nel ’92 era in servizio a Palermo venga inquisito per concorso nell’eccidio di via D’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino? Sì, nell’Italia dei misteri e dei «mandanti occulti» mai scoperti accade anche questo.

Un paradosso si sovrappone all’altro, e altri ancora se ne aggiungono se si considera che il principale teste d’accusa contro il generale Mori (già processato e assolto per la mancata perquisizione nel covo di Riina e attualmente imputato di favoreggiamento aggravato per l’ipotetica mancata cattura di Provenzano nel 1995) è diventato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, a sua volta indagato per lo stesso reato, concorso esterno con Cosa nostra. Lo stesso Ciancimino jr è uno dei testi d’accusa contro il funzionario dei servizi, perché dice che l’ha visto a casa sua parlare con suo padre ed era uno dei collaboratori del fantomatico «signor Franco», mai identificato agente segreto di collegamento tra la mafia e lo Stato. Ma a chiamare per primo in causa l’uomo dei Servizi – seppure con molte cautele, giacché prima di riconoscerlo in fotografia e ieri di persona aveva già detto di conservare solo un vago ricordo-flash della persona vista 18 anni fa in un’unica occasione – è il pentito Gaspare Spatuzza, cioè l’ex «uomo d’onore» che ha fatto riaprire le indagini su via D’Amelio autoaccusandosi di aver confezionato l’autobomba, considerato attendibile dai magistrati di ben quattro Procure ma al quale la commissione governativa ha negato il programma di protezione.

Ciò che si verifica nell’Italia del 2010 assomiglia a un gioco di specchi dove le immagini si riflettono una sull’altra fino ad assumere forme irriconoscibili. Per venirne a capo si può ricordare che in questo Paese ci sono già stati poliziotti condannati per contiguità con la mafia (Bruno Contrada, per esempio, anche se lui s’è sempre proclamato innocente); niente di nuovo, insomma, se qualche vecchio metodo investigativo fondato su confidenze e soffiate quando non c’erano i pentiti, riconsiderato in una stagione di confini più netti si trasforma in reato. Si può anche immaginare – visti gli esiti di altri processi che hanno coinvolto alti ufficiali del Ros dei carabinieri, il reparto d’eccellenza a cui apparteneva Mori – che quella particolare articolazione dell’Arma sia ricorsa ad artifici per i quali ogni tanto capita di dover pagare il conto. Ma sarebbero considerazioni riduttive.

La posta in gioco con le indagini riaperte a Palermo e Caltanissetta (ma anche a Firenze, dove si cercano ancora tasselli di verità sulle stragi consumate in continente nel 1993) è molto più alta. Perché va al di là delle singole figure coinvolte, del generale Mori e dell’agente segreto. Se fosse vero anche solo un quarto di ciò che Massimo Ciancimino ha raccontato ai magistrati in due anni e mezzo di interrogatori (e già questa è una bizzarria, sembra che la sua testimonianza non debba finire mai) saremmo ben oltre i favori di qualche carabiniere che chiude un occhio per favorire il proprio informatore.

Il figlio dell’ex sindaco s’è dipinto come una sorta di maggiordomo dei rapporti tra Stato e mafia cominciati nel ’92 e andati avanti per un decennio: ha raccontato che Bernardo Provenzano aveva un salvacondotto, che nel 2001 (quando era già diventato il primo latitante nella lista dei ricercati) girava indisturbato per il centro di Roma, bussando nella casa di Vito Ciancimino a due passi da piazza di Spagna; ha detto di aver saputo che in quell’estate di bombe e sangue in cui morirono prima Falcone e poi Borsellino, dietro i tentativi di raggiungere un accordo prima con Riina e poi con Provenzano per fermare le stragi c’erano fior di ministri, non solo un paio di ufficiali dell’Arma; ha spiegato che sugli equilibri nati dal presunto patto tra Stato e mafia è avvenuto il trapasso politico dalla Prima alla Seconda repubblica (cosiddette).

A questo quadro, finora, sono stati trovati limitati riscontri che di certo non consentono di rilasciare la patente di credibilità a questa strana figura di testimone (peraltro condannato in secondo grado a tre anni e quattro mesi per riciclaggio), ma nemmeno permettono di affibbiargli definitivamente il marchio del bugiardo e abbandonarlo al suo destino di ex rampollo in cerca di ribalta e pubblicità. Tra i tanti magistrati che si sono occupati delle sue fluviali dichiarazioni (a volte contraddittorie l’una dell’altra) c’è chi è propenso a dargli fiducia e chi è più scettico, ma nessuno finora s’è sentito di depennarlo dall’elenco delle fonti di prova nelle sue inchieste. Perché lo sfondo nel quale s’è inserito questo imputato-indagato-testimone è tutt’altro che limpido e tranquillizzante.

Che dietro le stragi del ’92, e in particolare quella di via D’Amelio, ci fossero mani diverse in aggiunta a quelle dei mafiosi che confezionarono gli ordigni è un’ipotesi avanzata sin dai primi atti d’indagine. E nelle successive sentenze i giudici hanno scritto che la verità non poteva fermarsi agli esecutori materiali. Le inquietanti rivelazioni di un altro ex ufficiale del Ros (l’ex colonnello Michele Riccio, a sua volta coinvolto e condannato in un procedimento che non ha a che fare con le indagini su Cosa Nostra) sull’ipotetico mancato arresto di Provenzano nel 1995 sono precedenti alle deposizioni di Ciancimino jr, così come le ombre sulla mancata perquisizione al covo di Riina che nemmeno la sentenza di assoluzione per Mori ha fugato del tutto. I racconti del figlio dell’ex sindaco sulla «trattativa» sono arrivati dopo, finendo per diventare un possibile movente di comportamenti poco chiari. E qualche riscontro «esterno» alle dichiarazioni del giovane Ciancimino è stato trovato (dai ricordi di Luciano Violante in giù).

Ecco perché anche le ricostruzioni più traballanti o confuse vengono ancora tenute in considerazione e valutate, e hanno portato a una nuova ipotesi di reato contro il generale Mori. Ma per adesso restano quello che sono: dichiarazioni a volte precise, a volte contraddittorie e a volte troppo generiche, difficili da controllare anche se non fossero bugie, invenzioni o – peggio – versioni costruite a tavolino da chissà chi, di cui il testimone ora indagato sarebbe solo il ventriloquo.

Per Spatuzza, che in realtà ha reso testimonianze molto più lineari, almeno quelle che si conoscono, vale lo stesso discorso: s’è autoaccusato di una strage che non gli era mai stata imputata, e dopo la sua confessione s’è scoperto che le indagini del ’92-94 sono state inquinate da falsi pentiti. Con un simile biglietto da visita – che provocherà la riapertura di processi già chiusi in Cassazione, caso rarissimo nella storia giudiziaria d’Italia – come si possono non vagliare anche le altre cose che dice? Che ci fosse uno sconosciuto non mafioso nel garage dove la Fiat 126 è stata imbottita di tritolo, Spatuzza l’ha detto nei suoi primi interrogatori. Dopo, sfogliando album pieni di fotografie d’epoca, ha indicato un funzionario del Sisde (oggi Aisi), specificando subito che aveva un ricordo labilissimo di quella persona vista per pochi istanti e poi mai più, né prima né dopo.

In un simile quadro, confuso e paradossale, non è semplice muoversi e tenere comportamenti immuni dal rischio di sollevare polveroni e infangare persone che non lo meritano. L’unica possibilità è quella di lasciare alla magistratura il tempo di svolgere tutti gli accertamenti: avendo cura di farli bene, in tempi rapidi e senza pregiudizi. E tenendo sempre presente che un’indagine e un’ipotesi di reato (tanto più se sollevata per poter procedere a inevitabili accertamenti) non sono una condanna. Per cui il generale e il funzionario dei Servizi hanno diritto di continuare ad essere considerati quello che sono stati finora: uomini di istituzioni contrapposte alla mafia, non affiliati o complici occulti, o addirittura stragisti. Fino alla prova contraria di cui però gli inquirenti hanno il dovere di verificare l’eventuale esistenza, visto che qualcuno ne ha parlato nell’Italia dei misteri e dei segreti mai svelati.

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