I partiti, l’illegalità e l’idea del codice etico

Si può affrontare senza equivoci e titubanze la questione morale nei partiti: è opportuna la riflessione di Gabriele Albertini sul codice etico nel Pdl. La sua proposta, anticipata nell’intervista al Corriere (11 ottobre) segue quella fatta da Gianfranco Fini tre mesi fa, con un invito ai partiti della maggioranza. È importante che se ne parli: il momento è quello giusto.

Quando si parla di «codice etico» ci si riferisce a un momento di autoregolamentazione: una società, un’associazione, un ente o più in generale un sodalizio si dota di un corpo ove sono esplicitati e proclamati i principi ai quali gli aderenti dichiarano di ispirarsi nella propria azione all’interno dell’ente. Alcuni definiscono il codice addirittura come la carta costituzionale del sodalizio, altri specificano che nel codice si definiscono anche le responsabilità etico-sociali di ogni partecipante: dipendente, dirigente, associato o altro che sia. Di tale strumento si sono dotati, negli anni, aziende quotate e non, enti pubblici, autorità di controllo, associazioni, anche di categoria: il Legislatore lo considera qualcosa di efficace e meritevole. Perché con il codice etico il sodalizio dichiara effettivamente qualcosa di più dei suoi principi ispiratori: declama quella che potremmo intendere come la sua volontà etica espressa in termini teorici. Dichiararla vuole dire impegnarsi e accettare che vi sia la pretesa del suo rispetto: non solo dall’interno, dai partecipanti, ma da parte di chiunque riscontri il tradimento della volontà dichiarata. Eppure gangli importantissimi della vita sociale, soggetti che per definizione si rivolgono ai cittadini per ottenerne il consenso, sembrano sfuggire a questo genere di impegno. Nei siti internet dei principali sindacati, la ricerca della espressione «codice etico» non conduce a un documento adottato, idem per i partiti politici, ad eccezione di tre: Pd, Udc e Idv. Sarebbe utile che, a partire dagli inviti di Albertini e di Fini, nascesse all’interno della maggioranza un confronto su queste tematiche. Sarebbe ancor più bello se esso generasse una gara fra tutti i partiti per dimostrare ciascuno di essere il migliore a organizzare un sistema di principi, regole e controlli interni che faccia di quel partito il più affidabile nel contrasto all’illegalità: dal proprio interno. Un partito, tanto più con l’attuale legge elettorale, altro non fa che selezionare la classe dirigente. Allora, se un partito vuole può con facilità dire all’elettore di guardare le regole che il partito stesso s’è dato, di controllare come ne verifica l’applicazione da parte dei propri dirigenti, di riscontrare come allontana da sé chi le viola. Così gli farà vedere come seleziona la classe dirigente.

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