Silvio e l’inutile mercoledì da doroteo

E ra intrattabile, alla fine, e ancora non conosceva i numeri. Ma se ne stava rintanato in una stanzetta di Montecitorio a ripensare all’umiliante rito cui s’era dovuto sottoporre, da mattina a sera, e in previsione del trionfo finiano. Tutto quel cumolo di chiacchiere – meglio non le considera – uscite da bocche di deputati dell’ombelico del mondo di cui Silvio Berlusconi nemmeno sa i nomi, i titoli, i meriti. Fermo al banco, la mano sulla fronte, sulla guancia, il gomito a reggere l’armamentario, per ore a sorbirsi la smitragliata di insulti (Wanna Marchi della politica, sognatore, bugiardo, barzellettiere…). E non era servito a niente che gli dicessero dell’ultimo salto triplo dell’ultimo parlamentare eletto in Argentina, che era lì lì pronto a mollare i finiani per rincasare.
E siccome doveva essere il gran giorno di Gianni Letta – del pacificatore, del saggio contabile – il premier si era presentato in mattinata con le migliori intenzioni, cioè con un discorso narcotico, Piero Calamandrei, il dialogo, le ragioni delle minoranze, l’armonia, il tragico elenco dei successi, e ancora dottrina liberale in tono doroteo; e allora reazioni composte, al massimo la sghignazzata quando Berlusconi s’era avventurato nell’ignoto: «Stiamo finendo la Salerno-Reggio Calabria». E bastava che volasse una mosca per oscurare la faccia del comiziante: «Faccio fatica a trattenere le battute pungenti…».

Il seguito aveva la cadenza della tortura, immaginate il bon vivant alle prese con le citazioni di Brecht, Nietzsche, Pessoa, Montesquieu offerte dall’intero emiciclo, impietoso: sembrava che ogni parlamentare avesse qualcosa da ridire, ogni finiano avesse da fare il paternalista, finché calava persino un pietrificante Leoluca Orlando col richiamo di Goethe in lingua originale. La sfacciataggine di Massimo Donadi aveva infine mosso Berlusconi a intercettare il capogruppo dipietresco che stava per uscire dall’aula; la conversazione (ricostruita da Donadi) era più o meno questa. B: «Ma lei è sempre così cattivo?». D: «No, sono buono, non ce l’ho con lei, ce l’ho con quello che fa». B: «Anche io sono molto buono. Pensi che Cossiga nel ‘92 mi sconsigliò di entrare in politica per via della mia bontà». D: «E doveva seguirlo, quel consiglio».

Si può intuire l’allegria, povero Berlusconi. Che pure era il suo compleanno, settantaquattro anni. E tutti sono passati da lì, a stringergli la mano, a fargli gli auguri, anche Pierferdinando Casini, e il Cavaliere con un orecchio ascoltava il buon auspicio, con l’altro la più interminabile sequela di insulti cui sia mai stato sottoposto di persona. Per dare il senso, il grande Mirko Tremaglia, 84 anni, mezzo piegato dall’età e da un femore appena ricomposto, si era aggrappato a una stampella e stava giusto spiegando perché mai e poi mai (questioni di diritti degli italiani all’estero) si sarebbe negato il gusto di dire in faccia al presidente del Consiglio tutto quello che pensava di lui, e sul più bello era arrivato Fini («sempre sull’attenti davanti a Tremaglia!») e, capita la situazione, il presidente della Camera cercava di dissuaderlo («gli fai un favore, così… Vota la fiducia…»), ma niente: «Non lo voto! Mai e poi mai!», e restava la curiosa testimonianza di un Fini che non raccatta voti per Silvio neanche se lo vuole.

Questa era l’aria. E non sarebbe migliorata visto che nel pomeriggio erano fissate le dichiarazioni di voto affidate ai leader, cioè ai più incattiviti. Nella replica Berlusconi aveva cercato di mantenere la caratura alto-istituzionale, si era giusto tolto qualche sfizio, furente per l’accusa di corruzione di parlamentare, poi l’ever green di una pedata alla magistratura, qualche giudizio digrignante. Ma Antonio Di Pietro, costretto dal grillismo ai superlativi, sconfinava nel paranoico, dava al premier dello stupratore della democrazia, dell’erede di Nerone, del criminale, e Berlusconi si era prima limitato a picchiarsi l’indice sulla tempia, poi s’era alzato a protestare con un Fini giudicato troppo morbido nel contrasto all’oltraggio in diretta tv. Quel poco di grazia era definitivamente evaporata, anche sotto i colpi di un Pierluigi Bersani in forma smagliante, nettamente il migliore in campo, ieri, e della certificazione della vittoria di Fini. Chissà se la festa organizzata dalle deputate di più rigida osservanza decorativa, subito dopo, a Palazzo Grazioli, giusto per una fetta di torta e una canzone, è servita per salvare in extremis il compleanno più inglorioso.

Leggi su LaStampa.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito è protetto da reCAPTCHA e da Googlepolitica sulla riservatezza ETermini di servizio fare domanda a.

The reCAPTCHA verification period has expired. Please reload the page.