La politica costretta a guardarsi allo specchio

“Negli Stati Uniti la libertà di protestare è così diffusa che, come un boomerang, essa si rivolge contro la libertà stessa. In altre parole, tutti hanno talmente diritto di offendersi in nome della libertà che la stessa libertà di critica ne risulta compromessa”. Queste parole di Oriana Fallaci mi sembrano cogliere nel segno la contestazione rivolta a Schifani di ieri alla Festa del PD.

E’ giusto difendere Schifani come fatto dagli esponenti politici in maniera bipartisan (tranne da Di Pietro e Grillo) oppure è giusto difendere le ragioni della contestazione fatta da normali cittadini? Forse tutte e due. Ma, anche se posizioni moralistiche non potranno facilmente accettarlo, la seconda difesa deve prevalere sulla prima. Perché? Perché come riporta il titolo dell’articolo citato della Fallaci: “con la censura stiamo peggio noi”, sta peggio la democrazia.

I diritti di libertà, citando una battuta del magistrato Piercamillo Davigo, nel settecento sono stati conferiti per poter parlar male di chi ha il potere, perché per parlar bene c’erano già i cortigiani. E’ vero che Renato Schifani è il presidente del Senato e che le istituzioni vanno rispettate. Ma è proprio in ragione del rispetto per le istituzioni che andrebbe chiesto conto dei rapporti inquietanti, di tutte le ombre di Cosa Nostra, che aleggiano sul presidente del Senato proprio alla persona che l’impersonifica.

Come si può dar contro a dei cittadini, Agende Rosse, Grillini, popolo viola che siano, che chiedono conto al presidente del Senato dell’attività che ha svolto a favore di personaggi legati a Cosa nostra, attività censurate dai media (hanno censurato anche le note inviate dallo stesso Schifani perché non se ne parli!), quando per un’intera estate si è assistito ad un linciaggio mediatico, all’interno di un conflitto d’interessi spaventoso per via dei media che ne guidano tutt’ora la battaglia, verso Tulliani, famiglia e presidente della Camera, a cui gli chiedevano conto di un tinello e di una cucina Scavolini?

La libertà, anche quando sembra superare i limiti dell’accettabile, è irrinunciabile e irriducibile. Ogni minima rinuncia alla libertà ne è una grave compromissione. Certamente sabato non è stato uno spettacolo di cui andare fieri quello che si è visto alla festa del PD perché è il sintomo di un Paese dilaniato, che sta male al suo interno, rovinato (aimè) dalla fine della politica, iniziata non con Berlusconi, ma dall’inizio degli anni ’80, che ha ridotto tutto, veramente, ad una fogna.

In quella critica dura e aspra, al limite dell’offesa, fatta alla festa del PD bisogna leggerci quello che vi era realmente scritto, che si può trovare nelle parole di Paolo Borsellino: “L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati”.

I conti la politica li deve fare non con i cittadini che esercitano la loro libertà d’espressione, ma soprattutto con sé stessa. E anche il presidente del Senato i conti li dovrà fare con sé stesso prima o poi.

* L’autore è coordinatore del circolo LeG di Senigallia

2 commenti

  • Condivido in pieno l’articolo, particolarmente pertinenti mi sembrano le citazioni di Davigo e di Borsellino e poi, vuoi mettere la soddisfazione di fischiare Schifani?

    Teniamo duro!!

    Con stima, elvio belli.

  • sono rimasta scandalizzata dal pressapochismo di chi ha invitato il sig. Schifani.
    Ritengo che proprio perchè il ruolo istituzionale di Presidente del Senato sia degno del massimo rispetto, non potendo se non subire la persona che in questo periodo storico lo ricopre, cosa saggia avrebbe dovuto fare nella scelta degli invitati il PD se non ignorarlo. O ha così poco credito da non trovare più qualche politico “per bene” che rispondesse all’invito?

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