35 anni fa il divorzio:una battaglia di civiltà

Trentacinque anni fa, in queste ore, lo spoglio delle schede referendarie dava un annuncio straordinario: era salva la legge che già da tre anni e mezzo consentiva alle coppie in crisi di liberarsi del fardello di un matrimonio fallito, e che la Dc (soprattutto Amintore Fanfani, che sulla partita si giocò presidenza del Consiglio e segreteria del partito) e l’Msi volevano abrogare. Risultato esaltante: con quasi il 60% dei voti il popolo italiano confermava, il 12 e 13 maggio del 1974, una conquista di libertà e di civiltà.Ma quella vittoria ha una storia lunga e altalenante alle spalle, e val la pena di ricordarne qualche tappa. Anzitutto: se quello sul divorzio fu il primo referendum della storia repubblicana, ce n’era già stato uno, proprio fondativo della Repubblica, quando il 2 giugno del 1946, gli italiani erano stati chiamati a scegliere tra monarchia e regime democratico. Poi, nella Costituzione entrata in vigore il 1. gennaio del 1948, il referendum (solo abrogativo e confermativo, e non anche propositivo) era stato introdotto come strumento di democrazia diretta purtroppo poi inflazionato dalle spropositate iniziative radicali. Se non che, come altri istituti previsti dalla Costituzione (la Corte costituzionale, gli organi delle quindici regionali ordinarie, ecc.), anche il referendum resterà a lungo ibernato: la Costituzione inattuata è un classico dei governi centristi a dominanza dc.Ma nel 1970, nel vivo dell’autunno caldo, delle grandi lotte giovanili e operaie, mentre la battaglia per il divorzio va montando già da cinque anni, ecco la novità: la Dc (ma non i fascisti) fa sapere di esser disposta a cessare l’ossessivo ostruzionismo sulle proposte di legge che danno la libertà ai coniugi separati e che è sostenuta da un vasto schieramento laico, dai comunisti ai liberali, passando naturalmente anche dai radicali che avevano presentato una loro proposta, se questo fronte a sua volta si impegna ad approvare rapidamente la legge attuativa e regolatrice del referendum.

E’ una ipotesi ragionevole, una via d’uscita allo stallo, un onorevole compromesso. Giovanni Leone, allora presidente della Camera, gestisce e porta a termine lo “scambio”, con un evidentissimo retropensiero soprattutto di Fanfani. Costui è convinto che, impugnando (con una indecente demagogia) l’arma del referendum, offrirà al fronte antidivorzista – di cui sono parte attivissima le organizzazioni cattoliche integraliste – lo strumento per eliminare l’odiato divorzio quando esso sia introdotto nell’ordinamento giuridico italiano, con enorme ritardo rispetto a tutti i paesi civili. E infatti, appena la duplice operazione va in porto (a maggio del ’70 la legge attuativa del referendum, sette mesi dopo quella che istituisce il divorzio), i Comitati civici presentano la richiesta di abrogazione dell’appena varata legge n. 898. Il 27 febbraio ’72 Giovanni Leone, nel frattempo diventato capo dello Stato, firma il decreto che fissa il primo referendum abrogativo per l’11 giugno. Ma già l’indomani, per evitarlo, decreta lo scioglimento anticipato delle Camere: in questo caso è la legge stessa a disporre il rinvio del referendum per la coincidenza con le elezioni politiche generali. Nella storia della Repubblica è la prima volta di uno scioglimento anticipato del Parlamento. Ma la scadenza referendaria si ripropone due anni dopo, ed è impossibile ricorrere nuovamente al colpo di mano delle elezioni generali.Allora Fanfani gioca il tutto per tutto. Con le ultime politiche i due partiti antidivorzio, Dc e Msi, hanno ottenuto il 47,4% ? Allora – crede lui – basta procurarsi ancora un milione di “sì” all’abrogazione e il gioco è fatto.

Per questo corre da un capo all’altro d’Italia a spiegare (comincia a dirlo a Caltanissetta, e diventa oggetto di gag in mezzo mondo) che con il divorzio, “le vostre mogli fuggiranno con le cameriere”. Ma l’Italia è matura, e maturi sono tanti e tanti cattolici: il “no” all’abrogazione vince con il 59,1% e il Sud non è la Vandea su cui puntava Amintore Fanfani. Il presidente-segretario resiste solo qualche mese al clamoroso smacco per capitolare sulle amministrative che consentiranno alle sinistre di conquistare il governo della grandi città del Paese.(Sarà il caso di ricordare anche un importante seguito di questa storia. Siamo ora nella primavera del 1987, quando si va rapidamente all’interruzione della nona legislatura per la rottura dell’alleanza di centro-sinistra. Il precipitare degli eventi ebbe tempi tumultuosamente rapidi, tali da rischiare di compromettere in extremis una preziosa riforma della legge sul divorzio, riforma cui Nilde Iotti, allora presidente della Camera, teneva assai, tanto più che prima firmataria del progetto di divorzio presentato dai comunisti era proprio lei, con l’approvazione calorosa dell’allora segretario del partito Luigi Longo ma il mal di pancia di alcuni della direzione. Gli è che nella legge originaria, frutto di compromesso tra i vari progetti, si prevedeva che, per ottenere lo scioglimento del matrimonio, dovessero trascorrere cinque anni di separazione legale: un ostacolo serio alla libertà degli ex coniugi.

Lunga trattativa con il centrodestra e si ottenne l’accordo almeno per una riduzione a tre anni del periodo di separazione, un piccolo passo avanti. Approvata dal Senato, la leggina era ferma alla commissione Affari costituzionali della Camera quando si capì che lo scioglimento del Parlamento era questione di ore. Iotti convocò allora d’imperio la commissione, ottenne la prescritta unanimità per votare in commissione “saltando” al momento della discussione e del voto in aula, strappò il sì finale e definitivo, vinse la sua battaglia letteralmente sul filo di lana.) Due anni dopo altra e ancor più imponente vittoria laica contro la nuova prova di forza della destra cattolico-fascista scatenata contro l’introduzione dell’aborto: quasi il 70% dice no all’abrogazione della legge, e non è un caso che anche e proprio il Mezzogiorno e le Isole reagiscano con grande forza al tentativo di mettere in discussione un’altra conquista di civiltà in favore delle donne, sin qui vittime delle mammane, e per la libertà da antichi pregiudizi. “Nessuno – parola del cardinal Biffi, un oltranzista – aveva mai osato prevedere nel suo pessimismo ciò che poi di fatto è accaduto”, cioè una vittoria così schiacciante. Altri tempi.

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