Nel corso dell’udienza di oggi 20 ottobre davanti alle Sezioni Unite civili della Cassazione, chiamate a pronunciarsi sui ricorsi contro lo stop dell’area a caldo dell’ex ILVA di Taranto disposto dalla Corte d’Appello di Milano, l’avvocato generale Luigi Birritteri ha sostenuto che nella decisione milanese mancherebbe il «bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale». Ha inoltre affermato che, pur essendo indiscussa la pericolosità dell’amianto, la Corte d’Appello avrebbe desunto il pericolo senza accertarlo. Qualunque sarà la decisione della Cassazione, la contraddizione di fondo rimane evidente.
Il primo problema è concettuale, prima ancora che giuridico: si continua a contrapporre la salute alla produzione, spesso identificando impropriamente quest’ultima con il lavoro. Ma produzione e lavoro non sono sinonimi. Il lavoro è un diritto fondamentale, mentre la produzione è un’attività economica che può essere organizzata con tecnologie e processi differenti. L’articolo 41 della Costituzione stabilisce che l’iniziativa economica non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente. Il bilanciamento non dovrebbe quindi riguardare quanta salute sacrificare per mantenere una determinata produzione, ma quali condizioni produttive siano compatibili con la tutela della salute e dell’occupazione.
Il secondo problema riguarda il rapporto tra conoscenza scientifica e accertamento del rischio. È certamente necessario distinguere tra pericolosità di una sostanza, esposizione e rischio sanitario concreto. Ma a Taranto non si parte da zero. Decenni di studi epidemiologici hanno documentato eccessi di mortalità e malattia e associazioni con l’inquinamento industriale. Queste conoscenze non dimostrano automaticamente ogni rischio attuale, ma non possono essere ignorate o ridotte a semplici presunzioni. Soprattutto, la prevenzione primaria non può attendere nuovi casi di malattia per giustificare interventi protettivi.
La Corte d’Appello di Milano ha posto al centro la tutela della salute, indicando implicitamente un diverso terreno sul quale ricercare il bilanciamento: quello delle alternative industriali. Non si tratta di negare le conseguenze occupazionali ed economiche, ma di affrontarle attraverso una trasformazione produttiva che riduca drasticamente le esposizioni nocive.
Per Taranto significa costruire un piano industriale di decarbonizzazione, accompagnato da tecnologie meno inquinanti, bonifiche, valutazioni preventive di impatto sanitario, tempi verificabili e garanzie occupazionali. La decarbonizzazione deve tradursi anche in una concreta riduzione dei rischi per lavoratori e cittadini.
La vera alternativa è tra conservazione di un modello produttivo dannoso e la sua trasformazione. Continuare a cercare un compromesso tra produzione e danno sanitario significa perpetuare una contraddizione che la storia di Taranto ha già reso drammaticamente evidente.


Daniela Padoan