Continuando l’esame delle battaglie senatoriali più competitive i cui candidati democratici sono esponenti della sinistra con piattaforme di stampo sandersiano – anche se la settimana scorsa abbiamo evidenziato alcune ambiguità nel caso di James Talarico – consideriamo oggi la corsa del Maine tra Troy Jackson e la repubblicana Susan Collins. Un’altra competizione molto particolare non solo alla luce delle insolite circostanze che hanno portato Jackson alla candidatura, ma delle situazioni contrastanti che lo hanno seguito dalla sua candidatura fino ai tre dibattiti tra i due candidati avvenuti a partire dal 6 ottobre. Un quarto ed ultimo confronto è previsto per la nostra nottata tra il 15 e il 16 ottobre.
Pur essendo il Maine uno Stato tendenzialmente democratico, alle presidenziali, ha una lunga tradizione di voto diviso nelle elezioni federali. In particolare il seggio in questione è appartenuto per ben trent’anni alla senatrice Collins che, sebbene alla sua prima elezione nel 1996 avesse dichiarato che avrebbe fatto al massimo due mandati, è ora alla ricerca della sesta nomina consecutiva.
Se per Troy Jackson già il fatto di sfidare un’incumbent così solida, per non dire inamovibile, è uno dei fattori che rendono particolarmente significativa la competizione, la storia del suo arrivo alla candidatura democratica lo è ancora di più. Sconfitto il 9 giugno scorso alle primarie per la carica di governatore, Jackson è successivamente subentrato al carismatico outsider Graham Platner – che aveva conquistato le primarie con il 72% dei voti – dopo il ritiro di quest’ultimo in seguito alle accuse di violenza sessuale mosse da una sua ex compagna. E Jackson si è subito trovato in una situazione complicata sotto molti punti di vista, a cominciare dall’apparenza. A fronte di un personaggio dall’aspetto e dalla voce simili al prototipo immaginario del macho Maga, come Platner, Troy Jackson sembra quasi un orsacchiotto di peluche, con una parlata insolita e una forte cadenza dialettale.
Tuttavia contrariamente a Platner, che era stato reclutato da attivisti esterni in cerca di candidati fuori dagli schemi, Jackson è una figura molto solida della sinistra statale. Ex presidente del Senato del Maine, ha ottenuto la candidatura democratica senatoriale attraverso una procedura ibrida, diversa dalle classiche primarie, culminata il 25 luglio in una convention con 601 delegati democratici, 596 dei quali hanno votato per lui. Taglialegna di quinta generazione, mestiere che ha praticato attivamente dai 19 anni fino all’ingresso nella legislatura statale nel 2002, e profondamente radicato nel movimento sindacale e nelle aree rurali dello Stato, il “boscaiolo” è stato tra i principali organizzatori delle campagne presidenziali di Bernie Sanders nel Maine nel 2016 e nel 2020. La sua piattaforma è incentrata su istanze sociali come il Medicare for All, il sostegno alle famiglie e ai lavoratori, e posizioni radicali sull’immigrazione e su Gaza. Questioni per lui indiscutibili, almeno fino all’irruzione nella sua campagna dei consulenti legati all’establishment democratico di Washington, decisi a riaccendere quella perenne battaglia contro il progressismo che, con Platner candidato, in Maine sembrava ormai persa.
Nel lungo articolo del 21 settembre, Troy Jackson: The Accidental Candidate, Rebecca Traister inserisce Graham Platner, insieme a Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, nella categoria degli «unicorni», politici progressisti in grado di imporsi e vincere senza piegarsi alle regole dell’apparato democratico nazionale di Washington. Più unici che rari, gli unicorni sono personaggi anti-establishment come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez che, grazie a un carisma magnetico capace di travolgere ed entusiasmare gli elettori, riescono ad autofinanziare le proprie campagne attraverso il grassroots fundraising, ossia miriadi di piccole donazioni provenienti dalla base. Non avendo necessità di ricorrere ai grandi comitati elettorali del partito nazionale, sono quindi più liberi di esprimersi senza dover scendere a compromessi. L’articolo evidenzia che quando un candidato non possiede quelle rarissime caratteristiche, oppure si trova catapultato all’ultimo minuto in una corsa nazionale proprio come Troy Jackson, si scontra con la necessità di essere sostenuto finanziariamente dall’apparato organizzativo del partito per sostenere la campagna ed è quindi più soggetto alle imposizioni che tendono ad annacquare alcuni punti basilari delle sue posizioni. Anche nell’intervista ad Angelo Greco, realizzata per Jacobin Italia più di due settimane fa, sono emersi questi punti vulnerabili di Troy Jackson. Soprattutto in merito a come Jackson sia stato privato di molte persone dell’entourage ereditato da Platner in favore dell’ingresso di consulenti legati in particolare al Dscc [Democratic Senatorial Campaign Committee] che hanno cercato, parzialmente riuscendoci per un certo periodo, a modificare la sua campagna.
«Jackson predilige una campagna fisica e diretta, spostandosi per il Maine, parlando liberamente senza un copione e lasciando che siano gli elettori a fargli le domande. I consulenti privilegiano invece sondaggi, dati, messaggi testati, raccolta fondi e pubblicità, cercando di controllare anche le domande e le risposte. Soprattutto gli hanno imposto di attenuare notevolmente le sue posizioni su Israele e sul Medicare for All. Il risultato è che Jackson sembra quasi due persone diverse. Quando parla spontaneamente ribadisce le posizioni che lo hanno reso popolare presso la sua base, mentre quando segue le indicazioni dei consulenti il messaggio più prudente rischia di alienare proprio quegli elettori. Non è un caso che, dopo essere stato a lungo in vantaggio su Susan Collins, Jackson si trovi ora in una corsa molto più equilibrata».
Nell’ultimo periodo però, come hanno evidenziato tre dei quattro dibattiti programmati tra i due candidati, Jackson sembra essersi ripreso in mano il controllo della situazione, riappropriandosi totalmente delle sue caratteristiche vincenti. Non solo ha ribadito con forza le istanze originarie del suo programma, ma ha attaccato Susan Collins con durezza proprio sui suoi punti più deboli, a cominciare dalla pretesa di non essere trumpiana, contrapponendole il suo record di voto allineato con Trump nel 96% dei casi. Nel dibattito ha chiamato in causa anche il One Big Beautiful Bill – la legge di bilancio voluta da Trump che, per i suoi pesanti effetti sociali, si è rivelata devastante per ampie fasce della popolazione – nonché la corruzione della senatrice rivelata da un’inchiesta di ProPublica verso la fine di settembre. L’inchiesta riguardava uno schema di “pay-to-play” risalente alla campagna elettorale del 2020, vicenda su cui l’FBI ha continuato a indagare segretamente raccogliendo prove e testimonianze tra il 2022 e la fine del 2024, prima che l’intera inchiesta anti-corruzione venisse definitivamente bloccata nel 2025.
Non sono inoltre mancati momenti in cui le risposte della senatrice l’hanno addirittura messa in ridicolo. Per esempio, quando Jackson l’ha incalzata per non essersi opposta all’aumento dei prezzi, Collins ha rivendicato di essere riuscita a contenere il costo del sale sparso sulle strade in inverno. Un argomento al quale Jackson ha replicato facendo notare che quel sale non si mangia. Anche il confronto sulla sanità ha riservato un momento imbarazzante per Collins. Quando Jackson le ha contestato di aver sempre beneficiato di una copertura sanitaria grazie alla sua carriera politica e di non comprendere le difficoltà di chi oggi non riesce a pagarsi le cure, la senatrice lo ha interrotto per precisare che nel 1994, mentre si candidava a governatrice, era rimasta per un anno senza assicurazione sanitaria perché non poteva permettersela. Una replica che, anziché smentire le critiche di Jackson, ha finito per mettere in evidenza la distanza tra quell’esperienza circoscritta, risalente a oltre trent’anni fa, e le difficoltà quotidiane di chi oggi non può permettersi le cure. Ma l’elemento più grottesco e paradossale della campagna di Collins riguarda i 25.000 dollari spesi per quattro giorni in annunci digitali destinati agli elettori della Portland sbagliata. Anziché essere trasmessi nella Portland del Maine, gli spot sono andati in onda nella ben più famosa omonima città dell’Oregon. I soldi sono poi stati restituiti alla campagna di Collins dalla società responsabile dell’errore, ma la frittata era ormai fatta e il ridicolo era servito, nonostante le furiose reazioni di Collins.
Tornando alla ritrovata carica di Troy Jackson, abbiamo nuovamente interpellato Angelo Greco, questa volta espressamente per Libertà e Giustizia. Concludiamo dunque con il suo intervento:
«C’era molto entusiasmo quando Troy Jackson è diventato il candidato. Il movimento che aveva sostenuto Graham Platner e la sua campagna sembrava aver trovato in Troy una propria casa, e per molti aspetti è stato proprio così, anche se molti di loro sono stati poi fatti fuori. Alla luce dei recenti dibattiti, la mia impressione è che la collaborazione con il Dscc, che ha cercato di indebolire le sue istanze più anti-establishment, abbia comportato un percorso di apprendimento per trovare il tono e l’approccio giusti: costruire un’ampia coalizione, preservando al tempo stesso i principi e le tattiche dal basso che avevano generato quell’entusiasmo. La preoccupazione degli organizzatori della sua base, che avevano contribuito a far decollare la sua candidatura e che avevano un rapporto diretto con lui, non è mai stata che Troy avesse abbandonato le sue posizioni politiche. Ma avevano chiaramente segnalato come gli episodi in cui aveva adottato una comunicazione più cauta e allineata alle direttive dell’establishment rischiava di indebolire la sua forza, soprattutto mentre Angie Nixon e Abdul El-Sayed facevano leva sull’energia populista che sta attraversando il Paese.
La forza di Troy sta nel suo profondo radicamento in quella base organizzata, nella sua capacità di comprendere il momento politico nazionale e nella sua disponibilità ad ascoltare ciò che gli dicono le persone alla base. È questo rapporto a dare a un candidato le radici necessarie per correggere la rotta e opporsi quando i consulenti esterni cercano di allontanare la campagna da ciò che trova davvero riscontro tra gli elettori. Ed è quanto sembra essere accaduto in questo caso. Lo vediamo parlare con maggiore forza del Medicare for All, della necessità di chiedere conto a ICE del suo operato, della corruzione di Susan Collins e della lotta agli oligarchi, con una convinzione che è emersa chiaramente nei dibattiti.Il miglioramento dei sondaggi è incoraggiante. La mia lettura è che Troy e la base progressista che gli sta intorno stiano affrontando insieme questo momento politico e che la campagna sia passata all’attacco, perché il loro legame è abbastanza forte da orientarne la direzione nonostante l’influenza del Dscc.»

