Due scenari opposti, una stessa paura: che Trump non riconosca la sconfitta e che il conflitto sul voto investa l’insediamento del nuovo Congresso.

Sta prendendo forma nel giornalismo politico americano qualcosa di più di una generica ansia elettorale: l’aspettativa di una crisi costituzionale dopo il 3 novembre. Stavolta non sarebbe in discussione la permanenza di Trump alla Casa Bianca, ma la possibilità che una maggioranza parlamentare ostile riesca a insediarsi.

Due articoli, pubblicati a quasi un anno di distanza, danno corpo a questa inquietudine. David A. Graham, sull’Atlantic nell’ottobre 2025, immaginava una vittoria democratica di misura in pochi collegi. Steve Schmidt, l’8 ottobre 2026 nella newsletter The Warning, prevede una valanga democratica. Ma entrambi arrivano allo stesso punto: Trump non accetterà la sconfitta e il conflitto potrebbe spostarsi dall’urna all’insediamento del Congresso.

Una profezia ambientata in Arizona

Il 28 ottobre 2025 The Atlantic pubblicava l’articolo di Graham Donald Trump’s Plan to Subvert the Midterms Is Already Under Way. Il piano per “sovvertire le elezioni” era già cominciato. Cominciava come un racconto del futuro.

È la sera del 3 novembre 2026. I repubblicani conservano il Senato, ma il controllo della Camera dipende da due collegi della contea di Maricopa, in Arizona. Da mesi ICE e Guardia Nazionale presidiano le strade, formalmente contro l’immigrazione clandestina, scoraggiando parte dell’elettorato ispanico. I repubblicani sono inizialmente avanti, ma restano da contare migliaia di schede postali e voti provvisori. Trump dichiara vittoria e denuncia il furto elettorale perpetrato attraverso il voto per corrispondenza. Gli avvocati repubblicani chiedono di fermare lo scrutinio delle schede ancora da contare. Intanto i democratici passano in vantaggio. In un collegio il margine è di appena 143 voti.
Il Dipartimento di Giustizia minaccia indagini sugli amministratori locali; il direttore dell’FBI Kash Patel rilancia le accuse di frode e raggiunge l’Arizona. Trump telefona ai responsabili della certificazione, poi annuncia il sequestro federale delle macchine elettorali. Un giudice cerca di fermarlo. Il presidente dichiara l’emergenza e invia i Marines. Quando arriva l’ordine contrario della Corte Suprema, macchine e schede sono già state sequestrate: la catena di custodia è compromessa.
Scoppiano proteste. Trump le usa per invocare l’Insurrection Act e annunciare la legge marziale nelle città democratiche. L’Arizona certifica comunque la vittoria dei due candidati democratici. Ma i repubblicani, in maggioranza alla Camera uscete, rifiutano quella certificazione e insediano i propri candidati. Una nuova maggioranza repubblicana viene così fabbricata contro il risultato elettorale.

La tesi di Graham andava oltre il colpo di mano finale. Le elezioni possono rimanere autentiche ma sistematicamente sleali: l’«autoritarismo competitivo» studiato da Steven Levitsky e Lucan Way. Non occorre cancellare il voto. Si può condizionarlo prima e contestarlo dopo.

Graham ricostruiva gli strumenti in preparazione: redistricting anticipato, pressione sulle liste, ostacoli alla registrazione, contestazioni del voto postale e indebolimento delle strutture di sicurezza elettorale. Fino all’eventualità più grave, l’impiego degli apparati coercitivi contro funzionari e comunità considerate ostili.

Da allora alcuni di questi strumenti sono passati all’impiego – ne abbiamo dato conto in dettaglio in America Watch. Il Texas ha ridisegnato i collegi su richiesta della Casa Bianca; il Dipartimento di Giustizia ha preteso le liste degli elettori; il governo ha sviluppato strumenti per incrociarle con archivi federali sulla cittadinanza. La battaglia sul voto postale è arrivata alla Corte Suprema, con esiti alterni per l’amministrazione. Resta attuale soprattutto il meccanismo: preparare le ragioni per contestare il risultato. Una lista incompleta, una macchina dichiarata insicura, una scheda tardiva possono diventare, se il margine è stretto, il pretesto per fermare un conteggio o negare una certificazione.

La valanga democratica di Steve Schmidt

Lo scenario di Steve Schmidt è quasi opposto. Ex stratega repubblicano, diresse nel 2008 la campagna presidenziale di John McCain contro Barack Obama. Dopo la rottura con Trump contribuì a fondare il Lincoln Project, l’organizzazione di ex conservatori contro il presidente. Oggi pubblica The Warning. Nell’articolo dell’8 ottobre, The MAGA Meltdown: Trump’s Election Nightmare Is Coming, pronostica una disfatta storica e un “incubo” per il GOP. Ogni dollaro dei miliardari MAGA, sostiene, aiuterà i democratici: le midterm sono diventate un referendum su Trump, e gli annunci repubblicani continueranno a ricordare agli elettori perché vogliono votargli contro. Neppure Elon Musk potrebbe spendere abbastanza per invertire la tendenza.

Per Schmidt la coalizione MAGA è morta. I fedelissimi si presenteranno alle urne, ma molti che avevano votato Trump una, due o tre volte sceglieranno i democratici oppure resteranno a casa. Prevede vittorie democratiche al Senato perfino in South Carolina, Iowa, Ohio, Kansas e Texas, oltre che nel Maine. Si spinge dunque ben oltre un normale pronostico di perdita della Camera.

La parte più interessante comincia la sera delle elezioni. Schmidt immagina Trump a Mar-a-Lago, davanti alle telecamere, mentre tenta di mantenere la calma. Insinua irregolarità e ripete che bisognerà vedere. Seguono messaggi sempre più rabbiosi sui social, amplificati da estremisti, propagandisti, bot e attori stranieri. Entro la sera successiva avrà ricompattato MAGA attorno alla convinzione che un’altra elezione sia stata rubata, preparando lo scontro sull’insediamento del Congresso.

«Trump will be neutered, but not defanged», conclude Schmidt: neutralizzato, ma non privato delle zanne. Un presidente sconfitto, ridotto a lame duck, eppure ancora titolare di enormi poteri esecutivi e alla guida di un movimento radicalizzato. La sua sconfitta non pacificherebbe MAGA. Potrebbe renderlo più aggressivo.

Due sconfitte, una stessa crisi

Graham immagina una maggioranza decisa da pochi collegi. Interrompere uno scrutinio, invalidare schede o contestare una certificazione potrebbe bastare a conservare la Camera. La leva è amministrativa, giudiziaria, eventualmente militare: si modifica il risultato. Schmidt prevede un landslide (una valanga) in favore dei democratici, difficile da capovolgere con controversie locali. Il conflitto allora cambierebbe natura: non più salvare qualche seggio, ma impedire che una sconfitta schiacciante diventi politicamente vincolante, mobilitando MAGA contro la legittimità del nuovo Congresso.

Nel primo caso, la crisi nasce dal tentativo di trasformare una sconfitta limitata in una vittoria artificiale. Nel secondo, dal rifiuto di riconoscere una sconfitta troppo grande per essere nascosta. Ma in entrambi torna la stessa domanda: il presidente può essere battuto dalle urne senza riconoscere alle urne il potere di batterlo?

L’FBI entra nella contesa

Nuove informazioni sull’FBI rendono il quadro più inquietante. Il 2 ottobre The Atlantic ha pubblicato un’inchiesta di Sarah Fitzpatrick, fondata su oltre quaranta colloqui con persone dell’FBI, della Giustizia e dell’amministrazione. L’8 ottobre la giornalista ne ha discusso su Radio Atlantic. Sotto l’attuale direttore Kash Patel, racconta Fitzpatrick, l’FBI ha investito risorse nella ricerca di prove delle presunte frodi del 2020, anche senza risultati. In Georgia circa 260 dipendenti sarebbero stati distolti per due settimane dalle attività ordinarie per esaminare materiale elettorale sequestrato al tempo nella contea di Fulton. Non ne sarebbero emerse prove sostanziali; funzionari critici sarebbero stati allontanati.

Intanto sarebbe stata ridimensionata la preparazione ordinaria degli uffici territoriali dell’FBI alla protezione delle elezioni. In passato riguardava minacce ai seggi, intimidazioni degli elettori, violenze contro funzionari e interferenze esterne. Questa volta, riferiscono le fonti della giornalista, le indicazioni sarebbero state insufficienti o concentrate soprattutto sulla ricerca di voti illegali attribuiti agli immigrati. L’agenzia chiamata a proteggere le elezioni viene spinta a cercare conferme alla narrativa secondo cui sono già corrotte.

Il 15 settembre, durante un’audizione al Senato, il democratico Richard Blumenthal ha chiesto a Patel di garantire che non avrebbe inviato agenti federali ai seggi. Il direttore ha evitato un impegno assoluto, rispondendo che gli agenti sarebbero intervenuti in presenza di “violazioni della legge”. Una risposta che lascia aperta una questione delicata: la presenza di forze federali armate può intimidire gli elettori anche senza interventi diretti. E un’agenzia che contesta la validità delle procedure mentre il voto è ancora in corso rischia di trasformarsi, da garante, in parte del conflitto. La narrativa della frode ha ormai trovato spazio negli apparati dello Stato.

Il punto costituzionale

Una specificità americana rende delicato il passaggio evocato. L’articolo I, sezione 5, della Costituzione attribuisce a ciascuna Camera il potere di giudicare le elezioni e i titoli dei propri membri. Non autorizza a ignorare il voto, ma può trasformare le controversie elettorali in conflitti sull’ammissione dei parlamentari. Nel 1985, dopo un’elezione contestata in Indiana, la Camera democratica assegnò un seggio al proprio candidato malgrado la certificazione statale favorevole al repubblicano.

Il passaggio critico potrebbe dunque non essere la notte del 3 novembre, ma l’intervallo che conduce all’insediamento del nuovo Congresso, il 3 gennaio 2027. In quelle settimane contestazioni dei risultati, ricorsi, pressioni sulle autorità locali e conflitti parlamentari potrebbero sovrapporsi. Una disputa su poche migliaia di schede potrebbe diventare una controversia sulla composizione del potere legislativo.

La crisi prima della crisi

A me sembra che stia emergendo una vera aspettativa della crisi, alimentata da due convinzioni diffuse soprattutto nell’opposizione a Trump. La prima è che il presidente perderà le elezioni. La seconda è che non ne riconoscerà l’esito.

La seconda ha precedenti nel 2020 e nel 2021, culminati nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. La prima, nella versione “trionfalistica” di Schmidt, resta una previsione impegnativa. Ma conta anche ciò che l’aspettativa produce. Se democratici, giornalisti, magistrati, amministratori elettorali e perfino agenti federali cominciano a prepararsi alla crisi, la crisi diventa un evento atteso prima ancora di essere reale.

Questo modifica già oggi i comportamenti. Le amministrazioni elettorali rafforzano la sicurezza, le organizzazioni civiche mobilitano osservatori e avvocati, i partiti preparano contromisure. Difendere il voto può rafforzare le istituzioni; aspettarsi che l’avversario ne rifiuti l’esito può diffondere l’idea che nessun risultato sarà riconosciuto da tutti.

È qui la questione centrale delle midterm del 2026. Non soltanto se Trump riuscirà a manipolare il risultato, ma se l’America sia ancora capace di produrre una sconfitta del potere che tutti gli attori istituzionali riconoscano come vincolante.

Una democrazia elettorale non richiede che l’opposizione vinca. Richiede che possa vincere. Ma questa possibilità conta soltanto se una vittoria può tradursi realmente in un trasferimento del potere. È questa la soglia che gli Stati Uniti si preparano ad attraversare. Nelle prossime settimane America Watch seguirá la convergenza tra previsione della sconfitta, preparazione istituzionale alla crisi e delegittimazione preventiva dei risultati. Le midterm non finiscono il 3 novembre; dureranno almeno fino al 3 gennaio.


Fonti

  1. David A. Graham, Donald Trump’s Plan to Subvert the Midterms Is Already Under Way, The Atlantic, 28 ottobre 2025; edizione cartacea dicembre 2025, The Coming Election Mayhem.
  2. Steve Schmidt, The MAGA Meltdown: Trump’s Election Nightmare Is Coming, The Warning, 8 ottobre 2026.
  3. Sarah Fitzpatrick, Is There Anything Kash Patel Won’t Do for Trump Before the Midterms?, The Atlantic, 2 ottobre 2026.
  4. Radio Atlantic, Why FBI Officials Are Worried About the Midterms, conversazione con Sarah Fitzpatrick, 8 ottobre 2026.
  5. Reuters, How Trump’s Obsession With “Rigged” Voting Machines Spread Across US Government, 2 ottobre 2026.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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