Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione. 1 ottobre a Milano

1 Ottobre 2026
18:30

Libreria Feltrinelli, corso Genova

Milano

«Vivere bene è l’obiettivo e allo stesso tempo il fine al quale dovremmo tendere, dandovalore al rapporto indissolubile tra esseri umani, natura e cosmo». È questo il nucleo del libro di Giuseppe De Marzo, L’internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione, che l’autore presenterà alla Feltrinelli di Corso Genova a Milano, in dialogo con Daniela Padoan, presidente di Libertà e Giustizia.
Di seguito riportiamo un breve estratto dal libro.

Ci sono domande a cui la politica non vuole più rispondere. O a cui non sa più rispondere. In entrambi i casi, la sostanza non cambia. Ci sono domande considerate scomode perché mostrano contraddizioni e fallimenti dei modelli culturali, sociali ed economici a cui sentiamo di appartenere. Domande che aprono voragini nei nostri pensieri, alimentando dubbi. Dubbi necessari però a scoprire tracce di ragionamento nuove e risposte più efficaci. Domande che non possono essere più eluse, né ignorate, perché definiscono il nostro ruolo nel tempo che viviamo. 

Sono l’urgenza, la necessità, l’inquietudine, la curiosità e la nostra naturale spinta verso la cooperazione e la solidarietà a farci cercare soluzioni per migliorare le nostre condizioni. Questa ricerca rappresenta la strada più solida ed efficace per arrivare a un cambiamento delle nostre opinioni e dei nostri comportamenti. Consentendo di adattarci meglio ai nuovi scenari che abbiamo davanti. Porsi domande e alimentare dubbi ci aiuta a trovare le risposte necessarie e a definire meglio chi siamo. E vale ancor di più in una situazione di crisi come quella in cui ci troviamo. Dove ci viene quotidianamente ripetuto che non c’è niente di buono che ci si debba aspettare dal futuro, mentre nel presente le nostre condizioni personali, come quelle dell’intera umanità e della nostra Casa comune, continuano a peggiorare. Disuguaglianze, inquinamento, povertà, esclusione sociale, collasso climatico, malattie, nuove patologie, eventi meteorologici estremi, guerre, colpiscono già adesso la maggioranza della popolazione del nostro paese come del resto del pianeta. Questo ci dicono studi e analisi.  Generando conseguenze mai viste prima. 

Come vanno affrontate? Lo stiamo facendo nel modo giusto? Quali sono i cambiamenti necessari da innescare? Sono queste le priorità da affrontare e i nodi da sciogliere se vogliamo continuare ad avere un futuro come specie e ricominciare a vivere bene. Perché in troppi viviamo male, è evidente. E se continuiamo così saremo sempre di più. Vivere bene, sumak kawsay, come dicono i popoli indigeni delle Ande nella loro lingua madre, è l’obiettivo e allo stesso tempo il fine al quale dovremmo tendere. Passa dalla nostra disponibilità a ripensare il modello economico e produttivo all’interno dei limiti, delle capacità e delle relazioni organizzate dalla rete della vita di cui siamo parte. Perché non siamo il centro di tutto, e le altre entità viventi non sono oggetti inanimati a nostra esclusiva disposizione. La disponibilità di cui qui si parla comporta, ad esempio, utilizzare come società solo quanto è necessario della natura, evitando di danneggiarne o pregiudicarne la riproduzione. Così da non compromettere i diritti delle generazioni che verranno. Avendo cura del legame indissolubile e delle relazioni inseparabili tra noi umani e le altre entità viventi. 

Essere parte della vita e non il suo centro non riduce la nostra essenza, né sminuisce il nostro ruolo di amministratori della Casa comune. Significa anzi il contrario, permettendoci di sviluppare relazioni sociali più solide, rafforzando la cura dei territori, promuovendo maggiore partecipazione e difendendo meglio le economie locali. Un approccio che ci aiuta a riconoscere e a dare valore al rapporto indissolubile tra esseri umani, natura e cosmo. Perché non c’è separazione ma relazione, corrispondenza, reciprocità e interdipendenza tra tutte le entità viventi […]. 

Dobbiamo ribellarci per liberare la complessità e il desiderio del cambiamento. Non c’è un’altra strada, come dimostrano i movimenti del post-sviluppo. Che agiscono attraverso la pluralità, con un approccio decoloniale, riconoscendo la propria fragilità e utilizzando la forza dell’interdipendenza con le altre creature per rompere i recinti e liberare la complessità. È così che le alternative stanno trasformando il mondo, le relazioni e le forme di governo. Impossibile parlare di democrazia quando la maggioranza non partecipa più. Difficile continuare ad arrampicarsi sui formalismi quando le forme della democrazia non riescono a garantire diritti basici a milioni di persone, come in Italia. Come si fa a parlare di democrazia se chi governa, con le sue scelte, favorisce esclusivamente i più ricchi e le élite? La realtà della nostra condizione, come quella della Terra, racconta dei limiti di una «democrazia a bassa intensità», in molti casi morente perché tenuta in ostaggio dalla nuova oligarchia al governo. Sono i movimenti del post-sviluppo che hanno all’inizio del millennio proposto e sperimentato in molti paesi e in diversi continenti forme di democrazia partecipativa, per chiamare all’impegno la maggioranza della cittadinanza esclusa o discriminata dalla democrazia liberale rappresentativa. 

Giuseppe De Marzo, estratto da L’internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione, Minimum Fax Editore

NOTA BIOGRAFICA

Direttore della Scuola Gea e fondatore dell’omonima associazione, Giuseppe De Marzo è attivista, economista, giornalista e scrittore. Ha lavorato per dieci anni sul campo con i movimenti sociali latinoamericani al fianco delle popolazioni indigene e rurali, ed è stato arrestato in Ecuador per le sue attività contro le multinazionali petrolifere a difesa della Foresta. Nel 2003 ha fondato l’associazione A Sud e nel 2007 il primo Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali. Nel 2011 è stato tra i coordinatori della campagna referendaria per l’acqua pubblica e contro il nucleare. In Italia ha lavorato per Libera e Gruppo Abele e dal 2015 al 2025 è stato coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari, che mette insieme centinaia di realtà sociali contro disuguaglianze e mafie. Nel 2020 è stato coordinatore scientifico del progetto di ricerca La pienezza del vuoto, studio e analisi delle pratiche di mutualismo solidale della Rete dei Numeri Pari, insieme al Forum Disuguaglianze Diversità, sviluppato dal Gran Sasso Science Institute. Ha promosso la nascita della Casa della Solidarietà Stefano Rodotà a Roma in un bene confiscato alle mafie dove vengono messi a disposizione da diverse realtà sociali in forma gratuita sportelli e servizi per chi è in difficoltà. È opinionista de l’Espresso, tra le sue pubblicazioni ricordiamo Radical Choc (2020), Per amore della Terra (2019), Così va il mondo (con Gianni Minà 2017), Anatomia di una rivoluzione (2012), Buen Vivir (2009). 

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