Prendiamo una parola: femminicidio. Tra le studiose, le attiviste e le antropologhe girava fin dagli anni Settanta. Nel nostro vocabolario entra intorno agli anni 2000. La Treccani lo registra come neologismo nel 2008. Un neologismo che suscita reazioni mai neutre. Una parolaccia per qualcuno, una lente per vedere meglio un crimine d’odio nei confronti di un genere per altri.
Quando 15 anni fa abbiamo fondato GiULiA, un gruppo di giornaliste decise a cambiare il paradigma del linguaggio nel racconto mediatico delle donne, quella parola era pressoché inutilizzata. Quando la proponevamo nei corsi di formazione dei giornalisti ci ridevano dietro, o peggio. La peculiarità di quell’atto di sopraffazione specifico nei confronti di una donna non era riconosciuta, soprattutto era minimizzata. E oltretutto suonava male. Poi le cose sono cambiate, quella parola è apparsa sempre più spesso sui giornali e nel discorso pubblico, fino a diventare un articolo del codice penale e nel 2023 la parola dell’anno scelta da Treccani. Non è solo merito nostro naturalmente ma anche nostro e di un’alleanza che ha portato a inserire il femminicidio nel 2017 nel Manifesto di Venezia, il manifesto per il “rispetto e la parità di genere nell’informazione”, poi nel codice deontologico dei giornalisti e delle giornaliste.
Non è l’unica parola che abbiamo difeso e che “suonava male”: anche sindaca, ministra, ingegnera, medica. Parole necessarie per smettere di occultare e rendere visibile il dato di fatto che le donne ci sono, sanno fare tutto e lo fanno in tutti i ruoli. Anche qui siamo passati dall’irrisione alla diffusione di buone pratiche nella maggior parte dei media, facendo proprie le raccomandazioni di 40 anni fa su un uso non sessista della lingua, quelle di Alma Sabatini e di tutta la linguistica.
Niente di pittoresco insomma. Ma certamente politico, perché la grammatica è politica, plasma la nostra percezione del reale e contribuisce a modificarlo. Se avevamo qualche dubbio, questa stagione ce lo ribadisce continuamente: il primo executive order della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, quattro anni fa, è stato una circolare per farsi chiamare al maschile, a riprova di quanto lei si ritenga un’eccezione in un mondo patriarcale che tale deve rimanere. L’ossessivo irridere e storpiare le istanze per un linguaggio ampio e inclusivo da parte di Meloni sono un tic-manifesto di quel mondo al contrario, di cui Vannacci pare solo un epigono più sguaiato, un incursore in missione per testare fino a dove si può tirare la corda, vedi le sparate sul femminicidio o sul patriarcato mediterraneo. Ma intanto si aprono fratture nel discorso pubblico e si torna al battutismo sul corpo delle donne che credevamo archiviato con la fine del Berlusconismo e la dipartita dello stesso Berlusconi.
Una delle battaglie costitutive di GiULiA alla sua fondazione era il sostegno alle giornaliste nelle redazioni, regolarmente fuori dalle stanze dei bottoni. In 15 anni nel giornalismo è cambiato tutto, le donne nei media sono diventate quasi la metà del corpo professionale, il mondo dell’informazione e dell’editoria è stato stravolto dagli algoritmi nella sua vocazione e nei suoi assetti industriali, minacciato nella sua indipendenza, la realtà è di un sistema sempre più precarizzato. Una cosa non è cambiata, ai vertici non c’è un tetto di cristallo, ma di cemento. All’inizio degli anni 2000 ad un certo punto le direttrici di quotidiani erano quattro, oggi sono due, nessuna nei telegiornali, ultimamente assistiamo ad una moltiplicazione di condirettrici e vicedirettrici, che sa di carità pelosa. Verrebbe da dire che forse servirebbero le quote anche in redazione per scardinare centri di potere maschile inossidabili. E’ un paradosso. Ma in ogni caso siamo già nell’epoca del mondo al contrario: come annuncia la prossima legge elettorale, anche dove le donne si erano conquistate meccanismi di equa rappresentanza di genere, si sta cercando di fare piazza pulita.
Occorre resistere, continuare a fare advocacy per i diritti dell’informazione e delle donne e soprattutto fare alleanze. Tenersi strette le parole e i diritti conquistati in questi quindici anni è la base da cui ripartire.

