Il ponte della vergogna

17 Luglio 2026

Elisabetta Rubini Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Ponte Morandi dopo il crollo. Di Alessio Sbarbaro - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=74345725

La sentenza di primo grado sul crollo del Morandi rappresenta un passo fondamentale verso la giustizia, con la condanna di numerosi dirigenti per le loro responsabilità. Una lunga storia che passa per le concessioni che hanno permesso alla famiglia Benetton di accumulare ingenti dividendi nonostante le gravi carenze manutentive.

Ricordo bene la mattina del 14 agosto di otto anni fa a Genova: una pioggia violentissima, anomala, un muro d’acqua contro un cielo grigio cupo. Un maltempo che ebbe l’effetto di limitare il traffico, e di conseguenza le vittime. A un tratto una telefonata allarmata, da lontano, cosa è successo lì da voi? Si rincorrevano notizie frammentarie, montava l’incredulità per un evento inconcepibile: il ponte principale che collega levante e ponente della città, una infrastruttura fondamentale della viabilità della regione, è crollato. 

A poco a poco arrivano le notizie: le tremende immagini del vuoto che si è improvvisamente aperto sotto decine di auto che quella mattina lo attraversavano per ragioni di lavoro o di vacanza, i nomi delle 43 vittime innocenti di quell’assurda catastrofe. 

Ci si chiede, ci siamo chiesti con rabbia e sconcerto nei giorni successivi al 14 agosto 2018 , come sia possibile che i dirigenti di una primaria società concessionaria di un bene pubblico fondamentale come le autostrade, con la complicità di esponenti del competente Ministero, decidano di ignorare le basilari regole di diligenza nello svolgimento delle loro funzioni.

Giovedì, 16 luglio, a Genova, a conclusione di un lungo e complesso processo, è stata letta la sentenza di primo grado che ha condannato 32 esponenti di Autostrade per l’Italia, della società deputata ai controlli  Spea e del Ministero  delle Infrastrutture a pene detentive importanti. Ma sin da subito fu chiaro che il crollo del ponte Morandi è stato il risultato di decine di anni di incuria e di avidità da parte della società concessionaria per l’esercizio di quel tratto autostradale, ASPI appunto, e dei suoi azionisti, principalmente la società holding della famiglia Benetton. 

Erano infatti note le problematiche strutturali del ponte e cionostante furono omesse, volutamente e per decenni, le necessarie verifiche e manutenzioni. Non solo sul ponte del resto: l’intera tratta autostradale già oggetto della concessione ai Benetton è oggi, a partire  dal crollo del ponte, interessata da continui interventi manutentivi di gallerie e viadotti, interventi che per molto tempo non sono stati effettuati e sono oggi a carico della società tornata in mano pubblica. 

Ci si chiede, ci siamo chiesti con rabbia e sconcerto nei giorni successivi al 14 agosto 2018 , come sia possibile che i dirigenti di una primaria società concessionaria di un bene pubblico fondamentale come le autostrade, con la complicità di esponenti del competente Ministero, decidano di ignorare le basilari regole di diligenza nello svolgimento delle loro funzioni; accettino  di anteporre la distribuzione di ingenti utili ai loro azionisti  rispetto alla tutela  dei cittadini utenti dell’autostrada; incassino da quegli stessi cittadini un fiume di ricavi, senza tuttavia offrire loro condizioni minime di sicurezza. 

La storia del crollo del ponte Morandi sarà scritta nelle motivazioni della sentenza di ieri del Tribunale di Genova, che verranno depositate nei prossimi mesi. Ma vi è anche una lezione più generale, collettiva da trarre: l’incuria, l’ignavia, il disprezzo per i diritti degli utenti, l’avidità degli azionisti e il servilismo dei funzionari che in questa storia si incarnano devono essere fonte di riflessione e di vergogna per tutto il paese. Si tratta infatti  di  un clamoroso esempio negativo di gestione della cosa pubblica,  fin da quando, nel 1999, il governo D’Alema, con Bersani Ministro dell’Industria,  assegna  la concessione autostradale ad un gruppo imprenditoriale operante nel settore dell’abbigliamento. 

Nel 2007 sotto il governo Prodi viene concluso un accordo con Autostrade per l’Italia che prevede il  prolungamento della concessione fino al 2038; nel 2008 l’accordo viene modificato dal governo Berlusconi, riducendo i controlli a carico del concessionario e inserendo disposizioni tanto favorevoli agli azionisti di Autostrade che il decreto viene definito  “Salva Benetton”. Tra l’altro, vengono previste in quella sede penali esorbitanti a carico dello Stato per il caso di revoca della concessione, con la conseguenza che, in sede di trattativa nel 2020 per  il trasferimento di Autostrade alla Cassa Depositi e Prestiti e l’uscita dei Benetton, questi ultimi ottengono il versamento di circa 7 miliardi di euro di denaro pubblico. 

In aggiunta ai circa 14 miliardi di euro di dividendi incassati nel periodo di operatività della concessione.

In questa vicenda terribile, per le vittime e per il paese tutto, la costante presenza del Comitato dei parenti delle vittime ha tenuta viva l’aspettativa di giustizia dei cittadini italiani; mentre le 43 luci che illuminano il nuovo ponte disegnato da Renzo Piano e realizzato in tempi brevissimi indicano la strada per  un’Italia più civile.

Nata a Milano il 22 ottobre 1956, è sposata e ha due figli. Avvocato civilista, è iscritta a Libertà e Giustizia dal 2002, e nell’ambito dell’associazione si è occupata soprattutto di temi attinenti il funzionamento del servizio giustizia e la disciplina dell’informazione in Italia

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