Il 3 gennaio 2027, a mezzogiorno, il nuovo Congresso dovrà riunirsi a Washington. Ma chi controllerà la Camera? Se la maggioranza dipendesse da pochi collegi ancora impigliati tra riconteggi, ricorsi e certificazioni rinviate? E se verifiche e cause legali si concentrassero nei collegi apparentemente conquistati dai democratici? È uno scenario estremo. Ma meno remoto di quanto sembri.
Donald Trump non può permettersi di perdere le elezioni di midterm. Una Camera conquistata dagli avversari diventerebbe il luogo del blocco, delle inchieste e forse di un nuovo impeachment. Eppure il presidente non è riuscito finora a imporre per legge le nuove regole elettorali che chiede. Quelle che, come ha detto il 4 luglio, permetterebbero ai Repubblicani di “non perdere più un’elezione per cento anni”.
Il SAVE America Act, con la prova documentale della cittadinanza e la stretta sul voto postale, è passato alla Camera ma non ha superato il Senato, bloccato da una brillante operazione di ostruzionismo parlamentare ordita dai Democrstici. Trump ha provato ad agire per decreto, ma l’offensiva è stata fermata dalle solite toghe rosse.
La Casa Bianca ha scelto allora altre leve: fondi federali, archivi amministrativi, pressioni sui funzionari, controllo delle agenzie che assistono gli Stati. Qui raccontiamo una parte di questa strategia. Quella che si prepara ora, ma si scatenerà quando le urne chiuderanno.
Diversamente dalle presidenziali, le elezioni per il Congresso non producono un solo risultato nazionale da certificare entro una data precisa. Sono centinaia di gare, ciascuna con i propri conteggi, controlli e ricorsi. Se il meccanismo si inceppa nei collegi decisivi, una vittoria può restare sospesa abbastanza a lungo da gettare un’ombra sulla maggioranza e perfino sull’apertura del nuovo Congresso.
Per capire come, bisogna entrare per qualche minuto nel retrobottega delle elezioni americane. Non è il posto più allegro dove trascorrere l’estate, ma è lì che si decide chi può pronunciare le parole decisive: l’elezione è finita, l’ultimo voto è stato contato.
Far parlare un quadratino
Nel 2000 George W. Bush conquistò la Florida, e con essa la presidenza, per 537 voti su quasi sei milioni. Il governatore dello Stato era suo fratello Jeb. Non dimostrava nulla, naturalmente. Ma non aiutava a spegnere i sospetti.
In molte contee si votava con schede perforate. L’elettore infilava uno stilo accanto al candidato e staccava un minuscolo quadratino, il chad. Almeno in teoria. A volte restava appeso per un angolo. Altre lasciava soltanto un’ammaccatura.
Gli scrutatori esaminavano le schede controluce per stabilire se un hanging chad o un dimpled chad esprimesse davvero una scelta. Più che un riconteggio, sembrava un dotto seminario sull’intenzione dell’elettore.
A Palm Beach arrivò la butterfly ballot, la scheda a farfalla. I nomi erano distribuiti su due pagine, con i fori in mezzo. Doveva renderli più leggibili, ma li rese più confusi. Molti elettori convinti di scegliere il Democratico Al Gore finirono su Pat Buchanan, un candidato di una formazione conservatrice minore; altri, avendo capito l’errore, votarono due volte e annullarono la scheda. Secondo una ricerca successiva, oltre duemila democratici scelsero Buchanan per errore: quattro volte il margine finale di Bush.
Le contee adottavano criteri diversi per giudicare le schede ambigue. Il riconteggio arrivò alla Corte Suprema, che lo fermò il 12 dicembre, ritenendo che non ci fosse più tempo per stabilire regole uniformi prima della scadenza prevista per la convocazione dei grandi elettori. Bush rimase avanti di 537 voti. Gore concesse, per non delegittimare le elezioni nella più grande democrazia del mondo.
In quel caso l’elezione finì perché qualcuno stabilì che il tempo per controllare era finito. Nelle midterm non esiste una sola scadenza nazionale che chiuda insieme tutte le gare. Ogni collegio segue il proprio percorso. Il sospetto può viaggiare lentamente, una contea alla volta.
La carta non basta
Oggi quasi tutto il voto americano lascia una traccia cartacea. Nel sistema più comune l’elettore annerisce una casella e inserisce la scheda in uno scanner. Altrove sceglie su uno schermo e la macchina stampa il voto. Il vecchio apparecchio che inghiottiva la preferenza e conservava soltanto un dato digitale è ormai raro.
La carta permette di controllare le macchine. Ma non fa miracoli. Non elimina ad esempio la domanda su cosa debba essere contato. In alcuni sistemi l’elettore legge la lunga lista di nomi che ha scelto (si vota contemporaneamente per il Congresso, per i governatori, per i legislativi statali, per i giudici e i procuratori locali, per gli sceriffi…), mentre lo scanner interpreta un codice a barre per lui indecifrabile. Se i due dati non coincidono, quale vale?
A questo servono gli audit. Non si riconta tutto: si estrae un campione di schede e lo si confronta con il risultato dello scanner. Se torna, il controllo si chiude. Se compaiono differenze, si allarga. È una buona procedura. Il problema nasce quando una discrepanza incapace di cambiare il vincitore diventa il motivo per aprire un altro controllo, poi un altro ancora.
La riconciliazione
C’è poi la “riconciliazione” tra il numero delle persone che hanno votato e quello delle schede conteggiate. Sembra contabilità, ma politicamente conta molto.
I funzionari confrontano firme, schede distribuite e voti finiti nell’urna. Registrano i fogli rovinati, quelli sostituiti, i voti provvisori, le buste postali respinte. I numeri non coincidono sempre al primo colpo. Qualche elettore ha firmato, ma poi è andato via senza votare; qualcun altro ha rovinato la scheda e ne ha chiesta una nuova.
Sono scarti da ricostruire, non la pistola fumante. Se però la coincidenza perfetta diventa una condizione per certificare, anche una differenza minima può trattenere il risultato e spedirlo in tribunale.
Un archivio fuorviante
La Casa Bianca vuole inoltre che gli Stati usino SAVE, il Systematic Alien Verification for Entitlements. Non è un’anagrafe elettorale. Serve a verificare lo status migratorio o la cittadinanza di chi chiede determinati benefici pubblici.
Un cittadino naturalizzato può risultare ancora straniero in un archivio non aggiornato. Un cambio di nome dopo il matrimonio può non coincidere tra banche dati. In una pratica amministrativa un dato incerto produce un ritardo. Si chiedono documenti aggiuntivi, si aspetta che vengano prodotti. Usato come filtro elettorale, può escludere dal voto chi non riesce a chiarire le cose in tempo prima della scadenza. Il dubbio non cade più sull’archivio. Cade sul cittadino.
Seguire i soldi
Non potendo ancora cambiare la legge, la Casa Bianca prova a cambiare gli incentivi. Il Department of Homeland Security ha legato una parte dei fondi federali concessi agli Stati per la sicurezza interna e la preparazione antiterrorismo — programmi da circa 1,1 miliardi di dollari — all’adozione delle procedure elettorali indicate dall’amministrazione.
Il punto non sono tanto le singole misure, quanto il metodo. Per orientare l’organizzazione delle elezioni vengono usati finanziamenti nati per tutt’altro scopo.
Il Dipartimento di Giustizia aumenta intanto la pressione sui funzionari statali. Trump ha rimosso gli ultimi membri democratici della Election Assistance Commission, l’agenzia bipartisan che assiste gli Stati e certifica i sistemi di voto. La commissione aveva frenato l’introduzione della prova documentale di cittadinanza nel modulo nazionale di registrazione.
Insomma: la legge madre che dovrebbe garantire 100 anni di vittorie resta bloccata. L’amministrazione interviene sui soldi, sui dati e sulle persone che dovranno dichiarare concluso il voto.
Il 3 gennaio
È qui che il disegno prende forma. Nel 2020 Trump tentò di delegittimare un’unica elezione nazionale. E sappiamo cosa successe il 6 gennaio del 2021 quando il Congresso si riunitper certificare la vittoria di Biden. Alle prossime midterm la contestazione non sarà così spettacolare, perché non c’è un V Day da rispettare. Ma può diventare capillare: collegio per collegio, deputato per deputato, settimana dopo settimana. È a questo che si stanno preparando decine di studi legali ingaggiati dai Repubblicani in tutto il paese.
Il nuovo Congresso si riunirà il 3 gennaio. Se uno Stato non avrà ancora certificato il vincitore di una gara, quel nome potrà mancare dall’elenco iniziale dei deputati eletti. Con una maggioranza larga sarebbe un inconveniente. Con pochi voti di scarto, alcuni collegi sospesi possono pesare sull’elezione dello Speaker e sull’avvio della Camera. Non occorre tenere fuori per sempre i deputati avversari. Può bastare che la nuova maggioranza nasca tardi, incompleta e già accusata di essere illegittima. Nel frattempo il sospetto avrà fatto il suo lavoro.
Trump non deve convincere tutta l’America che le midterm siano state truccate. Gli basta riattivare nella sua metà del paese il sospetto che il sistema non sia credibile quando lo dichiara sconfitto.
Una democrazia vive anche del momento in cui chi ha perso riconosce che la partita è finita. Questa volta la sfida potrebbe giocarsi sull’ultimo voto: quello con cui si decide di smettere di contare.

