Il nuovo sondaggio Bidimedia mostra un calo sensibile dei due partiti di maggioranza che più sostengono la riforma della caccia.
Fratelli d’Italia perde lo 0,9% e scende al 26,7%, tra i dati peggiori degli ultimi anni. La Lega cede un altro 0,3%, attestandosi al 5,7%.
Quanto a Forza Italia, compagine da cui cominciano ad arrivare le maggiori perplessità e critiche al testo, il risultato è invece di stabilità (7,3%).
L’opposizione alla riforma della caccia è pressoché totale. La quasi totalità della popolazione, tutte le forze di opposizione, parte delle forze e degli elettori di maggioranza, la totalità delle associazioni, il mondo scientifico, il mondo della cultura e dello spettacolo, la Commissione europea, le componenti tecniche del Ministero dell’ambiente eccetera eccetera.
I contenuti della riforma non hanno grandi chance di reggere alla prova dei fatti: violazioni comunitarie, violazioni costituzionali, previsioni ingestibili come il pasticcio sui pareri scientifici, totale incostistenza della questione “controllo faunistico”.
Non solo: l’aspetto più rilevante, in questa vicenda, è il solco scavato sotto il profilo del conflitto sociale. La rabbia, il risentimento, l’indignazione suscitati dalla proposta di riforma sono massivi e profondi e segnano probabilmente un punto di non ritorno.
È difficile immaginare, da parte del mondo venatorio italiano, un errore più grave, un autogol più clamoroso di questo. Al fine di ottenere cose che non potranno essere tenute (caccia a febbraio, roccoli e richiami vivi, riduzione delle aree protette) rischiano di perdere tutto.
Perché, allora, il governo va avanti?
Va avanti per via di un patto di sangue sottoscritto con Coldiretti, gli armieri e tutto un mondo attiguo e circostante, finalizzato ad obiettivi molto diversi tra loro e persino in contrasto. Esempio: il rafforzamento della caccia privata da un lato e il rilancio della caccia alla “migratoria” dall’altro.
Situazioni contraddittorie per molti aspetti ma che nella riforma trovano accoglienza comune, in quella che un tempo si chiamava “eterogenesi dei fini”.
Entrambe le cose violano il diritto comunitario e la Costituzione. Governo e maggioranza lo sapevano e lo sanno, così come sapevano di trovare opposizione, salvo non aspettarsi una reazione potente come quella che si sta verificando. Credevano che per raggiungere il traguardo sarebbero bastati il decisionismo, i numeri schiaccianti parlamentari e il trucchetto linguistico del controllo faunistico (“Parliamo del problema dei cinghiali così convinciamo la gente”).
E invece no.
Nei decenni scorsi il mondo venatorio ha più volte tentato di stravolgere la legge 157, fallendo. Mai, però, aveva toccato vette così alte di insipienza tattica e strategica.
Anche questo è segno del declino inesorabile, numerico e soprattutto culturale, della caccia italiana, che nessuna riforma, e meno che mai un orrore quale il testo Lollobrigida/Malan, potrà minimamente arrestare.

