Tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre 2026, la crisi abitativa ha occupato il centro della scena politica spagnola. A innescare la mobilitazione è stato lo sfratto di María del Carmen Abascal, un’anziana che viveva da circa settant’anni nella stessa abitazione nel centro di Madrid. Dopo il cambio di proprietà dell’immobile, il canone mensile richiesto sarebbe passato da circa 500 euro a 2.650, successivamente ridotti a 1.650. Una vicenda individuale è diventata così il simbolo di una condizione sempre più diffusa: l’impossibilità di continuare ad abitare nei luoghi nei quali si è costruita la propria vita.
Le proteste si sono estese a oltre cinquanta città. A Madrid la stima ufficiale ha indicato circa 70.000 partecipanti, mentre gli organizzatori ne hanno rivendicati 500.000; tra le richieste avanzate è comparsa anche quella di uno sciopero generale per il diritto alla casa. Contemporaneamente, il Congresso ha respinto i due decreti con i quali il governo di Pedro Sánchez intendeva rafforzare la protezione dagli sfratti, prorogare alcuni contratti di locazione e introdurre limiti alle operazioni speculative. La casa è divenuta così uno dei principali terreni del conflitto politico spagnolo.
Quasi contemporaneamente, il voto del 20 settembre 2026 a Berlino ha visto l’affermazione di Die Linke, guidata da Elif Eralp, con il 25,7% dei consensi. Al centro del suo programma vi è una politica incisiva per la casa: contenimento degli affitti, costruzione di nuovi alloggi accessibili e maggiore controllo pubblico sui grandi patrimoni immobiliari. Pur essendo ancora legata alla formazione della nuova coalizione, la sua candidatura alla guida della città conferma che l’abitare è ormai tornato al centro anche del confronto politico nelle grandi capitali europee.
Dietro le mobilitazioni spagnole ci sono trasformazioni strutturali. Nel secondo trimestre del 2026 i prezzi delle abitazioni in Spagna erano cresciuti del 12,2% rispetto all’anno precedente; quelli delle case usate del 12,9%. Nell’agosto dello stesso anno il canone medio richiesto aveva raggiunto 15,1 euro al metro quadrato. Già nel 2024, il 28,1% degli inquilini che pagavano un affitto di mercato destinava alla casa più del 40% del reddito disponibile, contro una media europea del 19,2%.
Il caso spagnolo assume quindi un significato che oltrepassa i confini nazionali. Mostra che la questione abitativa non riguarda più soltanto le persone in condizioni di povertà estrema, ma coinvolge giovani, lavoratori, studenti, famiglie monoreddito, anziani, persone separate e nuclei con redditi ordinari che non riescono più a sostenere i costi del mercato. Quando la distanza tra redditi e prezzi dell’abitare supera una determinata soglia, la casa cessa di essere un problema settoriale e diventa una questione generale di cittadinanza, coesione sociale e funzionamento delle città e mancanza di un diritto.
È quanto sta avvenendo, con forme differenti, in gran parte dell’Europa. Dal 2013 i prezzi delle abitazioni nell’Unione europea sono aumentati di oltre il 60%, mentre i canoni medi di locazione sono cresciuti di circa il 20%. Tra il 2018 e il 2024 le locazioni brevi sono aumentate del 93%, esercitando un’ulteriore pressione sull’offerta residenziale nelle città turistiche e nelle aree maggiormente attrattive. La Commissione europea stima che, per rispondere alla domanda, occorrerebbe costruire ogni anno circa 650.000 abitazioni in più rispetto agli 1,6 milioni oggi realizzati.
La crisi non dipende tuttavia soltanto da una carenza quantitativa di case. In molti Paesi esiste un patrimonio abitativo consistente, ma una parte di esso è vuota, sottoutilizzata, localizzata nei territori interessati dal declino demografico oppure destinata a usi turistici e finanziari. Il problema riguarda dunque la disponibilità effettiva degli alloggi, la loro localizzazione, la qualità, il costo e le condizioni alle quali vengono immessi sul mercato.
È in questo passaggio che la questione abitativa incontra quella urbana. L’abitazione non è soltanto uno spazio privato, ma il punto dal quale si accede al lavoro, alla scuola, alla salute, alla mobilità e alle relazioni sociali. Come ha osservato Bernardo Secchi, la città può attenuare le disuguaglianze oppure riprodurle attraverso la distribuzione degli alloggi, dei servizi e della qualità ambientale1. La distanza tra la città dei ricchi e quella dei poveri non è soltanto economica: è anche spaziale e determina opportunità di vita differenti. Del resto, le disuguaglianze e la povertà, anche abitativa, hanno costituito una condizione strutturale dello sviluppo economico avviatosi con la Rivoluzione industriale, secondo una dinamica di lungo periodo ancora oggi riscontrabile nei processi di urbanizzazione, come sostiene Romeo Farinella nel suo recente volume dedicato alle città disuguali2
La finanziarizzazione del mercato immobiliare ha accentuato questa frattura. L’abitazione viene considerata sempre più frequentemente come un bene patrimoniale, una fonte di rendita o un asset finanziario e sempre meno come un bene d’uso. La distinzione proposta da David Madden e Peter Marcuse tra housing as home e housing as real estate descrive efficacemente questa tensione: da una parte la casa come luogo dell’abitare e della riproduzione sociale, dall’altra la casa come investimento e capitale immobiliare3.
Il ritorno della questione abitativa impone quindi un cambio di prospettiva. Non basta domandarsi quante abitazioni debbano essere costruite. Occorre stabilire quali abitazioni servano, per quali persone, in quali territori, a quali costi e con quali dotazioni sociali, energetiche e ambientali. La casa deve tornare a essere considerata un’infrastruttura sociale e una condizione materiale della cittadinanza.
In Italia questa esigenza si confronta con una lunga fase di indebolimento dell’intervento pubblico. Il decentramento delle competenze avviato alla fine degli anni Novanta e consolidato con la riforma del Titolo V ha attribuito un ruolo crescente a Regioni, Comuni e Aziende Casa, senza essere accompagnato da una capacità nazionale altrettanto stabile di programmazione e finanziamento. Dopo la stagione dei grandi programmi del secondo dopoguerra, l’azione pubblica è divenuta progressivamente più frammentata e intermittente, mentre al mercato è stata affidata una funzione prevalente nella produzione e nella distribuzione dell’alloggio.
Quando la politica rinuncia per troppo tempo a governare il mercato abitativo, la crisi riemerge sotto forma di sfratti, esclusione urbana, rinvio dell’autonomia dei giovani, impoverimento delle famiglie e conflitto sociale. La casa torna allora al centro non perché sia comparso improvvisamente un nuovo problema, ma perché sono diventate visibili le conseguenze di politiche insufficienti e di squilibri accumulati nel tempo.
È su questo terreno che deve essere misurato il recente Piano Casa italiano. Il recupero degli alloggi pubblici inutilizzabili costituisce una scelta necessaria, ma l’obiettivo di circa 100.000 abitazioni in dieci anni appare ancora limitato rispetto alle dimensioni della domanda e non equivale, da solo, a una politica strutturale dell’abitare.
Il ricorso all’housing sociale, all’edilizia convenzionata e agli investimenti privati può ampliare l’offerta, ma un alloggio scontato rispetto al mercato non è automaticamente accessibile a chi dispone di redditi bassi o discontinui. Senza un incremento stabile dell’ERP, un sostegno organico alla locazione e una capacità pubblica di governare il suolo e la rendita, il Piano rischia di rispondere molto parzialmente alle esigenze emerse.
La vicenda spagnola rappresenta allora un avvertimento: la casa torna al centro del conflitto sociale quando la politica rinuncia troppo a lungo a governarla. Anche l’Italia ha bisogno non di una successione di interventi temporanei, ma di una politica abitativa nazionale, continuativa e adeguatamente finanziata.


Domenico Gallo