In alcuni articoli usciti sulla stampa nazionale ed europea in questi giorni si ricorda Anna Politkovskaja, la giornalista russa indipendente uccisa il 7 ottobre di vent’anni fa.
Nella sua patria non ci sono commemorazioni. Però qualcuno a Mosca la ricorda e ha affisso una nuova targa commemorativa in suo onore vicino all’ingresso dell’edificio dove fu uccisa. In questi vent’anni, le targhe commemorative della reporter sono state più volte divelte o vandalizzate. Solo dalla metà di gennaio, la targa è stata distrutta più di 20 volte, ma sempre ripristinata dagli attivisti.
Per quanto riguarda l’inchiesta sull’omicidio le autorità russe arrestarono e condannarono alcune persone accusate di essere gli esecutori pratici dell’omicidio, ma non sono mai stati trovati i mandanti. Secondo numerose ricostruzioni fu qualcuno molto in alto nel regime russo a ordinare l’omicidio.
Mentre questo delitto fuori dalla Russia è trattato come un assassinio sconvolgente e come la prova della brutalità del regime di Putin, dentro al paese è presentato come un brutto caso di cronaca del passato che però è stato risolto: la questione è chiusa, senza ripercussioni politiche. Questo anche se nel 2023, ricorda un articolo de il Post, Putin ha dato la grazia a Sergej Chadzikurbanov, una delle persone condannate per l’omicidio della reporter: una clemenza accordata per aver combattuto in Ucraina, approfittando di un meccanismo che gli aveva permesso di arruolarsi dal carcere come detenuto, sistema che era utilizzato soprattutto dalla brigata Wagner all’inizio del conflitto per armare truppe da mandare in Ucraina.
La Politkovskaja era molto scomoda per il regime per le sue inchieste sui crimini della Russia in Cecenia e su altri scandali che riguardavano Putin in persona.
Anche Novaya Gazeta, il giornale indipendente e contrario a Putin in cui Politkovskaja pubblicava i suoi reportage, è stato colpito dalla repressione. Dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, il giornale ha smesso di uscire su carta e il suo sito è stato bloccato in Russia anche se la redazione continua a lavorare e ad aggiornare il sito (raggiungibile dall’estero) e i social media.
In particolare sulla Cecenia e sulla strage di Beslan, del primo settembre 2004, la Politkovskaja aveva avuto un ruolo in termini di informazione molto attivo.
Ricordiamo che dopo tre giorni di assedio nella scuola di Beslan nell’assalto finale 385 persone vennero uccise, tra di loro 154 erano bambini.
La giornalista non era potuta andare sul posto perché, mentre era in corso il sequestro, era stata avvelenata sul volo per Rostov ( si salvò miracolosamente) ma in seguito collaborò con Marina Litvinovic, ex responsabile dell’immagine di Putin. Avevano scritto un libro in cui si legge che un uomo arrestato quattro ore prima dell’assedio aveva avvertito la polizia del piano. Avvertimento ignorato. Le due donne dimostrarono che Putin non aveva alcuna intenzione di attivarsi per prevenire gli attacchi terroristici, tantomeno per risolvere le emergenze in modo pacifico. Semmai, enfatizzava la propria reputazione sulla determinazione a far fuori i terroristi, sintonizzando sulla ferocia percepita dall’opinione pubblica.1
Le ultime informazioni sulla strage accaduta in Israele il 7 ottobre del 2023 e sul comportamento omissivo di Netanyahu ci ricordano proprio il metodo Putin.
Ogni volta che pensiamo a Putin ed alla Russia cerchiamo di ricordarci che abbiamo a che fare con un criminale nei cui confronti Il 17 marzo 2023, la Corte Penale Internazionale (CPI) con sede all’Aja ha emesso un mandato di arresto ufficiale ritenendolo penalmente responsabile dei crimini di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina .
E ricordiamo Anna Politkovskaja che ha pagato con la vita il suo coraggio civile.
- vedi il blog di Leonardo Coen, giornalista e scrittore, Anna Politkovskaja, prima vittima del ‘metodo Putin ↩︎


Luigi Manconi