Riportiamo l’ntervento letto da Rory dal palco del 25 aprile a Bergamo a nome della rete No Kings e dell’equipaggio di terra della Global Sumud Flotilla di Bergamo.

Care cittadine, cari cittadini,

siamo la rete No Kings e l’equipaggio di terra della Global Sumud Flotilla di Bergamo.
Dobbiamo dirlo subito, chiaramente, senza vergogna e senza giri di parole: siamo equipaggio di terra contro le ingiustizie, contro le guerre, contro l’oppressione, contro il cinismo di chi guarda il dolore umano come se fosse un dettaglio secondario.

Siamo qui per sostenere le operazioni della Flotilla, per dare forza a chi prova a rompere l’assedio, per dire che la solidarietà è una scelta concreta, politica, organizzata, quotidiana, esattamente come la scelta degli italiani e delle italiane che si sono opposte a Mussolini.

Perché Il 25 aprile è parte viva del presente.

Il 25 aprile ci chiede da che parte stiamo quando ci sono popoli sotto assedio, persone deportate, migranti rinchiusi nella “Fortezza Europa”, diritti sospesi, guerre normalizzate, governi come il nostro che agitano il tema della sicurezza mentre producono paura e ingiustizia.

Il 25 aprile è la festa di chi ha detto no al fascismo, all’occupazione, alla violenza di Stato, alla cancellazione della dignità umana.

E noi, oggi, diciamo no con la stessa chiarezza a tutto ciò che assomiglia a quella logica: alle guerre di sterminio, ai muri, ai CPR, alle zone rosse, alla repressione del dissenso, al massacro in Ucraina e al genocidio in Palestina, alla Fortezza Europa, alla disumanizzazione dei poveri e dei perseguitati.

Oggi non siamo qui solo per fare memoria, per ripetere formule imparate a scuola o per mettere una corona di fiori e tornarcene a casa. Siamo qui per fare una cosa molto più scomoda: guardare in faccia il nostro presente, misurarlo con il 25 aprile e chiederci, con onestà brutale, se stiamo rispettando davvero l’eredità di chi ha combattuto il nazifascismo, come avrebbero voluto Bruno, La Cocca e tutti i nostri partigiani e partigiane.

Il 25 aprile è il giorno in cui l’Italia celebra la Liberazione dal nazifascismo, l’insurrezione popolare e partigiana del 1945 contro l’occupazione tedesca e il regime fascista di Salò.
È una festa nazionale, ma non è una festa neutra: è una festa che nasce da una scelta di campo, la scelta di chi ha deciso che obbedire non bastava più, che bisognava disobbedire a leggi ingiuste, occupare fabbriche, salire in montagna, organizzare la Resistenza armata e civile.

Se questo giorno ha ancora senso, non può essere un rito vuoto. Deve essere una lente con cui guardiamo le leggi di oggi, i decreti di oggi, le guerre di oggi, i morti di oggi. E con quella lente, cosa stiamo vedendo oggi?

Parlo dell’ultimo decreto sicurezza del governo Meloni, il pacchetto di leggi che in nome della “legalità” stringe ancora di più il cappio attorno al diritto di protestare, di manifestare, di esprimere dissenso.
La parola “sicurezza” sembra bella, chi può essere contro la sicurezza?
Ma la domanda è sempre la stessa: sicurezza di chi, contro chi, per cosa?
Se la sicurezza serve a proteggere chi lavora, chi studia, chi non arriva a fine mese, chi scappa dalle guerre, allora ben venga.
Ma se la sicurezza diventa la scusa per colpire chi alza la testa, chi sciopera, chi occupa una piazza, chi blocca una strada per dire “così non va”, allora non è più sicurezza: è repressione.
Il nuovo decreto sicurezza, approvato in Parlamento contro il parere di gran parte delle organizzazioni sociali e degli esperti di diritti umani, introduce nuovi reati e aggravanti proprio contro chi protesta, mettendo nel mirino anche la cosiddetta “resistenza passiva”, e viene definito da osservatori giuridici come Antigone «il più grave attacco alla libertà di protesta degli ultimi decenni».

Cosa vuol dire “resistenza passiva”? Vuol dire, in pratica, che anche chi si siede per terra, chi si lega a un cancello, chi si mette in mezzo alla strada senza usare violenza, ma semplicemente rifiutandosi di spostarsi, può essere trattato come un criminale, come uno che minaccia l’ordine pubblico. Così si manda un messaggio preciso: non osate disturbare il manovratore, non osate rallentare il traffico, non osate mettere i vostri corpi davanti a un cantiere o a un palazzo istituzionale.
Non difende la libertà di tutti, ma il potere di pochi.

Dentro questo pacchetto c’è un’altra parola che abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene: “zone rosse”.
Le zone rosse di oggi sono pezzi di città, quartieri, piazze, strade in cui alcune persone non possono entrare, non possono sostare, non possono vivere la città come tutti gli altri.
Come funziona? Fino a ieri, misure del genere potevano essere applicate solo a chi era stato condannato con sentenza definitiva per determinati reati. Cioè, serviva un giudice, un processo, una prova.
Oggi, con il nuovo decreto, basta molto meno: può bastare una denuncia, anche senza processo, oppure essere considerati “pericolosi” in modo vago, sulla base di segnalazioni, perché si è già partecipato a manifestazioni, perché si è “noti” alle forze dell’ordine.
Vuol dire che se partecipi a un corteo, ti identificano, qualcuno ti denuncia perché non gradisce la tua presenza, da quel momento puoi trovarti interdetto da alcune zone della tua città. In quelle zone, la polizia può perquisirti sul posto, può trattenerti fino a dodici ore “per accertamenti”, può impedirti di raggiungere la manifestazione. Tutto questo prima ancora che tu abbia commesso un reato, sulla base di un sospetto, di una previsione,

C’è un filo rosso che lega tutto questo. 

Il decreto sicurezza è l’ultimo passo di un cammino iniziato da tempo: dai decreti contro i soccorsi in mare a quelli contro i “rave”, dalle norme contro i poveri nelle grandi città alle strette su migranti, attivisti climatici, sindacalisti.
Ogni volta il meccanismo è lo stesso. Si prende un fatto di cronaca e lo si gonfia fino a farlo diventare un’emergenza nazionale.
Su quella emergenza si costruisce una legge speciale, più dura, più estrema delle altre.
Poi quell’emergenza passa, ma la legge resta, e piano piano ridisegna il confine tra ciò che è permesso e ciò che è proibito.
Il governo Meloni parla continuamente di “legalità” e “ordine”, ma molto meno di giustizia sociale, di diritti sul lavoro, di lotta alle disuguaglianze.

È una torsione autoritaria che passa anche dal linguaggio.
Gli studenti che occupano una scuola diventano “delinquenti”. Gli attivisti climatici diventano “ecoterroristi”. Chi blocca una strada contro una guerra è accusato quasi di essere complice dei nemici della patria.

Il 25 aprile ci impone di dire no a questa normalizzazione.
Di ricordare che la democrazia non è un favore concesso dall’alto, ma una conquista dal basso. Che i diritti non sono un regalo, ma il risultato di lotte dure, spesso sanguinose.
Che se li diamo per scontati, li perderemo.
Qualcuno potrebbe obiettare: «Sì, ci sono queste derive, ma alla fine viviamo in una democrazia, votiamo, abbiamo un Parlamento, siamo in Europa, non esageriamo».


Ecco, parliamo di Europa.
L’Unione europea nasce, almeno nelle dichiarazioni, proprio come risposta alle guerre del Novecento, ai fascismi, ai nazionalismi assassini.
Nasce dicendo: mai più guerra tra paesi europei, mai più totalitarismi, mai più stermini di massa tollerati in nome della “ragion di Stato”.
Eppure questa Europa che si presenta come spazio di pace e di diritti spesso si comporta come un club di potenze che difendono prima di tutto i propri interessi economici, geopolitici, militari.
Quando conviene, la parola “democrazia” viene agitata come una bandiera.
Quando non conviene, si chiudono gli occhi.

Lo vediamo sul tema dei migranti, dove l’Europa si è trasformata in una fortezza che scarica su paesi terzi la “gestione” delle persone in fuga, pagando regimi e governi autoritari perché facciano il lavoro sporco di fermare, rinchiudere, respingere.
Lo vediamo sulle politiche economiche, dove spesso le scelte vengono prese più in incontri a porte chiuse tra capi di governo e lobbisti che nei Parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo.


La democrazia non è solo mettere una scheda nell’urna ogni cinque anni. È poter incidere sui processi decisionali, è avere media liberi e pluralisti, è garantire sindacati forti, movimenti sociali indipendenti, spazi di critica non criminalizzati.
Quando tutto questo si restringe, quando le decisioni cruciali vengono prese da pochi e presentate agli altri come “inevitabili”, la democrazia si riduce a un involucro.

Il nodo più brutale, però, è la guerra. 

L’Europa che “ripudia la guerra” a parole, nella pratica è sempre più dentro le guerre altrui: vende armi, stringe alleanze militari, partecipa a missioni, arma un fronte “amico” contro un fronte “nemico”. Che cos’è rimasto del “mai più guerra” scritto nei nostri principi, se i bilanci militari esplodono, se gli accordi industriali per produrre carri armati e missili vengono salutati come “opportunità di sviluppo”, se chi chiede cessate il fuoco viene spesso trattato come un ingenuo o, peggio, come un complice dei nemici?

Ed eccoci al tema che brucia di più: il rapporto tra Unione europea e Israele, soprattutto alla luce di quello che accade in Palestina e nei paesi vicini.
Esiste un accordo tra Unione Europea e Israele che regola commercio, cooperazione economica, ricerca e relazioni politiche. Questo accordo è stato vergognosamente confermato pochi giorni fa. In pratica, Israele è un partner privilegiato: ha accesso a condizioni e vantaggi che non tutti i Paesi hanno.
Da sempre, e in modo ancora più grave nell’ultimo periodo, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha portato avanti operazioni militari e politiche di occupazione che hanno prodotto crimini di guerra, uccisioni di civili, donne e bambini, distruzione diffusa, uso della fame come strumento di pressione e discriminazioni strutturali contro la popolazione palestinese. Questi fatti non sono denunciati solo da attivisti, ma anche da organismi internazionali, agenzie ONU e tribunali.

E allora: cosa fa l’Europa?
Quando si tratta di agire, si ferma. Rimanda. Dice che non è il momento.
Ancora una volta, il Consiglio europeo, grazie al voto della Germania e dell’Italia ha deciso di non sospendere l’accordo.
Non sono bastati anni di guerra, le stragi di civili, l’espansione delle colonie illegali, il blocco degli aiuti umanitari.
Non sono bastate le restrizioni contro le ONG né l’escalation militare anche fuori dai territori palestinesi, come in Libano.
Nonostante tutto, l’accordo resta.

Tradotto in modo semplice: di fronte a bombardamenti, occupazione, assedi e migliaia di morti, l’Unione Europea, Italia in primis, ha scelto di mantenere rapporti privilegiati con il governo Netanyahu, responsabile di queste politiche. E questa decisione è passata anche e soprattutto grazie al voto dell’Italia. 

Significa che lo stesso Paese che oggi dovrebbe celebrare la Liberazione continua, allo stesso tempo, a sostenere relazioni politiche ed economiche con un governo accusato di violare il diritto internazionale.
Significa anche che l’Europa, quando parla di diritti e valori, non applica sempre gli stessi criteri.

Qui sta il punto: i doppi standard.
Un’Europa – e un’Italia – che punisce alcuni Stati e ne protegge altri. Che condanna certi crimini e ne tollera altri. Che decide cosa è accettabile non in base ai fatti, ma anche agli interessi politici ed economici.

Qualcuno potrebbe dire: ma perché parlare di Palestina, di Libano, di Netanyahu, di Europa, il 25 aprile? Perché mettere insieme il decreto sicurezza e l’accordo Ue-Israele?
Non stiamo confondendo le cose? 

No, non le stiamo confondendo.

Il 25 aprile è la festa di un popolo che si è liberato da un’occupazione militare e da un regime che discriminava, perseguitava, sterminava.
È la giornata di chi ha detto: non accettiamo che qualcuno decida che alcuni hanno diritti e altri no, che alcuni possono vivere e altri devono sparire.
È la giornata di chi ha guardato in faccia l’orrore dei campi di concentramento, delle stragi di civili, dei rastrellamenti, e ha detto: mai più.
Se oggi accettiamo che per i palestinesi non valga il “mai più”, che per i migranti annegati nel Mediterraneo non valga il “mai più”, che per chi protesta contro le guerre non valga il “mai più”, allora stiamo svuotando quella promessa.

La stiamo trasformando in un ricordo commovente, ma inutile.
Il filo rosso  tra i decreti sicurezza di Meloni e l’Europa che salva i rapporti con il governo Netanyahu è questo: in entrambi i casi, si sceglie il caos contro la giustizia, la forza contro i diritti, l’obbedienza contro il coraggio. In entrambi i casi, si manda un messaggio: chi sta in basso deve stare zitto, chi soffre si arrangi, chi protesta si prenda le sue sanzioni, le sue zone rosse, le sue bombe sulla testa.

Come ci insegna la Cocca, che ci manca come l’aria, una cosa che non dobbiamo dare per scontata è questa: la Resistenza è stata, prima di tutto, disobbedienza.

Disobbedienza a leggi che erano formalmente “legali”, ma profondamente ingiuste.
Quando si dice che “bisogna rispettare sempre la legge”, bisognerebbe aggiungere: ma la legge deve rispettare i diritti umani, altrimenti non è degna di obbedienza.

Chi ha combattuto il fascismo non era “in regola” con le leggi fasciste.
Stampare giornali clandestini era illegale.
Aiutare un perseguitato a fuggire era illegale.
Sabotare un treno militare era illegalissimo.
Eppure quelle azioni hanno cambiato la storia.
Dunque non accettiamo come “naturali” leggi che colpiscono chi difende i diritti.
Non accettiamo decreti sicurezza che puniscono la resistenza passiva e le manifestazioni.
Non accettiamo accordi internazionali utilizzati per coprire crimini di guerra.

Chi oggi organizza una Flotilla per chiedere il cessate il fuoco, chi blocca una strada per chiedere una legge sul clima, chi sciopera contro una guerra, sta facendo un pezzo di resistenza civile.
Se la Repubblica nata dalla Resistenza non riconosce il valore di questo, tradisce se stessa.

Perché quando la memoria è vera ci obbliga a scegliere.
Non possiamo ricordare i partigiani la mattina e votare a favore dei loro nemici la sera.
Non possiamo commuoverci davanti alle foto delle fosse comuni e poi chiudere gli occhi davanti alle fosse comuni di oggi, siano esse in Ucraina, in Palestina,  nel Mediterraneo o in qualsiasi altra parte del mondo.

Il 25 aprile non ci chiede di essere eroi.
Ci chiede di non essere complici.
Ci chiede di non dire «non sapevamo», perché oggi sappiamo.
Abbiamo, in Italia, le immagini dei CPR, mentre in Palestina un genocidio in mondovisione.

Se scegliamo di ignorarle, è una presa di posizione.
Ogni volta che una manifestazione viene trattata come un problema di sicurezza invece che come una domanda di giustizia, ogni volta che un governo “amico” viene giustificato mentre bombarda civili, ogni volta che si dice «non è il momento» di sospendere un accordo come quello Ue-Israele, si prende una posizione.
Ed è una presa di posizione contro lo spirito del 25 aprile.

Ci vuole coraggio per dire “no” quando tutti ti dicono che è “inevitabile”, che «non ci sono alternative«, che «così va il mondo».
È lo stesso coraggio che hanno avuto i partigiani quando hanno detto “no” al fascismo in un tempo in cui sembrava invincibile.
Oggi dire no alle guerre non significa essere ingenui, o pacifinti, come vuole farci passare l’estremo centro (tra parentesi: siamo tutti fortemente a fianco del popolo Ucraino)
Significa avere capito che ogni bomba che cade su un bambino, su una madre, su un anziano, cancella un pezzo della nostra umanità, non solo del loro paese.

In conclusione.

Oggi, 25 aprile, lo dobbiamo tenere a mente: la Resistenza non è finita.
Non è finita perché non sono finite le ingiustizie, non sono finite le occupazioni, non sono finite le guerre, non sono finite le discriminazioni.
È cambiata forma, ma non sostanza.

La buona notizia è che non siamo pochi.
In questi mesi, in questi anni, abbiamo visto tantissime persone riempire le strade: per la pace, per il clima, per i diritti dei lavoratori, per la giustizia sociale, per la Palestina, per l’Ucraina, contro la violenza di genere.
Quelle piazze sono il volto vivo del 25 aprile.
Sono l’eredità più vera della lotta partigiana.

A chi governa ribadiamo: potete provare a chiudere quelle piazze con le zone rosse, con le multe, con i decreti sicurezza.
Potete provare a farci paura.
Ma non riuscirete a cancellare l’idea che ci è stata consegnata da chi ha combattuto il nazifascismo: l’idea che nessun potere è intoccabile, che nessuna legge è sacra se calpesta la dignità umana, che nessuna alleanza giustifica un crimine.

A noi, qui, oggi, spetta un compito semplice e difficilissimo allo stesso tempo: tenere insieme memoria e lotta.
Il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre resistenza.

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