La vittoria del No al referendum del 22/23 marzo è andata oltre le più ottimistiche previsioni. Il distacco dal Sì è stato di più di sette punti percentuali e di circa due milioni di voti sia nel dato italiano sia in quello complessivo comprendente l’estero. Basti pensare che fino a meno di due mesi fa il Sì era dato in vantaggio del 20% e la quasi totalità delle televisioni e dei principali giornali nazionali ne davano il successo per scontato. Poi il No ha cominciato gradualmente a risalire fino ad arrivare alla vigilia del voto alla pari o leggermente al di sopra. Quali le ragioni? Innanzitutto la formazione dei Comitati per il No, da “È giusto dire No” promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati, al Comitato della società civile per il No, sostenuto dalla CGIL, da moltissime associazioni e dai partiti di opposizione e diramatosi rapidamente in tutte le Province e in tantissime località, il Comitato degli avvocati per il No. Né va dimenticato il Comitato dei quindici “volenterosi” che a fine anno hanno lanciato la raccolta delle firme per la richiesta popolare di referendum raggiungendo in poco più di venti giorni l’obiettivo della 500mila sottoscrizioni e scompaginando il tentativo del Governo di sottoporre al voto un quesito che non indicava neppure gli articoli costituzionali soggetti a modifica com’è doveroso per una legge di revisione della Costituzione.
Ma soprattutto la rimonta del No è derivata dalla capacità di un numero crescente di elettori di cogliere le ragioni fondamentali che imponevano di battersi per respingere la legge Meloni/Nordio. Questa era solo il primo passo, che si pensava fosse il più facile in quanto fondato sull’addebito alla magistratura del malfunzionamento della giustizia, in direzione di un cambiamento drastico della seconda parte della Costituzione, che ne avrebbe pregiudicato principi fondamentali a cominciare da quello della separazione dei poteri. E l’assalto alla garibaldina alla Costituzione è stato dimostrato dall’approvazione a maggioranza del testo uscito dal Consiglio dei ministri senza alcuna modificazione e quindi senza confronto con le opposizioni e con la società civile e riducendo il Parlamento a un organo di ratifica della volontà del Governo, divenuto vero titolare del potere di revisione costituzionale. A seguire l’esecutivo ha fissato il prima possibile la data del referendum e escluso la possibilità di votare per i cinque milioni di fuori sede (studenti, lavoratori, malati) con la penosa giustificazione della mancanza dei tempi tecnici, che nascondeva il timore che si trattasse di elettori in maggioranza potenziali sostenitori del No. Alla vittoria del Si dovevano fare seguito l’approvazione di una nuova legge elettorale, come quella antidemocratica e incostituzionale presentata prima dello svolgimento del referendum; il Premierato, per Meloni “madre di tutte le riforme”, tale da dare al capo del Governo plebiscitato dal popolo il dominio sul Parlamento e nei confronti del Presidente della Repubblica; l’autonomia differenziata alla Calderoli volta ad attribuire a quattro regioni del Nord nuove competenze e risorse a scapito di tutte le altre. Con il No la maggioranza dei cittadini ha nuovamente dimostrato, come aveva fatto con la riforma Berlusconi e con quella Renzi, di voler difendere la Costituzione ritenendola non modificabile nei suoi principi e regole essenziali e piuttosto da attuare nei suoi valori di democrazia, libertà, giustizia, lavoro e pace.
La seconda ragione della vittoria del No è derivata dall’esatta comprensione del contenuto della legge che dietro lo specchietto per le allodole della “divisione delle carriere” andava a modificare la natura del pubblico ministero, non più magistrato chiamato a tenere conto anche delle prove a discarico di indagati e imputati, ma inquisitore interessato solo alla loro condanna, e soprattutto smantellava il governo autonomo della magistratura garante della sua indipendenza e autonomia, dividendo in tre il Consiglio superiore della magistratura e sostituendo all’elezione il sorteggio dei magistrati componenti, un metodo antidemocratico estraneo allo standard europeo e che affidava al caso la scelta di membri togati non rappresentativi né responsabili e in quanto isolati più esposti ai condizionamenti esterni di politica, poteri forti, interessi privati. Meloni e Nordio, con il codazzo di Bartolozzi e di altri esponenti della maggioranza, hanno tentato in ogni modo di delegittimare la magistratura ricorrendo all’insulto e alla denigrazione al fine di evitare che il Governo fosse soggetto al controllo di legalità e i magistrati fossero indeboliti e intimiditi di fronte alla politica.
La vittoria del No è stata accentuata dalla notevole partecipazione popolare al voto (il 58,93% sul territorio nazionale), superiore a quella di tutti i referendum costituzionali precedenti, ad eccezione di quello del 2016 sul progetto Renzi dove l’affluenza aveva toccato il 65,47%. Una partecipazione inaspettata, derivante in particolare dalla presa di coscienza di milioni di elettori, tra i quali molti giovani e anche un buon numero di chi in passato aveva disertato le urne. Il No ha vinto in 18 regioni e province autonome su 21, in tutte ad eccezione di Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Veneto, e con maggioranze schiaccianti in molte regioni meridionali, e significative in Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna, Liguria, Lazio, Piemonte Marche, e si è affermato in tutti i ventuno capoluoghi di regione, toccando il record del 75,5% a Napoli. Decisivo è stato il voto giovanile, calcolato al 61% di NO nella fascia tra i 18 e il 34 anni. Va poi sottolineato che la campagna referendaria ha dato vita ad una nuova partecipazione civica e popolare che è andata oltre i risultati elettorali dei partiti di opposizione nelle ultime elezioni politiche ed europee. Su questa partecipazione sociale e sulla rete dei comitati occorrerà fare leva in futuro per le battaglie contro i progetti antidemocratici della destra e per costruire una credibile alternativa politica. E in direzione dell’apertura verso la società e della costruzione di un programma concreto ispirato ai valori costituzionali devono muoversi i partiti di opposizione che hanno partecipato alla campagna referendaria anziché lasciarsi bloccare dalla scelta del leader della coalizione.


Massimo Giannini