Due anni fa, dopo le elezioni europee, in occasione dell’approvazione della nuova Commissione UE presieduta da Ursula Von Der Leyen, emerse una maggioranza politica di centro-sinistra in apparenza simile a quelle delle legislature precedenti. Riunendo Popolari europei (PPE), Socialisti (SD) e Liberali (Renew), con l’appoggio esterno dei Verdi (Greens), la nuova maggioranza, subito battezzata “Ursula”, aveva, almeno agli inizi, rassicurato quanti temevano l’irrompere della destra e dell’estrema destra in ruoli decisivi all’interno del Parlamento europeo. Un timore di lunga data, che nelle legislature precedenti aveva portato alla creazione informale di un “cordone sanitario” per evitare che queste forze potessero incidere sul funzionamento del Parlamento. Disponendo di più di 361 voti – dunque della maggioranza assoluta rispetto ai 720 membri del Parlamento, necessaria per le decisioni più rilevanti sul piano politico e legislativo – la “maggioranza Ursula” sembrava proteggere il Parlamento sia da tempeste interne che da possibili contagi derivanti dai cambiamenti di maggioranza nei governi dei suoi Stati membri.
Niente di più illusorio. Fin da subito, ci si rese conto che fra i gruppi non sarebbe stato possibile definire un programma politico che potesse orientare la nuova Commissione, mentre quest’ultima negoziava abilmente un proprio programma anche con gruppi esterni alla maggioranza, come i Conservatori europei (ECR), allora presieduti da Giorgia Meloni.
Il voto di approvazione da parte della “maggioranza Ursula” della nuova Commissione si rivelò ben presto un trompe l’oeil, anche perché il PPE, gruppo di maggioranza relativa, fece capire fin da subito agli smarriti Socialisti, Liberali e Verdi che, in assenza di un programma politico comune, non si sarebbe fatto scrupolo di cercare anche fuori dalla maggioranza i voti per realizzare le proprie priorità. A prima vista, sembrava l’annuncio di quella che gli italiani avevano conosciuto come “politica dei due forni” di andreottiana memoria: la libertà del partito di maggioranza relativa di attingere voti tanto a destra che a sinistra, a seconda delle disponibilità a sostegno delle proprie priorità. Si sarebbe trattato di un caso di pragmatismo sgradevole, ma in definitiva comprensibile nel gioco politico.
L’obiettivo del PPE si è invece rivelato un altro: sostituire la “maggioranza Ursula” di centrosinistra con una “maggioranza Giorgia” di destra-estrema destra. Per conseguire questo risultato, bisognava controllare in primo luogo il funzionamento del ciclo politico interno al Parlamento europeo, e in secondo luogo il ciclo “esterno”.
Il primo obiettivo è stato raggiunto facilmente, occupando i posti chiave nel funzionamento dell’istituzione, dalla presidenza del Parlamento a quella delle Commissioni parlamentari determinanti nel processo legislativo. Grazie al “sistema D’Hondt”, che premia i gruppi più numerosi, e a un’evidente arrendevolezza degli altri gruppi durante il primo periodo della maggioranza Ursula, il PPE ha ottenuto quanto voleva. Persino sul piano amministrativo il gruppo poteva, e può tuttora, contare sul sostegno dei vertici dell’amministrazione, grazie alle nomine effettuate dall’attuale segretario generale del Parlamento e dal suo predecessore Klaus Welle (a suo tempo già segretario generale del gruppo PPE).
Il secondo obiettivo era far diventare le priorità del PPE non solo le priorità del Parlamento europeo ma della stessa Commissione e dello stesso Consiglio europeo.
Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle. Ma a favorirne la realizzazione vi erano, e vi sono, alcune condizioni esterne, quali il fatto che, se la Commissione appare certo più visibile, è pur sempre sottoposta alla non-sfiducia del Parlamento europeo, e quindi chi controlla il Parlamento controlla la Commissione. Assunto che si dimostrerà in occasione dei velleitari voti di sfiducia che ebbero luogo nei mesi successivi, spazzati via soprattutto dalla reazione granitica del PPE. Quanto all’influenza del PPE sul Consiglio europeo, non si esercita attraverso il gruppo parlamentare ma attraverso il partito, che però, guarda caso, ha lo stesso presidente del Gruppo parlamentare: Manfred Weber.
Alla prova dei fatti, se anche si può dubitare di chi sia il vero autore dei documenti politici discussi fra i membri del PPE prima delle riunioni del Consiglio europeo, resta l’evidenza che questi potranno avere un “ritorno” sulla attività delle altre istituzioni (Parlamento e Commissione compresi).
È da non sottovalutare la scelta strategica di cumulare nella stessa persona la carica di presidente del gruppo e del partito. Così facendo, Manfred Weber si è di fatto scelto il ruolo di deus ex machina del ciclo politico europeo, creando un potenziale effetto domino a livello delle istituzioni e mostrando una visione di gran lunga più ambiziosa di quella degli altri gruppi politici dell’assemblea.
Se si passa ai contenuti, basta ricordare che lo slogan iniziale del PPE si riassumeva icasticamente nel sostegno di maggioranze che fossero pro Unione europea, pro Rule of Law e pro Ucraina. Obiettivi pienamente condivisibili, finché non si scendeva nei dettagli delle scelte conseguenti. Nel manifesto elettorale del PPE, infatti, venivano declinati con formule che definire reticenti e ambigue sarebbe un eufemismo. Se da un lato quel documento promuove l’eliminazione di lacci e lacciuoli all’economia, dall’altro sembra ignorare che un mercato senza frontiere richiede in ogni caso (Draghi e Letta docent) norme comuni europee a tutela degli operatori economici e degli stessi cittadini. Se il manifesto del PPE pone, giustamente, l’accento sulla sicurezza, in particolare riguardo a minacce esterne, sembra poi ignorare che questa deve essere costruita, come prevede l’art. 3 del Trattato, in sinergia con misure a tutela della libertà e della giustizia, per rispettare i principi dello Stato di diritto e il carattere democratico dell’UE.
Ma è alla prova dei fatti che il comportamento del gruppo si rivela in palese contraddizione con l’obiettivo di sostenere maggioranze a favore dell’Unione europea e dei valori dell’Unione. In diverse occasioni, come è apparso con chiarezza anche dai resoconti della stampa, il PPE non ha subito, ma ha deliberatamente cercato il sostegno dei gruppi di destra-estrema destra, che sono per definizione e per scelta dichiarata contrari alla costruzione europea.
Basti ricordare che proprio grazie al loro supporto, e spesso con i voti contrari degli altri gruppi della defunta “maggioranza Ursula”, si è proceduto, con il sostegno della stessa Commissione, all’indebolimento della trasparenza legislativa attraverso farraginosi “omnibus” che hanno ribaltato le logiche dei blocchi delle politiche europee. A ciò si aggiunga lo svuotamento della politica di trasparenza e di accesso ai documenti, fino ad accettare perfino che il Parlamento abbia un limitato accesso alle informazioni confidenziali. Allo stesso modo si è proceduto allo smantellamento progressivo della politica ambientale avviata nella legislatura precedente; alla persecuzione delle organizzazioni della società civile, anche quando suppliscono a carenze delle istituzioni in materia di partecipazione al processo decisionale, specie in campo ambientale o migratorio; all’indebolimento delle norme in materia di protezione dei dati e al parziale smantellamento dell’Agenda digitale per assecondare le richieste di oltre-atlantico; allo svuotamento delle norme della Carta dei diritti fondamentali e dei Trattati relative alla libertà di circolazione dei cittadini, al diritto di asilo e al divieto di espulsioni. Hanno, a tal proposito, sollevato ampie proteste da parte della società civile le recenti norme in fase di finalizzazione relative ai cosiddetti “paesi sicuri” e alle condizioni di rimpatrio (rectius “espulsione”) approvate con maggioranze di oltre 400 voti, che permetteranno quindi di indurire le già gravi condizioni previste nei testi del Consiglio.
A una simile campagna demolitoria si aggiungono la carenza di norme a tutela dei diritti delle persone in campo sociale e l’inesistenza di un quadro di protezione dei diritti e di accesso alla giustizia per le categorie più vulnerabili, con ciò contraddicendo il ripetuto mantra della protezione della Rule of Law in seno alla UE.
A colpire maggiormente, tuttavia, è che tutti questi fenomeni richiederebbero una governance europea che il gruppo PPE si guarda bene dal sostenere, per compiacere i membri del partito al governo nei diversi Stati membri. Questa mancata assunzione di responsabilità viene mascherata dalla moltiplicazione di interventi e di spese per le agenzie europee, quasi che il governo di politiche sopranazionali si potesse affidare a strutture di tipo amministrativo. Si colloca in questa prospettiva la richiesta del PPE di portare gli affettivi dell’agenzia europea delle frontiere Frontex a 30.000 funzionari.
La domanda sorge spontanea: come si può contrastare una deriva che parte ormai dall’istituzione eletta direttamente dai cittadini, quando la durata della legislatura è fissata nei Trattati e quindi, sino alle prossime elezioni, i cittadini non potranno incidere direttamente sull’attività dei gruppi? In primo luogo, agendo indirettamente, attraverso i propri rappresentanti, in particolare nel gruppo PPE, che ha di fatto cambiato le carte in tavola, in contrasto con una tradizione che da Adenauer e De Gasperi sino a Martens ne aveva fatto uno dei più convinti promotori della costruzione europea.
Un’altra linea d’azione politica consisterebbe nel ridare voce alle delegazioni nazionali più progressiste in seno al gruppo PPE, come quella belga e maltese, limitando l’influenza del Partido popular spagnolo, che ha portato a livello europeo la contrapposizione nazionale al governo Sanchez. Sarebbero poi da de-germanizzare almeno in parte le priorità del PPE, oggi guidato di fatto dalle esigenze di Weber, Von der Leyen e Merz, che molto spesso navigano a vista tenendo in poco conto le esigenze degli altri paesi membri.
Da ultimo, resta pur sempre “un giudice a Lussemburgo” a limitare i danni e raddrizzare almeno in parte i misfatti di un legislatore europeo sempre meno interessato a tutelare i diritti fondamentali. Senza dimenticare che ricorrere alle strategic litigations o a formule di collective redress – ricorsi collettivi – può sembrare l’ultima spiaggia, ma gli effetti possono comunque essere determinanti.


Annalisa Cuzzocrea