DANIELA PADOAN: LA DEMOCRAZIA SENZA CONFLITTO È UN OSSIMORO

DANIELA PADOAN: LA DEMOCRAZIA SENZA CONFLITTO È UN OSSIMORO

di Daniela Padoan, saggista e Presidente di Libertà e Giustizia. Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa di domenica 10 dicembre 2023.

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L’abitudine alle guerre di cui siamo spettatori passivi, assieme alle retoriche di patria e di ordine utilizzate da un governo che in poco più di un anno ha introdotto quindici nuovi reati o fattispecie di reato – più di uno al mese, di cui otto già entrati in vigore – sta costruendo un modo di pensare, sentire, schierarsi e argomentare che si riversa nel discorso pubblico, nell’informazione, nell’istruzione, nella dialettica politica, con il rischio di ridurre chi dissente a nemico, o perlomeno a sospetto. La raffigurazione più recente di una “ordinaria modalità di controllo preventivo per garantire la sicurezza” è stata l’identificazione di chi, alla Scala – tempio della musica ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e inaugurato da Arturo Toscanini al rientro dal lungo esilio cui lo aveva costretto il fascismo – ha gridato, tra gli applausi, ciò che costituisce il sottotesto della nostra Costituzione: “Viva l’Italia antifascista”. 

Fra i caratteri costitutivi dell’autoritarismo c’è, scriveva il politologo Juan Linz, l’insofferenza verso ogni limite all’esercizio del potere, ma manifestazione degenerativa dell’autorità legittima è anche un uso della forza statuale che rischia di declinarsi unicamente in repressione, politiche securitarie, militarizzazione della società, criminalizzazione del dissenso. Il governo in carica ha esordito con un decreto che punisce chi partecipa a un rave con una condanna dai tre ai sei anni: un’enormità lunare, se si pensa che la pena per banda armata va dai tre ai nove anni. Ha poi dichiarato lo stato d’emergenza nazionale sull’immigrazione. Da ultimo, ha approvato il cosiddetto ddl sicurezza che, tra decine di provvedimenti, introduce “una fattispecie aggravata per colui che imbratta o deturpa” beni mobili e immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche; “aggrava la pena prevista per il delitto di istigazione a disobbedire alle leggi, se è commesso al fine di far realizzare una rivolta all’interno di un istituto penitenziario”; prevede un reato che punisce con la  da uno a sei anni lo straniero che, durante il trattenimento presso i centri per il rimpatrio o altre strutture per richiedenti asilo, compia “atti di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti dalle autorità” – azioni, dunque, compiute da persone rinchiuse senza aver commesso reato, alle quali verrebbe precluso ciò che ci hanno insegnato il Mahatma Gandhi, Andrej Sacharov, Martin Luther King, Vaclav Havel. “Per il solo fatto di partecipare alla rivolta, la pena è della reclusione da uno a quattro anni”. 

Soglia dopo soglia, abbiamo visto introdurre espressioni come “guerra globale ai trafficanti”, o “reato universale” per il contrasto della gestazione eterologa, o, ancora, “ecoterroristi” per designare giovani ecologisti che ben presto si sono ritrovati a fronteggiare, in perfetta solitudine, incriminazioniper associazione a delinquere. Abbiamo assistito all’attacco diretto al diritto di sciopero, con l’uso sistematico della precettazione, persino in occasione della proclamazione di uno sciopero generale: un fatto senza precedenti nella storia repubblicana.
E quando, lo scorso 25 novembre, centinaia di migliaia di donne sono scese in piazza protestando non solo contro i fidanzati e i mariti che uccidono le fidanzate e le mogli, ma contro un sistema di potere che elimina i corpi, simbolicamente e fisicamente – anche quelli degli incidenti sul lavoro, anche femminili – alcuni giornali sono arrivati a parlare di «linguaggio brigatista» da parte di Non Una di Meno, che ha organizzato la manifestazione e rivendicato la protesta davanti alla sede di Pro Vita. A dimostrazione del fatto che sul patriarcato si sta giocando una questione profonda, che mette in gioco l’amministrazione statuale del potere sui corpi, dall’interruzione di gravidanza al reato di tortura, dalle istituzioni totali, a cominciare dai manicomi, alla criminalizzazione del dissenso. Ma se urli uno slogan, se scrivi su un muro, se stracci un volantino, se esponi un cartello che contesta o irride l’esecutivo, non sei un criminale. 

Se il rapporto tra ordine pubblico e libertà di manifestazione pubblica del dissenso – delicatissimo per gli equilibri interni di un sistema democratico – inclina immediatamente dalla parte del crimine senza che questo costituisca scandalo, a essere in gioco è la libertà di espressione. Accettare la retorica per cui conflitto equivale a violenza significa compartecipare alla perdita della mediazione necessaria al mantenimento della democrazia.

Il dissenso, la protesta, non sempre possono essere educati; a volte sono ironici, certamente sono liberi, e hanno necessità di canali di espressione e di luoghi di ascolto, perché quando il conflitto viene soffocato, compresso, criminalizzato, diventa scontro. La democrazia senza conflitto è un ossimoro: è la possibilità del suo esercizio a permetterci di percorrere il sentiero stretto tra autorità e libertà. 
Lo scorso marzo, mentre la Francia era infiammata dalle proteste contro l’allungamento dell’età pensionabile, la presidente del Consiglio venne scortata sul palco del congresso nazionale della Cgil, ma le delegate che ne contestavano la presenza, con una straordinaria invenzione simbolica, disposero sotto quel palco una sorta di assemblea di pelouche, infantili e potentissimi atti di accusa che richiamavano i pelouche deposti pochi giorni prima accanto alle salme dei piccoli naufraghi di Cutro. Nulla di più inoffensivo, nulla di più chiaro nel rovesciamento. 

Al suo nascere, il fascismo non fu preso sul serio. Fino al 1924, scriveva Piero Calamandrei, resse la “generosa illusione della libertà che si difende da sé, come una forza di natura. Non fu viltà o debolezza, fu disorientamento ed errore di gente onesta e civile». Nello stesso disorientamento ed errore, secondo Calamandrei, incorsero le democrazie europee, incapaci di vedere che in Italia si insediava una «anemia critica», una «stomachevole uniformità di tutti i giornali», una «ributtante retorica, tracotante e menzognera, penetrata come un contagio», che aveva «reso insopportabile alle persone di buon gusto perfino il titolo di certi giornali e a che a taluno faceva preferire di stare una settimana senza notizie piuttosto che insudiciarsi le mani ad aprire uno di quei fogli immondi». Quell’inizio poté contare su una generale transigenza, una disposizione all’accomodamento, un distogliere lo sguardo, un assentire a un linguaggio che prometteva forza dove c’era debolezza, che toglieva l’ossigeno della libertà. Dal grido di una sola persona, alla Scala, è nata un’onda che ci dice che storia e memoria continuano a scorrere in noi, e l’omaggio unanime tributato alla presenza luminosa di Liliana Segre nel palco reale, alla sua testimonianza e al suo ruolo di senatrice a vita, sta a dirci che non è possibile deturpare la libertà che ci è stata consegnata dai nostri padri e dalle nostre madri costituenti.

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