«Il» e «la» non due articoli, ma due potenti simboli

«Il» e «la» non due articoli, ma due potenti simboli

Che genere di linguaggio è il linguaggio di genere? Attenzione, non è un gioco di parole, ma una cosa seria. Prendiamo il caso di “il” e “la”, due innocui articoli determinativi: indicano che il nome è usato in modo preciso, determinato. Questo in apparenza, in realtà sono simboli potenti. Possono rappresentare una posizione politica, una volontà di affermazione, un diritto costituzionale, una questione sociale, una distinzione tra vecchio e nuovo, un problema grammaticale, una moda, un trend. Avanti così e chi più ne ha più ne metta. Ma indietro no, indietro non si torna.

Le donne hanno conquistato un articolo determinativo e non lo vogliono mollare: ridicolo? Mica tanto: ne sono fiere perché indica il loro ruolo. Laura Boldrini è stata la presidente della Camera che fece cambiare il genere della sua carta intesta in occasione dell’insediamento a Montecitorio. Alcune invece preferiscono sottolineare il fatto di essere al posto degli uomini in aula e sul podio, forse per timore che non sia sufficiente essere delle donne nel mondo di oggi, oppure per sfiducia nelle proprie capacità o in se stesse. Questo almeno è il risultato del loro atteggiamento.

Ricordiamo, in campi diversi, il presidente del Senato nella passata legislatura Maria Elisabetta Alberti Casellati e il direttore d’orchestra Matilde Venezi, che peraltro non disdegna il pop, né la pubblicità di prodotti per capelli dove agita fluenti chiome. Altre non si riconoscono nelle scelte linguistiche della tradizione femminista di marca anglosassone, introdotta in Italia nel 1986 da Alma Sabatini (al tempo delle Pari opportunità del governo Craxi) ed esprimono la propria diversità attraverso scelte di immediata evidenza.

E’ il caso di donna Giorgia, nuova presidente del Consiglio che vuole essere chiamata “il”. L’Accademia della Crusca, con un bilanciamento prudenziale, in un primo tempo promuove “la” presidente, ma due giorni dopo ci ripensa e approva “il” presidente, dichiarandolo “corretto”. E sbaglia chi si affretta a liquidare la cosa come una grande sciocchezza. A confermarlo è proprio la diatriba suscitata dalle affermazioni del/della presidente Meloni: il presidente per l’appunto o il Presidente, che afferma il suo ruolo di potere, il suo egotismo. La sguattera non avrebbe avuto la stessa fortuna linguistica: nessuno si sarebbe accapigliato per una sguattera o uno sguattero, che in definitiva hanno la fortuna di possedere, se non altro, un chiaro segno di genere alla fine del termine che li definisce.

Nell’incertezza dei tempi per Meloni occorrerà dunque uno schwa? Neppure questo è corretto: usando lo schwa ci si rivolge a una moltitudine mista, e il Capo o la capa è cosa, anzi persona, ben diversa da una moltitudine tantomeno mista. Piuttosto ne è l’esatto contrario. Nelle descrizioni più comuni “il” è solipsista, sessista, liberista, destroso, fascista; “la” invece è collettivista, avanguardista, ambientalista, sinistrorsa, comunista. Una vera coppia diabolica: amici-nemici, esempio perfetto degli opposti che si attraggono.

Del resto indicare (e individuare) una parte politica da un articolo – maschile per la destra e le donne di destra, femminile per la sinistra e le donne di sinistra – comporta indicizzare un genere e una posizione non solo politica, ma anche sociale e sessista, machista o femminista. Oppure indicizzare un’esclusione di genere, ennesima sopraffazione del politically correct. E’, insomma, la confusione delle lingue.

Altrettanto accade per la libertà di stampa e di espressione, che è qualcosa di diverso rispetto a un articolo determinativo: quanta ce n’è? Per i giornalisti uomini e donne non è facile adeguarsi all’attualità quotidiana e farlo oltretutto a suon di fanfare. Perché uscire dalle consuetudini del maschile e femminile non significa adeguarsi. E adeguarsi non vuol dire neppure comportarsi da lecchino/a. Indicizzare invece significa mettere nell’indice; ma mettere all’indice vuol dire giudicare e, di conseguenza, escludere e proibire. Di questo adesso occorre ricordarsi.

 

Il manifesto, 27 ottobre 2022

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