AL REFERENDUM DICO “NO” PER DIFENDERE LA CARTA

AL REFERENDUM DICO “NO” PER DIFENDERE LA CARTA

Un’abbondante maggioranza assoluta di deputati e senatori, ma non i due terzi, ha votato a favore della riduzione di un terzo del numero di parlamentari in entrambe le Camere. Non importa sapere chi ha votato per convinzione e chi per convenienza, ma è legittimo chiedere ai parlamentare del Partito democratico perché, dopo tre voti contrari, hanno deciso di passare al voto favorevole.

La risposta può benissimo essere che il governo è più importante di quel particolare elemento costituzionale che è il numero dei parlamentari. Potrebbero anche dire che si sono convinti che è opportuno risparmiare i soldi del contribuente. Motivazione rispettabile anche se, naturalmente, criticabile: meno parlamentari non significa automaticamente parlamentari migliori. Potrebbero dire che meno parlamentari saranno più efficienti. Approveranno più leggi in tempi più brevi. Anche questa motivazione mostra la corda per due ragioni.

Da un lato, tutti si lamentano che le leggi in Italia sono troppe. Dunque, non si capisce perché dovremmo volere un Parlamento snello che approvi più leggi. Dall’altro, è noto, o dovrebbe esserlo, che quasi il 90 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Elevato o ridotto che sia, il numero dei parlamentari non fa differenza anche perché, comunque, il governo otterrà quello che vuole attraverso il ricorso alla deprecabile e deprecata decretazione d’urgenza sulla quale la riforma che procede alla riduzione del numero dei parlamentari non ha niente da dire. In effetti, la semplice riduzione del numero dei parlamentari non implica praticamente nulla se non, ma qui il discorso diventa più complesso, qualche problema per due compiti che i “buoni” parlamentari dovrebbero svolgere: dare rappresentanza politica agli elettori, alle loro preferenze e esigenze, interessi e ideali, e controllare quello che il governo fa, non fa, fa male.

Soltanto in piccola parte questi due compiti dipendono dal numero dei parlamentari, ma, certamente, un numero ridotto implica che molti parlamentari saranno più oberati da compiti che richiedono presenza, preparazione, tempo. Ci saranno aggiustamenti, annunciano i sostenitori della riforma. Dopo l’approvazione definitiva seguirà una nuova legge elettorale che consentirà, ma questo non lo dice nessuno, migliori modalità di elezione dei parlamentari. Di per sé, deve subito essere chiarito, non è affatto vero che qualsiasi legge elettorale risolva il rebus di una buona equilibrata capillare rappresentanza politica.

Da quel che so non è la versione, cioè, lo stravolgimento, della legge elettorale tedesca di cui si discute, che produrrà rapporti migliori in termini di ascolto, di presa in considerazione, di apprendimento e, soprattutto, di responsabilizzazione (accountability) degli eletti e, di conseguenza, di aumento del potere degli elettori. Incidentalmente, la quantità e la qualità di questo potere dovrebbe essere il criterio dominante per valutare la bontà di una legge elettorale. Infine, non è vero che siamo insoddisfatti soprattutto dal cattivo funzionamento del Parlamento italiano.

Dovremmo, comunque, rinunciando all’antiparlamentarismo preconcetto, stilare dei criteri condivisi per dare sostanza al nostro scontento. Quello che ci preoccupa o dovrebbe preoccupare sono i cruciali rapporti fra Parlamento e governo (e viceversa). Se la riduzione del numero dei parlamentari avesse un senso forte, volesse davvero incidere sullo snodo più importante, decisivo delle democrazie parlamentari i suoi sostenitori dovrebbero affermare che con meno parlamentari quei rapporti migliorerebbero da tutti, o quasi, i punti di vista, in particolare: lealtà, disciplina, trasparenza, valorizzazione del ruolo dell’opposizione. Il silenzio su questi aspetti mi sembra molto inquietante.

Ancora più inquietante, mi è, però, parsa la motivazione del deputato del Partito democratico Stefano Ceccanti. Non ne ricordo il dissenso quando il suo gruppo parlamentare per tre volte votò “no”. Avendo acrobaticamente espresso il suo “sì” alla quarta votazione, Ceccanti ha prodotto come argomentazione dominante quella che, dopo tanto immobilismo costituzionale, la riduzione del numero dei parlamentari, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, aprirebbe una breccia (nella Costituzione). Più di trent’anni fa, fu il grande giurista e storico delle istituzioni, anche senatore della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, Gianfranco Miglio, a sostenere la necessità di uno sbrego alla Costituzione italiana. Poiché non gradisco gli sbreghi e non credo che sia opportuno sbrecciare la Costituzione italiana, meglio votare No.

Il Fatto Quotidiano, mercoledì 26 agosto 2020

1 commento

  • Si potrebbe scegliere una Terza via evolutiva per andare oltre gli strilli vuoti del Sì e le deboli ragioni del NO, adottando la Riforma Monocamerale dei proff Ferrara e Rodotà quale estremo tentativo di eccellente qualità ed efficacia, da mettere in campo con la massima urgenza per provare a ribaltare una sconfitta molto probabile.

    Una Riforma Monocamerale in grado di soddisfare tutta la cittadinanza nelle sue diverse attese e desideri:
    – sia chi vuole tagliare i seggi
    – sia chi vuole risparmiare sulla politica (oltre 2,5 miliardi a legislatura, ma solo per effetto collaterale)
    – sia chi vuole razionalizzare i lavori parlamentari eliminando una inutile camera paritaria e ripetitiva unica al mondo, con la sua enorme produzione di inutile burocrazia
    – sia chi vuole mantenere una puntuale rappresentanza territoriale mantenendo 630 seggi e quindi un rapporto eletti/cittadini rappresentati al di sotto di 1/100mila, considerato congruo/ottimale
    – sia chi vuole salvaguardare la centralità del Parlamento e lo Spirito Originale ed Autentico della Costituzione, che non stanno in una forma bicamerale paritaria ripetitiva anacronistica, che il 20 luglio scorso faceva scrivere su Repubblica a Luciano Violante, già Presidente della Camera: “Il bicameralismo ripetitivo…è mortificante per la dignità istituzionale del Parlamento.”

    Una Riforma quindi, in grado di ricompattare la società nell’eredità lasciataci da un grande giurista che godeva di una stima generalizzata, Costituente Europeo in rappresentanza del governo italiano.

    Ed anche di spazzare via il M5S, ultimo nucleo di mediocrità ad occupare il Parlamento, figlio di un “vaffa” rabbioso, miseramente tradito nella sua essenza di cambiamento, per un compiaciuto e divertito esercizio del potere…

    Paolo Barbieri, socio Circolo di La Spezia

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