Alessandro Pace: Noi del No, silenziati e abbandonati addirittura dalla Cgil

16 Lug 2016

 

 

Abbiamo peccato di inesperienza. A raccogliere le firme erano tutti volontari e all’inizio abbiamo perso troppo tempo. Inoltre nei nostri confronti c’è stato un imbarazzante silenzio mediatico. E anche chi ci poteva aiutare, non l’ha fatto…”. Alessandro Pace, costituzionalista, presidente del Comitato per il No al referendum, è amareggiato dal mancato raggiungimento delle 500 mila firme: ne sono state raccolte 313 mila, che stamattina saranno comunque depositate in Cassazione. Il Comitato per il Sì, invece, ha superato quota 500 mila.

 

Chi non vi ha aiutato?

La Cgil, per esempio. Nonostante molti loro esponenti si siano espressi per il No, la potente macchina organizzativa del primo sindacato italiano non si è mossa. Forse preferiscono tenersi le mani libere. Con il loro aiuto ce l’avremmo fatta. Una mano, invece, ce l’hanno data Anpi e Arci, ma non è bastato.

 

Lei si lamenta anche delle tv.

A parte La7, nei nostri confronti c’è stato un totale silenzio mediatico, sia da parte Rai che da Mediaset. Ma si sa, il servizio pubblico è schiacciato sotto il tallone del governo, Mediaset invece mi ha sorpreso. Come principale comitato del No ora dobbiamo unire le forze e parlare con tutti, anche con il comitato di centrodestra promosso da Renato Brunetta per vedere quanto Berlusconi è sensibile a questo tema. Qualche spazio in più nelle trasmissioni Mediaset in autunno sarebbe utile.

 

Altri motivi del fallimento?

Essenzialmente due. Il fatto che le firme non fossero necessarie per lo svolgimento del referendum (ne hanno già fatto richiesta un quinto dei deputati, ndr) ha frenato la mobilitazione. Poi ha contato anche la distrazione degli elettori a causa del voto amministrativo nelle principali città. Raccogliere 500 mila firme è difficile e, se passerà la riforma, l’asticella si alzerà a 800 mila.

 

Ora come si va avanti?

Sui soldi partirà una sottoscrizione popolare. Sul resto si continua ancora con maggiore convinzione, troveremo dei canali di propaganda alternativi. Abbiamo perso una battaglia, ma restiamo fiduciosi di poter vincere la guerra. La partita vera inizierà solo a settembre.

 

Renzi sembra aver cambiato atteggiamento: meno personalismi, più contenuto.

Ha capito che personalizzare il referendum su di lui era controproducente: il rischio è che tutti gli anti renziani vadano a votare No solo per mandarlo a casa. Si sta cospargendo il capo di cenere e ha cambiato strategia. Ai nostri incontri ho visto una grande partecipazione di persone più interessate al contenuto della riforma che a sfrattare il premier da Palazzo Chigi.

 

In questi giorni si discute di spacchettamento dei quesiti. Lei cosa ne pensa?

In teoria sono a favore perché, se metti in piedi una riforma di tale portata, un quesito unico prende il voto con coercizione, mentre lo spacchettamento riconosce la centralità della libertà di espressione dei cittadini. I quesiti devono essere omogenei e puntuali: al massimo 3, non 5 come propongono i Radicali.

 

In teoria è d’accordo. E in pratica?

Per lo spacchettamento è troppo tardi, anche perché sul quesito unico si sono già espressi circa 800 mila elettori che hanno firmato per il Sì e il No. Si sarebbe dovuto fare prima, ora non ha più senso.

Il Fatto Quotidiano , 14 luglio 2016

 

 

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