Quale modello di governo della società?

21 Lug 2014

Francesco Pallante

La prima fase della storia costituzionale italiana è stata dominata dal modello includente, scritto in Costituzione. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ha iniziato a farsi strada l’idea che fosse preferibile il modello escludente. Oggi – dopo i fallimenti (ma anche i parziali successi) di Craxi, De Mita, D’Alema e Berlusconi – il testimone dell’esclusione politica è stato raccolto da Renzi.

costituzioneAstraendo momentaneamente dal dibattito in corso in Parlamento, il tema delle riforme costituzionali ci interroga su quale sia il modello di governo della società in astratto preferibile. Alla base, c’è il dilemma che grava sulle società pluraliste democratiche: la democrazia vuole che tutti possano decidere, secondo l’ideale dell’autogoverno; il pluralismo implica la compresenza di una molteplicità di posizioni, anche inconciliabili; le esigenze di governo richiedono che sia assunta una decisione. Come se ne esce?
Dal punto di vista teorico, si possono individuare due soluzioni opposte: la prima, ispirata all’idea che a decidere debba essere l’insieme più ampio possibile delle forze elettoralmente rilevanti (soluzione includente); la seconda, ispirata all’idea che a decidere debba essere la forza che nella competizione elettorale riesce a imporsi sulle altre (soluzione escludente).

Nella soluzione includente domina l’idea della centralità dei raggruppamenti politici in cui le persone si associano stabilmente (i partiti). Di conseguenza, assumono rilievo le proposte da questi elaborate – sulla base della “lettura” degli assetti sociali – e poi rivolte agli elettori per conquistarne il voto (la politica si propone di trasformare la società). In tal modo, il voto è il momento in cui, da un lato, i partiti si pongono come soggetti che, facendosi portatori di una certa idea di società, puntano a rappresentare determinati assetti di interessi in essa presenti, e, dall’altro, gli elettori individuano, scegliendo tra le varie idee di società che vengono proposte, quella più in sintonia con i loro interessi. Sul piano istituzionale, questa concezione risponde al modello della democrazia mediata, modello nel quale i governati non entrano in rapporto diretto con i governanti, ma affidano agli eletti il compito di rappresentarli presso gli organi di governo della società. A ciò sono funzionali: una legislazione elettorale di tipo proporzionale, che si propone come finalità la rappresentatività dell’organo elettivo; e una forma di governo parlamentare, che opera attraverso la mediazione partitica. Sul piano della concreta dinamica politica, ciò comporta che siano i partiti a prevalere sui leader, il cui ruolo tende a ridursi a quello di “interpreti” di idee frutto di un’elaborazione collettiva. Inoltre, poiché la contesa politica passa attraverso il confronto tra idee di società, la contesa stessa tende a riprodurre i conflitti esistenti nella società, alimentando una dinamica politica aspra ma comunque più incline a essere percepita come un confronto tra avversari che uno scontro tra nemici. Ne consegue che il momento della decisione non assume valore in sé, ma solo in quanto esito di una discussione che, pur svolgendosi tra portatori di visioni contrastanti, è finalizzata alla ricerca di una soluzione di compromesso (cioè capace di universalizzazione). Il risultato è la diffusione del potere nelle mani delle forze politiche che rappresentano interessi effettivamente presenti nella società, in un’ottica nella quale la democrazia è ricerca quotidiana del punto di equilibrio capace, di volta in volta, di produrre la maggiore inclusione possibile.

Tutto il contrario la soluzione escludente. Qui alla base c’è l’idea della centralità degli elettori singolarmente considerati, con la conseguenza che assumono rilievo le domande da questi rivolte alla politica. Compito della politica diventa saper intercettare tali domande e farsene portatrice (la politica deve adeguarsi agli “umori” della società: si spiega così l’assillo dei sondaggi). In tal modo, il voto è il momento in cui premiare o punire i governanti che hanno governato bene o male, vale a dire – in realtà – che sono stati buoni o cattivi portatori delle domande formulate dagli elettori (nel linguaggio di oggi: hanno o meno “mantenuto le promesse”). Sul piano istituzionale, questa concezione risponde al modello della democrazia immediata, modello nel quale i governati entrano in rapporto diretto con i governanti, senza il filtro dei partiti. Si collocano in quest’ordine di idee: il “culto” delle primarie (persino aperte ai non iscritti) come tecnica di scelta dei candidati; e la retorica della “sera delle elezioni”, cioè l’idea che anche il governo, non solo il Parlamento, debba essere scelto direttamente dai cittadini. A ciò sono funzionali: una legislazione elettorale di tipo maggioritario, che implica un rapporto più personale tra elettore ed eletto; e una forma di governo di tipo presidenziale, o comunque incentrata sulla figura del premier, che riproduce anche a livello governativo la relazione personale tra governato e governante. Sul piano della concreta dinamica politica, ciò comporta che siano i leader a prevalere sui partiti, il cui ruolo tende a ridursi a quello di meri comitati elettorali. Inoltre, poiché la contesa politica passa, anche simbolicamente, attraverso il confronto tra i candidati, la contesa stessa tende ad assumere la forma del “duello”, producendo, tra gli schieramenti che si confrontano, un’inimicizia di tipo più passionale che razionale. Ne consegue che, anche dopo le elezioni, ogni ipotesi di compromesso con l’avversario viene percepita come un tradimento del mandato ricevuto dagli elettori (“inciucio”); al contrario, ciò che è richiesto al leader è la capacità di decidere e di imporre le proprie decisioni agli sconfitti. Il risultato è l’accentramento del potere nelle mani del vincitore, in un’ottica nella quale la democrazia si riduce alla rimessa in gioco del potere stesso a ogni scadenza di legislatura.

La prima fase della storia costituzionale italiana è stata dominata dal modello includente, scritto in Costituzione. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ha iniziato a farsi strada l’idea che fosse preferibile il modello escludente. Oggi – dopo i fallimenti (ma anche i parziali successi) di Craxi, De Mita, D’Alema e Berlusconi – il testimone dell’esclusione politica è stato raccolto da Renzi. Anche chi si oppone alle riforme renziane, peraltro, ha fatto propri non pochi elementi di tale modello: dal “direttismo” di cui è venato il discorso politico grillino all’idea che le elezioni servano a stabilire chi governerà.
La stessa storia dei primi decenni della Repubblica è stata riletta attraverso le lenti del modello escludente, bollando come “consociativismo” quel dialogo politico tra i partiti che, pur tra mille difficoltà, aveva portato l’Italia a ridurre drasticamente le diseguaglianze sociali. Oggi – si dice – bisogna cambiare la Costituzione perché, per uscire dalla “palude”, c’è bisogno di istituzioni che decidano. Eppure, se solo si guardasse alla storia recente con minor pregiudizio, si scoprirebbe che, proprio nel momento di massimo fulgore del modello includente (tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta), sono state prese le sole decisioni in grado di riformare la società italiana nel senso indicato dalla prima parte della Costituzione: la scuola media unica e obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, i diritti dei lavoratori, il divorzio, il referendum, le regioni, la previdenza sociale, la progressività fiscale, il diritto di famiglia, l’urbanistica, l’aborto, ecc. Ultima è venuta l’istituzione del servizio sanitario nazionale, nel 1978. Subito dopo ha preso piede, in nome del modello escludente, la retorica della “grande riforma”. E di riforme nel senso voluto dalla Costituzione non se ne sono viste più.

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