Il patto tradito tra padri e figli

zagrebSe la politica è l’arte delle combinazioni che serve a tenere insieme le contraddizioni evitando che scoppino, il nostro sembra essere sempre meno un tempo politico e sempre più un tempo conflittuale. Nutriamo dentro di noi, nel nostro modo di pensare noi stessi rispetto agli altri, fratture che eleviamo a culture, cioè a visioni generali della vita, e che, perciò, diventano difficilmente componibili. Forse, la più profonda perché legata alla biologia, è la frattura generazionale.
A lungo abbiamo osservato e deplorato l’immobile gerontocrazia che ha dominato nel nostro Paese. Ora, i rapporti si stanno rovesciando, se già non sono rovesciati. La gioventù è portatrice d’un carisma che l’autorizza a rivendicare la guida della società. È fresca, spregiudicata, disinibita. Ha occhi ridenti e fuggitivi, soprattutto rapidi. Gli anziani sono conservatori, appesantiti dalle tante cose che hanno visto e vissuto, legati a idee che vengono da lontano, incompatibili con il mondo che cambia. Hanno occhi appannati, intristiti, fissi. Chi troppo ha visto e sperimentato, spesso è privo d’energia verso la realtà: ne conosce tanti o tutti gli aspetti e cade nello scetticismo e nell’abulia ironica. Insomma, gli anziani sono ostacoli. Ciò che una volta si considerava una virtù si è mutato in vizio: l’esperienza è diventata l’intralcio. Il futuro è dei giovani, si lascino gli anziani al loro passato. «Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia ». Forse non siamo a questo ancora, ma insomma…
Nella sua galleria delle immagini che fissano momenti cruciali della vita, qualcuno avrà forse registrato lo sguardo smarrito di Bobbio e Spadolini di fronte al dileggio cui furono esposti al tempo dell’elezione del presidente del Senato della XII legislatura. Lì si poteva già capire che qualcosa di decisivo si era rotto e che nella frattura uomini nuovi vittoriosamente venivano alla ribalta. Da allora, le cose sono andate avanti. I toni, nei confronti degli anziani, possono essere cortesi o sgarbati, compassionevoli o crudeli, rispettosi o arroganti. Dipende dalla buona o cattiva creanza, ma la materia è la stessa ed è dilagante. Chi non ricorda gli insulti alla senatrice Levi Montalcini? Chi non legge ciò che compare sui social forum non sa che l’argomento decisivo contro gli avversari è sempre più spesso l’anagrafe e che di questo argomento bersaglio preferito è il presidente della Repubblica. In fondo, che ci se ne renda conto o no, appartiene alla stessa visione del mondo la retorica della rottamazione, il trar motivo di vanto dall’abbassamento della “età media” di ministri e sottosegretari, fino alla polemica contro parrucconi o “professoroni”( o presunti tali). Un tempo si diceva: i giovani hanno solo il diritto di crescere studiando, cioè di cessare d’essere giovani. Oggi, le idee retrocedono e avanza la generazione. Chi viene dal passato s’adegui o, almeno, taccia! Se non arriva a capirlo da sé, c’è chi ci pensa al posto suo. Se non lo si mangia o non lo si cosparge di miele per darlo in pasto alle termiti, come in certe tribù delle civiltà precolombiane, lo si mummifica in qualche accademia: destino più civile e meno spiacevole, ma uguale nel risultato.
Dietro l’atteggiamento di chi fa valere la sua gioventù come plusvalore, c’è una visione del mondo cui, consapevolmente o inconsapevolmente, aderisce. Allo stesso modo c’è una visione del mondo in chi rovescia il plusvalore a favore degli anziani: i giovani hanno un solo dovere, smettere d’esserlo. Sono chiamati in causa i rapporti tra le generazioni. Tutti noi sappiamo che sono rapporti conflittuali, a partire da quelli tra genitori e figli. Prima d’essere genitori siamo stati figli e bene sappiamo che la nostra crescita si è svolta attraverso quel conflitto che poi, generalmente, acquisita la maturità e la sicurezza di sé, si ricompone in un equilibrio in cui né gli uni né gli altri sono più quelli che erano prima. Così va il mondo degli umani, così la vita procede e ha la vittoria sulla stasi mortifera e nichilista dell’immutabile. Benedetti siano, dunque, quelli che agitano le acque immobili, anche se generano temporanea tempesta.
Dalla piccola dimensione, i rapporti intergenerazionali si proiettano sulla scala vasta della vita sociale. Diventano scontro di culture politiche. Alla fine del Settecento, epoca rivoluzionaria, si diffuse nel mondo occidentale l’intolleranza verso tutto ciò che aveva il sapore dell’Antico Regime. «Il mondo appartiene ai viventi » fu il motto di quegli anni: dunque tacciano le generazioni precedenti. Perfino le leggi e le costituzioni dovevano automaticamente cadere al volgere delle generazioni (più o meno ogni trentacinque anni, si sosteneva), per liberare le nuove dal giogo delle antiche e permettere loro di ricominciare ogni volta da capo. A questa visione a singhiozzo se ne oppose un’altra. Il mondo non appartiene solo ai viventi. È un lascito testamentario che ogni generazione riceve dalla precedente per consegnarlo a quella successiva. La tradizione unifica le generazioni, ognuna delle quali è chiamata a portare il suo contributo a un’opera di umanizzazione che le trascende. «I viventi appartengono al mondo», si potrebbe dire, rovesciando la citata formula di Thomas Jefferson.
In realtà, il mondo appartiene ai viventi e al tempo breve della loro generazione, ma è vero anche il contrario: i viventi appartengono al mondo, il cui tempo lungo scavalca le generazioni. Tra innovazione e tradizione c’è e deve esserci tensione, nella quale alla prima spetta tagliare i rami secchi e alla seconda conservare quelli vitali. Ma, oggi s’è diffuso un sentimento d’impazienza e d’insofferenza generale. Il lascito dei padri appare fallimentare ed è rifiutato dai figli. Si voleva una società dove regnasse pace, giustizia e solidarietà e abbiamo violenze, ingiustizie ed egoismi. Tabula rasa allora, per poter ricominciare senza vincoli e pregiudizi.
Per quanto sia dettata dai migliori sentimenti, questa è un’illusione infantile, perché nessuno ricomincia mai davvero da capo. Ogni svolta storica non velleitaria e non catastrofica si radica in energie morali e materiali che sono venute accumulandosi nel tempo e chiedono di farsi spazio: chiedono cioè di diventare anch’esse tradizione a partire da un’altra tradizione che s’è andata formando. Non basta l’energia, la voglia di fare e cambiare, la velocità. Non basta far leva solo sul malessere. Su questo soltanto non si costruisce, ma si distrugge. Al più, sotto le apparenze del cambiamento, si apre la corsa dei nuovi per prendere il posto dei vecchi: semplice lotta per il potere, tra chi se lo vuol tenere e chi glielo vuol togliere.
È giusta la critica nei confronti di chi ha concepito la politica al di fuori o contro le aspettative e le speranze dei molti e giusta sarebbe anche l’autocritica. Ma la validità delle aspettative e delle speranze non è affatto travolta perché qualcuno tra la generazione dei padri le ha tradite. Anzi, il tradimento le rafforza. Valori e fatti sono cose diverse. Il giovanilismo è espressione del dominio dei fatti, dell’effettività. Ma i fatti non hanno alcun valore. Quando si dice che si deve “cambiare l’Italia”, che occorrono “riforme”, che bisogna “cambiare verso”, o si usano altre simili espressioni di per sé prive di contenuto, si indulge per l’appunto all’attivismo, alla cultura del fare per il fare. A questo fine, il giovanilismo è sufficiente. Se, invece, il fare si vuol inserire in un disegno che valga per l’oggi, apra una strada per il futuro e trovi le sue basi in ciò che di valido viene dal passato, il giovanilismo non basta più. Non è più questione di vecchi e giovani.

5 commenti

  • E’ sì professore! Non è questione di vecchi e giovani!

    Ma è tutto ciò che è venuto e viene da persone di riconosciuto rigore morale e culturale, di competenze e capacità, di coerente orientamento democratico e costituzionale! Di qualunque generazione esse siano, più o meno precoci, ma solo la storia è garanzia certa!

    Purtroppo le persone che i partiti selezionano e fanno salire agli altari delle nostre Istituzioni, sono di una mediocrità capace di produrre solo degrado e declino in un Paese che pur dispone di Risorse Umane di Assoluta Qualità.

    Persone che vengono tenute ben fuori, ben alla larga da quelle Istituzioni che sarebbero il loro “destino naturale” da dove esprimere al meglio e per il Bene Comune, quelle loro qualità universalmente riconosciute. Quei parrucconi o “professoroni”( o presunti tali)…

    Non è “…un patto tradito tra padri e figli”, ma un conflitto tra “mediocrità ed eccellenza”. Dove la prima s’accoppia naturalmente con l’aggressività (caratteriale) e la seconda con la mitezza e quindi pare scontato il risultato desolante del conflitto!

    Ma quando il peso dell’inferno quotidiano diventa insopportabile anche per la mitezza, allora le condizioni per “cambiare il destino del Paese” si realizzano.

    Ma è necessario che i miti trovino l’energia e la determinazione per innescare la reazione che porterà al cambiamento delle culture e generazioni dirigenti, non in senso anagrafico, ma nel senso di “ALTRE” pronte qui e subito ad accollarsi l’onere di fermare il degrado e il declino del Paese!

    Con gli strumenti che la Carta offre al Popolo Sovrano per una tornata di Democrazia Diretta Propositiva, per ottenere riforme, per riaffermare la Sovranità Popolare, per ritrovare la Dignità di Cittadinanza, per abbattere l’arroganza della casta e di ogni altra lobby e blindare la Carta da ogni attacco lesivo del suo spirito originario e autentico, ma non dagli opportuni aggiornamenti.

    E’ a Voi “parrucconi o “professoroni”( o presunti tali)” che tocca, anche se controvoglia, l’onere…

  • Non è sicuramente “solo” una questione di “vecchi e giovani”.

    Anche se si deve prendere atto che l’eterna questione di trasmettere dai vecchi ai giovani le esperienze del passato a beneficio di una migliore comprensione della vita presente e di una progettazione per il futuro che si configuri quale continuità del passato, si risolve puntualmente in un clamoroso fallimento.

    E l’aver “normalizzato” costituzionalmente gli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia sociale che hanno accompagnato il nuovo risorgimento italiano culminato nella Resistenza, non ha impedito la diffusione di sostanziali condizioni di illibertà, di insopportabile disuguaglianza sociale, di ingiustizia sociale.

  • Professore, la Sua onestà intellettuale è ben nota e ovviamente fuori discussione, ma non possiamo nasconderci che altri, dietro discorsi all’apparenza simili, nascondono la pura volontà di mantenere lo status quo, con tutti i privilegi, le prebende e le rendite connesse. Altri invece, dietro l’ostentato furore iconoclasta del vaffa o tutti a casa, coltivano il solito gattopardismo italico. In realtà la dialettica tra posizioni e proposte diverse dovrebbe, se ben governata, garantire un’evoluzione ordinata ed efficiente del corpo sociale. La sinistra, anche in senso lato, spesso si è innamorata della dialettica, trascurando di trasformarla in azioni effettive. D’altro canto, l’attrazione fatale del popolo italiano per presunte scorciatoie è purtroppo ben conosciuta. Piuttosto che affrontare la realtà con un minimo di raziocinio, si preferisce la ricetta dell’elisir di lunga vita, l’illusione del tocco magico (Berlusconi, Di Bella, Vannoni, Grillo, il Greco, l’Uomo Qualunque). Un medico falsamente caritatevole che sposti fuori di noi le cause della malattia e prometta futuri luminosi, senza sforzi e rinunce ai nostri piccoli e miserabili presunti (ma spesso verissimi!) privilegi. Questa zavorra nazionale, annidata dovunque, tiene il Paese legato al sottosviluppo e gli impedisce di misurarsi alla pari con il resto del mondo civile, dove queste minoranze pure esistono, ma restano circoscritte (Tea Party, euroscettici di vario genere, xenofobi, ecc.). Qui, in quanti cerchiamo di votare per il bene comune? Se va bene, un terzo del corpo elettorale. Buona fortuna!

  • Privo di contenuti, il giovanilismo, “de noantri”, sempre attento a sottrattre diritti e a mantenere lo status quo attraverso il ricatto perenne. Ignoranti, insolenti e presuntuosi. I genitori, purtroppo, non hanno svolto al meglio il loro compito. Hanno cresciuto i loro figli nella cultura della sopraffazione e del surrettizio, della mediazione al ribasso e del ricatto. Con il risultato che, non solo in Europa, ci considerano nella migliore delle ipotesi, poco seri. Ma tant’è, viviamo in un’epoca di passioni tristi e non siamo ancora minimamente vicini a sviluppare un senso di comunità. Abbiamo sbagliato a girare la ruota, tutti, governati e governanti. Ci siamo fermati pensando che fosse la migliore posizione possibile, miopi del fatto che, da quella posizione, stavamo sotterrando proprio i nostri figli, attraverso la cultura dell’elargizione del privilegio, condizionata all’obbedienza all’imperatore di turno. Siamo stati vili con noi stessi, ma soprattutto con i nostri figli. Il cosiddetto patto generazionale è nullo, poichè fondato sulla cultura dell’illegalità, ancorchè gli effetti si siano prodotti in maniera devastante sull’intera società e non c’è possibilità di essere risarciti, in quanto la cultura del privilegio e dell’illecito, ingloba in se tanto il privilegio, quanto la discriminazione. Adesso, non è più tempo di girare la ruota. Non è più tempo di giocare alla roulette russa, con i nostri figli. Non c’è più tempo.

  • Cari amici, un unico denominatore comune nelle scelte politiche grandi e piccole degli ultimi 30 anni: la figura del salvatore della patria. E noi qui ad analizzare cos’è accaduto e perché. Vogliamo ricordare tutti i salvatori della patria? Grandi (di voti e/o personalità) e piccoli? Craxi, Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Grillo, Renzi più var intermedi che non hanno lasciato memoria di sé…questi sono i personaggi a cui gli italiani si sono affidati fiduciosi; giovani (gli italiani) che hanno deciso di non studiare e, quindi, di non invecchiare, perché la vecchiaia è brutta e tutti vorrebbero essere giovani come il nostro ottantenne ex-premier, circondato da camerieri in veste di parlamentari e di crocerossine più o meno vestite. Non trovate sconsolante tutto questo? Speriamo di sbagliare su Renzi, che ha stravinto e che non ho votato: speriamo (spero, ma le premesse son quel che sono) che non sia l’ennesimo insulso, vacuo e ignorante salvatore della patria a cui il popolo italiano bambino ha deciso di affidarsi. Confidiamo, quindi, nella fortuna e auguri a tutti

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