La risposta al disagio urbano non è la militarizzazione, ma lo è una visione urbanistica lungimirante, purtroppo da decenni abbandonata; lo è la qualità dell’ambiente urbano che determina la coesione sociale e l’effettivo esercizio dei diritti costituzionali dei cittadini.

Quale città siamo stati capaci di costruire, nel corso della nostra storia, affinché lo spazio pubblico diventasse il luogo naturale della libertà e del diritto e non quello della paura? Quando una piazza o una stazione diventano teatro di un episodio di violenza, il dibattito pubblico insegue ineludibilmente un copione che sembra ormai immutabile: si chiedono più telecamere, più pattuglie, pene più severe per chi delinque, controlli più stringenti da parte degli agenti dell’ordine pubblico.

Nell’alveo della legittima richiesta di maggiore sicurezza, la militarizzazione dello spazio pubblico si insinua nella dialettica politica come strumento necessario alla tutela della libertà comune, condizione essenziale per la vita democratica. La Repubblica ha il dovere di garantire la libera fruizione dello spazio pubblico, che per sua stessa definizione deve essere accessibile. Tuttavia, la tendenza a inquadrare il tema della sicurezza esclusivamente attraverso gli strumenti dell’ordine pubblico porta a riconoscere, implicitamente, l’incapacità della città di farsi luogo di ascolto e convivenza. Si rischia così un paradosso: allontanare dalla piazza proprio quella cittadinanza che si vorrebbe proteggere, spaventata dalla narrazione di una violenza diffusa, amplificata dalla grancassa della propaganda. Esiste, tuttavia, una forma di sicurezza capace di anticipare il presidio della forza pubblica: è quella generata dalla qualità dello spazio urbano.

Ne Le città invisibili Italo Calvino fa dire a Marco Polo: «Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura». Difficile trovare un parallelismo più efficace per descrivere la condizione delle nostre città contemporanee.

Negli anni in cui Calvino scriveva, il Paese attraversava una stagione urbanistica che accompagnava un più ampio percorso di emancipazione della società civile. Il laboratorio italiano della pianificazione produceva esperienze straordinarie, capaci di interrogarsi sul rapporto fra industria, territorio e qualità della vita. Adriano Olivetti immaginava la fabbrica quale componente di un progetto complessivo di società, nel quale gli asili nido, le mense, le biblioteche, il verde pubblico e l’architettura non venivano classificati come servizi accessori, ma come veri investimenti sociali. La luce delle grandi superfici vetrate

delle fabbriche di Ivrea squarciava il buio del lavoro; i giardini, gli spazi comuni, le abitazioni e i servizi diventavano la trasposizione fisica di un’idea concreta di giustizia ed equità sociale. Da quell’humus nacquero strumenti di pianificazione fondati sulla consapevolezza che lo sviluppo urbano non potesse più essere affidato all’improvvisazione. Quella spinta progressista sembra oggi essersi in larga parte indebolita.

Alla pianificazione propria di un tempo analogico si è progressivamente sostituita un’urbanistica contrattata, fatta di varianti episodiche, deroghe alle norme, accordi e mediazioni con i grandi investitori, con il risultato di un’esasperante frammentazione decisionale e pianificatoria dello spazio urbano. La concertazione non è il problema. Lo diventa quando l’episodio spot prende il posto della visione e quando la somma delle eccezioni finisce per diventare essa stessa il piano. È allora che si produce una frammentazione difficile da ricucire. Ridotta a una dimensione tecnico-contabile, l’urbanistica rischia una profonda involuzione culturale. Il lessico degli indici edificatori, delle perequazioni, delle compensazioni, delle monetizzazioni e dei crediti edilizi, indispensabile per gli addetti ai lavori, è incapace di raccontare da solo il significato più profondo della disciplina urbanistica. Essa, infatti, non organizza gli edifici. Organizza le relazioni tra le persone. Davanti alla complessità delle cause dell’insicurezza, la tentazione è rifugiarsi in risposte immediate. Ma è proprio nelle periferie, nell’esclusione sociale e nelle fratture del nostro tempo che la pianificazione democratica dovrebbe tornare a esercitare la propria capacità di visione.

È il diritto che produce spazio.

È la pianificazione che stabilisce quanto del nostro tempo investiamo per raggiungere una scuola, se un bambino potrà andare in bicicletta verso un parco, se un anziano conserverà la propria autonomia, se una persona con disabilità potrà attraversare una strada senza dipendere dall’aiuto di qualcuno, se una piazza inviterà a fermarsi oppure a fuggire. Ogni scelta urbanistica produce una conseguenza sociale e ogni metro quadrato progettato, trasformato o abbandonato modifica il modo in cui una comunità vive sé stessa. Quando si smette di progettare la qualità dello spazio collettivo, la città smette progressivamente di essere il luogo della convivenza democratica e diventa il teatro dell’isolamento. Esistono quartieri concepiti per favorire l’incontro, marciapiedi che restituiscono dignità al camminare, piazze che invitano a sostare e parchi che ricuciono il tessuto sociale. Al contrario, uno sviluppo urbano lasciato esclusivamente alle logiche episodiche del mercato può produrre quartieri dormitorio, spazi residuali, strade prive di vita e luoghi che finiscono per appartenere soltanto alla paura.

La Repubblica ha l’obbligo di garantire la sicurezza dei cittadini, ma ha anche il compito di costruire le condizioni affinché lo spazio pubblico produca convivenza e non conflitto. La buona progettazione urbana non sostituisce l’ordine pubblico: può renderne meno necessario il presidio permanente. Quando un cittadino cambia percorso per evitare una piazza, rinuncia a muoversi a piedi o accompagna i figli in automobile anche per tragitti brevissimi, non è soltanto aumentata la percezione dell’insicurezza. È lo spazio urbano ad aver smesso di svolgere una parte della propria funzione civile. E, in un’accezione non strettamente giuridica ma sostanziale, della propria funzione costituzionale. Perché è nella città che principi apparentemente astratti come l’uguaglianza, la libertà di movimento, l’autonomia, l’accesso ai servizi e la partecipazione diventano condizioni materiali della vita quotidiana.

La città è il luogo nel quale la Costituzione prende forma concreta. Ogni scuola, ogni parco, ogni biblioteca, ogni marciapiede accessibile, ogni piazza ben progettata rappresentano diritti che diventano spazio. Sono questi alcuni dei motivi per cui la questione urbanistica non può più essere relegata a una disciplina riservata ai tecnici: riguarda direttamente il modo in cui i diritti fondamentali trovano attuazione nella vita quotidiana. Le città continuano, e devono continuare, a interrogarci.

Né la mente né il caso bastano, da soli, a tenere in piedi le loro mura. Servono impegno e dedizione, coraggio e creatività. Serve soprattutto tornare a considerare il progetto della città come una responsabilità collettiva. Una città resta davvero in piedi quando i suoi spazi continuano a riconoscere ogni cittadino come uguale. Quando smette di farlo, le mura possono anche rimanere intatte, ma la città è già crollata.

Il diritto produce spazio. E quello spazio va riconquistato.

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