L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale all’audizione alla Camera dei Deputati si è espresso in maniera netta contro più punti della proposta di riforma della legge 157/92 sulla tutela della fauna selvatica e il prelievo venatorio. La caccia italiana sta morendo, e sta morendo soprattutto perché ha rifiutato la nuova cultura ecologica.

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Intervenuto in audizione martedì 14 luglio in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, Ispra ha relazionato in merito alla proposta di riforma della legge 157/92 sulla tutela della fauna selvatica e il prelievo venatorio.

Ne è venuta fuori una bocciatura pressoché totale e per certi aspetti clamorosa della riforma, relativa a quasi tutti i punti cruciali che la costituiscono. Una bocciatura che in un paese normale porterebbe ad abbandonare l’iniziativa, dichiarare definitivamente chiuso il discorso e voltare pagina.

Sì, possiamo dirlo: con l’audizione di Ispra, la riforma della caccia è tecnicamente morta. Politicamente, vedremo.

Cosa ha detto l’Istituto statale per la protezione dell’ambiente? Per capire l’impatto pesante dell’intervento di Ispra sulla riforma, è necessario ricordare quali siano i pilastri della proposta di legge e i suoi temi salienti più di dettaglio. Qui li sintetizzo, in cinque punti:

1) l’inserimento della gestione faunistica tra le finalità della legge;

2) la privatizzazione (cioè trasformazione in profit) delle aziende faunistiche venatorie;

3) il rilancio della cosiddetta “caccia alla migratoria” (richiami vivi, estensione dei calendari a febbraio, inserimento di nuove specie cacciabili, riduzione delle aree protette, rottura del legame cacciatore-territorio);

4) la conferma del ridimensionamento dei pareri scientifici (dello stesso Ispra), anche parificati a quelli politici del Comitato faunistico venatorio nazionale;

5) l’ulteriore facilitazione delle attività di controllo venatorio sulle specie problematiche.

Quest’ultimo punto, unitamente al primo, rappresenta la narrazione del progetto di legge, pur essendo un aspetto su cui, sotto il profilo sostanziale, la riforma presenta pochissimi contenuti. Un trucco narrativo, atto a distogliere l’attenzione dai veri contenuti e obiettivi della proposta di legge, decisamente pro domo propria e, come dire?, sconvenienti.

E allora, come si è pronunciato Ispra riguardo a questi aspetti?

Anzitutto, Ispra ha sottolineato che il ruolo gestionale, proattivo della caccia, può essere positivo per la conservazione della biodiversità solo a determinate condizioni, che risultano per niente soddisfatte dalla proposta di riforma.

«Dal punto di vista tecnico-scientifico – scrive Ispra – alcune modifiche ed integrazioni alla legge 157/92 introdotte dal DDL 1552 non appaiono proprio in linea con gli obiettivi generali di tutela della biodiversità e dell’ecosistema e quindi non del tutto aderenti alla nuova visione di un evolutivo e qualificato esercizio venatorio che sia rispettoso di criteri scientifici e coscientemente coerente con i principi della conservazione della natura nonché alla tutela delle specie selvatiche».

Un esempio lampante emerge dalle considerazioni di Ispra sulle specie in cattivo stato di conservazione. «Si evidenzia – scrive Ispra – che le modifiche introdotte non appaiono tese a limitare l’impatto dell’attività venatoria su specie in precario stato di conservazione… A titolo di esempio, a fronte delle modifiche dell’articolo 18 che aumentano il numero di specie cacciabili, sarebbe stato auspicabile prevedere l’esclusione di almeno qualche specie attualmente oggetto di prelievo venatorio e con uno stato di conservazione particolarmente sfavorevole, quali ad esempio la pernice bianca o l’allodola».

Netta è la bocciatura sul fronte del rapporto cacciatore-territorio, umo tra i capisaldi culturali e pratici della legge 157. Dice Ispra: «Le modifiche introdotte all’art. 14 tendono a indebolire il legame tra cacciatori e territorio ed appaiono pertanto non in linea con i principi della caccia sostenibile», secondo degli elementi che Ispra spiega bene nella parte immediatamente successiva dell’intervento.

Ancora più netta, e direi definitiva, è la bocciatura, alla luce delle normative comunitarie, di due argomenti cruciali della riforma, la caccia a febbraio e i richiami vivi.

Sulla caccia a febbraio, Ispra dice: «Le modifiche dell’art. 18 comma 2, permettono alle regioni di estendere la caccia alle specie migratrici anche oltre la prima decade di febbraio, e modifica il valore del parere tecnico di Ispra su tale materia, che nella versione originale della norma era vincolante, e con le modifiche introdotte dal DDL 1552 diventa meramente consultivo e non vincolante. Tale modifica rischia di portare a contrasti con la Commissione europea poiché la Direttiva Uccelli esclude il prelievo venatorio durante la migrazione prenuziale e la riproduzione, con i periodi identificati dal Key Concepts Document dell’art. 7(4) della medesima direttiva europea».

Sui richiami vivi, Ispra dice: «Le modifiche degli artt. 4 e 5 riaprono alla possibilità di cattura di uccelli selvatici da utilizzare come richiami vivi nell’attività venatoria. Tale pratica è stata considerata in contrasto con il dettato della Direttiva 2009/147/CE (Direttiva Uccelli) e ha comportato diverse condanne all’Italia da parte dell’Alta Corte di Giustizia Europea».

Ancora sugli appostamenti fissi, Ispra dice: «Le modifiche all’art. 5 comma 3 rimuovono il limite al numero di appostamenti fissi, potenzialmente aumentando la pressione venatoria sugli uccelli migratori».

Insomma, strade impercorribili, ostacoli insormontabili.

Chiara la stroncatura anche della potenziale riduzione di territorio protetto, in netto contrasto con le politiche ambientali internazionali, europee, nazionali: “L’introduzione di un limite massimo del 30% [di territorio protetto] appare confliggere con le politiche europee che impongono la protezione di almeno il 30% del territorio nazionale entro il 2030”.

Persino la privatizzazione delle aziende faunistiche stimola Ispra ad una contestazione sostanziale. Sebbene la questione in generale, dice Ispra, abbia risvolti più sociali che conservazionistici, «l’introduzione della possibilità per le regioni di autorizzare la conversione delle Aziende Faunistico-Venatorie in Aziende Agrituristico-Venatorie, senza che sia prevista una valutazione tecnico-scientifica delle caratteristiche naturalistiche dei contesti interessati, rischia di aprire ad una gestione venatoria consumistica in aree ad elevato valore naturalistico».

Ben altre considerazioni, anche costituzionali, la questione della caccia profit avrebbe meritato, ma tanto basta per sottolineare di blu anche questo non secondario argomento.

E così via, in una lunga serie di critiche fondate che toccano i punti nevralgici della proposta di legge e, letteralmente, la demoliscono. Facendolo esattamente nella direzione sulla quale si sono mosse le maggiori contestazioni alla riforma (danni conservazionistici, illogicità dei contenuti, violazioni del diritto europeo), tranne che su quell’aspetto, pur fondamentale ma che forse trascende le competenze dell’Istituto, rappresentato dalle non poche illegittimità costituzionali.

Insomma, una bocciatura completa e per certi aspetti clamorosa, considerata la pressione che da anni la politica filovenatoria esercita su Ispra e le operazioni mirate che, in queste settimane, hanno portato a condizionare la posizione di Ispra, per addolcirla, ammaestrarla, silenziarla, in modo che l’audizione di Ispra potesse sostenere il progetto.

Questo è accaduto: «Ispra, devi dire ciò che vogliamo noi!».

Operazione fallita, cioè riuscita solo nella “copertina” dell’audizione, nelle dichiarazioni generiche di Ispra per il ruolo conservazionistico che potrebbe essere svolto dalla caccia, le quali in realtà hanno fatto da premessa alla lunga e motivata serie di stroncature che ne sono seguite e anzi si sono rivelate esse stesse una sorta di boomerang.

In effetti, è proprio nella questione della bioregolazione, del nuovo ruolo del cacciatore che si annida la trappola peggiore nella quale il mondo venatorio si è ficcato. Voler darsi un ruolo attivo nella conservazione comporta come minimo che ci si debba preoccupare prioritariamente della conservazione, e solo dopo degli interessi di parte. Dunque, comporta prudenza nei tempi di caccia, priorità alla salute delle specie, attenzione al territorio protetto, abbandono delle pratiche tradizionali giuridicamente (e culturalmente) difformi e così via. In sostanza, l’esatto contrario di quanto previsto dalla riforma.

Questo spiega il senso e persino la struttura dell’audizione di Ispra: premessa incoraggiante, per la caccia, sviluppo devastante. I cacciatori, dice Ispra, potrebbero contribuire positivamente alle conservazione della natura ma di certo non lo fanno, e non potrebbero farlo, con questa proposta di legge.

Il mondo venatorio ha accolto con favore l’audizione di Ispra, il che non solo riproduce il trucchetto narrativo a sostegno della riforma («Parliamo solo di gestione faunistica per nascondere i veri contenuti della legge». Che in questo caso si traduce in: «Evidenziamo le parti buone dell’audizione di Ispra e omettiamo le altre») ma va oltre, rappresentando un po’ il senso di tutta la questione in ballo.

La caccia italiana sta morendo, e sta morendo soprattutto perché ha rifiutato la nuova cultura ecologica. I cacciatori ritengono però che il punto sia il contrario, e cioè che per riprendersi bisogna ripristinare i vecchi tempi andati. Ispra, con accortezza istituzionale, ha mosso la stessa critica, netta e dura (“Accettate la nuova cultura ecologica”) ma i cacciatori non hanno sentito, non hanno colto, non hanno capito ovvero hanno fatto finta di capire l’opposto.

Il mondo venatorio italiano è come il paziente di sé stesso, il medico pietoso di sé stesso, al quale domandare il parere sul proprio stato di salute e la ricetta per migliorarlo. Esattamente la stessa cosa che avviene con le regioni, le quali si chiedono e si concedono da sole il via libera sui calendari venatori. “È un gran bel calendario, vero?

«Altro che! Bellissimo!».

La riforma della caccia è tecnicamente morta il pomeriggio del 14 luglio con l’audizione di Ispra, dopo essere morta socialmente con la marea di contestazioni dalla società civile.

Resta la politica filovenatoria, certo, con tutti gli annessi, i connessi, gli insospettabili, le opacità, ma anche quella, evidentemente, non è messa benissimo.

Danilo Selvaggi è direttore generale della LIPU, Lega italiana protezione uccelli. Ambientalista e scrittore.

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