Stiamo attraversando un’epoca di imbarbarimento dell’ordine internazionale che ci dà l’impressione di vivere all’interno di un incubo, come nella distopia disegnata da Philip Roth nel romanzo Il complotto contro l’America che ipotizzava una contro-storia in cui Charles Lindberg vinceva le elezioni presidenziali nel 1940 al posto di Roosevelt e instaurava un regime filonazista negli Usa. In effetti dai bassifondi della storia stanno riemergendo gli scheletri del razzismo, della guerra, del genocidio, che pensavamo di avere sepolto per sempre nel 1945 con l’instaurazione di un nuovo ordine internazionale fondato sul ripudio della guerra, sulla cooperazione fra le nazioni e sul primato della democrazia e dei diritti dell’uomo.
È dal 1939 che l’umanità ed in particolare l’Europa non viveva un periodo con orizzonti così oscuri e spaventosi. Nel dopo guerra è stata la dimensione della guerra fredda a gravare come una cappa gelida sull’orizzonte delle giovani generazioni.
Per i giovani che negli anni ’70 del secolo scorso si interrogavano sul loro futuro, l’enigma fondamentale rimaneva la divisione del mondo in due blocchi politico-militari contrapposti sullo sfondo di un sentimento cupo di ansia per la minaccia di mutua distruzione nucleare. Della divisione del mondo in due blocchi noi, che eravamo giovani negli anni ’70, percepivamo la durezza che si esprimeva all’est nel ferreo controllo dell’Unione sovietica sui paesi al di là della cortina di ferro e all’ovest soprattutto con le tribolate vicende di dittature e colpi di Stato che hanno interessato la Grecia e molti Stati in America Latina.
Tuttavia, lungo tutta la parabola della guerra fredda, non si è mai spezzato il filo della speranza perché non sono state mai ripudiate, ma solo congelate, le promesse di pace consacrate alla fine della Seconda guerra mondiale nella Carta dell’ONU e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La speranza è stata coltivata attraverso i movimenti per la pace concentrati soprattutto sul rifiuto delle armi nucleari. Questi movimenti consolidarono nell’opinione pubblica mondiale un vero e proprio tabù per l’uso delle armi nucleari, che costrinse le potenze nucleari a mettere al bando gli esperimenti con armi nucleari nell’atmosfera (Trattato firmato a Mosca il 5 agosto 1963) e a stipulare il Trattato di non proliferazione (firmato a New York il 1° luglio 1968). Durante gli anni della prima guerra fredda c’era chi soffiava sul fuoco ma – a differenza di quanto accade ora – le forze politiche tutte ed i media “tifavano” per la distensione e si inquietavano quando si verificava un irrigidimento del confronto fra i due blocchi militari. Superata la crisi dei missili di Cuba, fu avviato un processo di distensione culminato nell’Atto finale della Conferenza di Helsinki (1 agosto 1975) che contribuì notevolmente a rasserenare gli orizzonti e fece da incubatore ai successivi cambiamenti che si sarebbero verificati nei paesi dell’Est. Di conseguenza la prospettiva con cui i giovani guardavano al futuro negli anni 70 era un misto di preoccupazione e di speranza.
I fatti dell’indimenticabile 1989, simboleggiati dall’abbattimento del muro di Berlino, il 7 novembre determinarono un mutamente radicale delle prospettive di vita dei popoli.
Il crollo del muro di Berlino fu vissuto in tutto il mondo come l’epifenomeno che annunciava la fine di un’era, quella della guerra fredda, e la caduta di quella impenetrabile barriera politica e militare, la cortina di ferro, che aveva diviso l’Europa lungo le linee armistiziali della seconda guerra mondiale. In effetti quell’evento simbolico poneva fine definitivamente alla Seconda guerra mondiale che a Berlino non si era ancora conclusa.
Fu una festa a Berlino, ma anche in tutt’Europa, tutti noi tirammo un sospiro di sollievo; l’epoca dei muri, del confronto brutale fondato sulla forza, della corsa agli armamenti, dell’equilibrio del terrore franava sotto i nostri occhi sotto l’effetto del terremoto della storia. Al suo posto nasceva la speranza di una nuova epoca in cui si potesse avverare la profezia della Carta della Nazioni Unite di un’umanità liberata per sempre dal flagello della guerra, dove le relazioni internazionali ed interne agli Stati fossero regolate dal diritto e dalla giustizia, dove l’architettura della violenza venisse definitivamente smantellata e le spade rimesse nel fodero.
Noi che eravamo ancora giovani nell’89 vedevamo dinanzi a noi un orizzonte sereno e sognavamo un futuro colmo di speranza. In quell’epoca il treno della Storia era stato messo su un binario che correva verso un avvenire luminoso. Purtroppo quell’avvenire che ci avevano promesso con la caduta del muro di Berlino è tramontato nell’arco di una generazione. Come recita la dolente canzone di Luigi Tenco: i sogni sono solo sogni e l’avvenire è ormai quasi passato. In realtà quell’avvenire che avevamo sognato è passato del tutto, ma ciò non è stato frutto del naturale svolgimento delle vicende umane, bensì di scelte scellerate degli architetti dell’ordine mondiale che ci hanno derubato dell’avvenire e ci hanno fatto precipitare in questa miserabile condizione di guerra, dalla quale non riusciamo a uscire. La nostra generazione è stata derubata del futuro ma, almeno, ha potuto attraversare un sogno.
Per i giovani che oggi si affacciano alla vita adulta, la novità è la perdita del futuro. Senza una prospettiva di pace non c’è futuro. Quale giovane oggi può concepire un progetto per il suo futuro a venti anni, a dieci anni, persino a due anni? Oggi dobbiamo constatare con amarezza che l’Europa nata come un progetto politico volto a garantire un futuro di pace e benessere ai suoi popoli, oggi si è trasformata in un progetto di preparazione e di esaltazione della guerra. A differenza che nel passato la guerra non è più considerata un flagello da esecrare, è divenuta uno strumento della politica a cui bisogna prepararsi con passione e con rigore scientifico. La Presidente della Commissione europea ha fatto cadere l’ultimo tabù linguistico quando il 18 marzo del 2025 durante un discorso alla Royal Danish Military Academy a Copenaghen ha detto che “dobbiamo prepararci alla guerra”, fornendoci così l’interpretazione autentica del piano ReArm Europe, ridenominato “Prontezza 2030”, per indicare la data entro la quale dovremmo essere pronti a passare la parola alle armi. La leadership europea è percorsa da un delirio antirusso, che ha preso a pretesto il conflitto in Ucraina per tracciare una nuova cortina di ferro, molto più impenetrabile della precedente (basti pensare all’interruzione del trasporto aereo e alla censura degli artisti russi) e trasformare la Russia in un nemico perfetto, qualificandolo come “la minaccia più grave e senza precedenti per la pace nel mondo, nonché per la sicurezza ed il territorio dell’UE e dei suoi Stati membri”.
Per impedire che l’immagine del nemico potesse appannarsi in vista di una possibile pace con l’Ucraina, la Commissione europea, sotto la guida di Ursula Von Derl Layen e di Kaja Kallas, ha posto subito degli ostacoli sulla via del negoziato, inventandosi l’approccio di conseguire “la pace attraverso la forza”. Secondo questo schema un gruppo di Paesi volenterosi, capeggiati da Francia e Inghilterra, si sta organizzando per ricreare, anche attraverso l’invio di truppe sul terreno, le condizioni di minaccia alla sicurezza della Russia, che quattro anni fa hanno determinato le cause della guerra. Alla luce di questi presupposti, i vertici dell’UE non contemplano nessun altro sbocco possibile del conflitto che non sia una tregua armata, destinata a perdurare nel quadro di una crescente ostilità, restando sempre sullo sfondo la possibilità di una ripresa della guerra contro il nemico russo, secondo la logica della profezia che si autoavvera. In altre parole quella che è stata programmata per il nostro futuro è una vigilia della guerra destinata a durare a tempo indeterminato, salvo concludersi con l’esplosione della guerra che porterebbe alla distruzione dell’Europa.
La guerra è un evento totalizzante e anche la preparazione della guerra lo deve essere. Non basta costruire cannoni, bisogna costruire anche la militarizzazione della società, della cultura, dei media del linguaggio politico e dell’educazione. La preparazione alla guerra non è soltanto un fatto di mobilitazione di risorse economiche, di passaggio dal welfare al warfare, lo spirito bellico deve penetrare in profondità e animare la società in tutte le sue articolazioni. Bisogna richiedere compattezza ideologica, escludere il pensiero critico e le informazioni divergenti dalla costruzione del nemico. Per la viglia della guerra il PE, d’accordo con la Commissione prefigura una sostanziale riduzione delle libertà costituzionali per proteggere la società dalle manipolazioni dell’informazione del nemico inventandosi lo “scudo europeo per la democrazia”. Quest’organo dovrebbe vigilare sulla verità ed eliminare dal circuito della comunicazione pubblica tutte le informazioni e le comunicazioni divergenti dal pensiero bellico.
E tuttavia non basta la protezione assicurata dallo scudo europeo per la democrazia, non basta proteggere i nostri giovani dalle informazioni del nemico e dal pensiero critico, bisogna stimolarli a esercitarsi nell’arte della guerra. Il PE: “chiede di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili.”
La costruzione di uno spirito guerriero nei giovani viene esaltata con toni dannunziani. Antonio Scurati, in un lungo articolo su la Repubblica del 4 marzo 2025 tesse l’elogio della guerra come fondamento della civiltà e si duole della carenza di guerrieri, richiama il bisogno di armi adeguate e:“anche il bisogno di giovani uomini (e di donne, se volete) capaci, pronti e disposti ad usarle. Vale a dire di uomini risoluti a uccidere e a morire”.
Se volgiamo lo sguardo fuori dall’Europa, le prospettive che si presentano sono quelle del disordine totale e dell’anarchia creata dalla distruzione delle regole di condotta che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica fra le Nazioni. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via ogni freno all’uso della forza. Alla domanda dei giornalisti del New York Times«C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Anche se siamo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, agitata dalla NATO contro la Russia, l’imperatore dell’Occidente ci ha informato che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza. Ma la regola della forza non va a braccetto con quella della saggezza, spinto da Netanyahu, Trump il 28 febbraio ha attaccato l’Iran, attizzando un incendio che non sa più come spegnere, che sta causando danni incomparabili e imprevedibili all’economia mondiale e quindi alla “sicurezza” dei nostri diritti. Ma il futuro delle giovani generazioni non è minacciato soltanto dalle guerre, dai preparativi di guerra e dalle conseguenze economiche. La categoria del futuro è messa in crisi ancor di più dalla delegittimazione di ogni politica di contrasto al mutamento climatico. Al punto che nella bibbia di Trump, la National Defense Strategy, pubblicata a gennaio di quest’anno, è sentenziato: “Rifiutiamo le disastrose ideologie del ‘cambiamento climatico’. Se coloro che guidano l’economia più potente e più inquinante del mondo, considerano il mutamento climatico, non un fatto oggetto di indagine scientifica, ma un’ideologia disastrosa, è evidente che a livello globale nessuna politica di contrasto al cambiamento climatico può essere impostata, con la conseguenza di accelerare il degrado delle condizioni della vita sulla terra. E’ questo forse l’attentato più grave che si può fare al futuro delle giovani generazioni e di quelle a venire.
Siamo arrivati ad un tornante della Storia, i giovani devono capire che i poteri selvaggi che dominano il mondo, stanno togliendo loro l’aria di cui hanno bisogno per respirare e per esistere. Li stanno privando di quello di cui loro hanno molto più bisogno di noi anziani: la dimensione del futuro. Se il Vietnam è stata la scintilla che ha fatto partire l’incendio del ’68, l’orrore del genocidio a Gaza e dei massacri senza fine in Medio Oriente e sulla frontiera orientale dell’Europa, il disastro ecologico annunciato possono costituire la spinta propulsiva di un nuovo ’68.
Nel ’68 il punto di partenza è stata la ribellione alla guerra e alla cappa mostruosa di conformismo e autoritarismo che essa imponeva ai giovani nelle società dell’Occidente. La scintilla è partita dalla contestazione della guerra del Vietnam, non si trattava soltanto di rifiutare l’arruolamento – come avveniva per i giovani americani – ma di rifiutare il linguaggio della guerra, anche della guerra fredda, l’incubo di una società militarizzata che, con i suoi riti autoritari, spegneva le passioni, la creatività, la gioia di vivere. Oggi stiamo rivivendo lo stesso incubo ma in condizioni di gran lunga peggiori.
Quello che ha segnato la differenza del Sessantotto rispetto ad altri periodi storici è stato il passaggio impetuoso da una dimensione meramente politica ad una dimensione antropologica. Ad un certo punto una generazione che si affacciava alle soglie della vita adulta, ha intravisto un orizzonte di libertà ed ha scoperto che poteva liberarsi dei lacci e lacciuoli delle convenzioni e delle gerarchie sociali che, nelle istituzioni (politiche, militari e religiose) e persino nella famiglia, imponevano un conformismo asfissiante che opprimeva la vita. Lo stupore è stata l’emozione dominante che ha attraversato la vita dei giovani del ’68. Lo stupore di scoprire che si poteva dire no alla violenza delle armi (mettete dei fiori nei vostri cannoni) e contestare la macchina militare ed i suoi progetti di morte; lo stupore di scoprire che si potevano contestare le disuguaglianze senza alcun timore reverenziale verso i potenti; lo stupore di scoprire la propria autodeterminazione e libertà sessuale, sbarazzandosi delle costrizioni di un costume patriarcale e sessuofobico. Questo anelito di libertà è penetrato attraverso i giovani in tutti gli ambienti: le scuole, l’università, le caserme, le parrocchie, il carcere, i partiti. Ha portato conflitti ma è stato anche un grande fattore di crescita e di cambiamenti. Oggi siamo chiamati a compiere un percorso inverso, dobbiamo partire da una dimensione antropologica, dal lutto e dalle emozioni per la scoperta della cancellazione del nostro futuro, per arrivare ad una rivolta politica delle giovani generazioni contro l’ordine esistente. Di questa rivolta ci sono già i segni premonitori.
I giovani hanno capito che qualcuno vuole derubarli del futuro e l’hanno dimostrato con le straordinarie manifestazioni per la Palestina che hanno attraversato le piazze italiane nell’autunno dell’anno scorso, i cui echi si sono sentiti anche nel voto al referendum del 22/23 marzo. Ancora una volta il rifiuto della guerra e di una vita mortificata dalla militarizzazione e dal conformismo può essere la chiave di volta per la nascita di un movimento animato dal sogno di una vita libera nella gioia e nella fraternità. Noi questo sogno dobbiamo coltivarlo al massimo livello perché, incarnato nel cuore di milioni di persone, può diventare l’epifania di un nuovo ’68.

