Le elezioni di midterm del novembre 2026 si annunciano come un passaggio molto teso, con una presidenza Trump sotto pressione: le deportazioni indiscriminate e l’impiego militarizzato dell’ICE hanno riattivato l’opposizione. L’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto e alimenta un malcontento diffuso. La guerra in Medio Oriente ha un costo interno visibile e intacca anche una parte del consenso della base MAGA. Sul piano simbolico, le dichiarazioni sull’intenzione di “annichilire la civiltà” persiana e lo scontro con Papa Leone – con il seguito delle ramanzine teologiche di Vance e degli strafalcioni del Segretario alla Gierra Pete Hegset – segnalano un livello di polarizzazione che supera ormai i confini dell’inedito. I primi scricchiolii già si avvertono: in diverse elezioni locali e nelle special elections convocate per coprire seggi vacanti emergono scarti che riducono il vantaggio repubblicano anche in aree considerate solide. Non è ancora una crisi conclamata. È però un equilibrio instabile, esposto a variazioni rapide.
Le midterm sono così il primo vero banco di prova della “rivoluzione americana”, il momento in cui si decide se il ciclo politico aperto nel 2024 si consolida o si incrina. Per una presidenza fondata sull’espansione del potere esecutivo, la perdita del controllo del Congresso avrebbe conseguenze immediate: restringerebbe lo spazio di manovra, riaprirebbe il conflitto istituzionale, renderebbe più fragile ogni azione di governo. Ciò nonostante alcuni osservatori notano che Trump si comporta come se la normale competizione elettorale non fosse più il suo orizzonte principale. Da qui il sospetto che abbia rinunciato alla possibilità di vincere “in modo pulito”. O che non voglia rischiare, specialmente dopo l’esperienza Orbàn. Garry Kasparov l’aveva scritto mesi fa, con una formula netta: «Americans should not take the integrity of next year’s elections for granted1».
Da qui si deve partire. Non dal tentativo di prevedere l’esito elettorale, ma dall’analisi di ciò che già oggi lo precede: la manipolazione del processo.
Regime change?
Lo scopo della “rivoluzione americana” — come di ogni rivoluzione — è il cambio di regime. Alcuni parlano già da tempo di autocrazia elettorale, altri di autoritarismo costituzionale, altri ancora di una torsione in senso monarchico del potere esecutivo. Qui adottiamo il termine “superpresidenzialismo”, per mettere a fuoco la dimensione istituzionale del mutamento.
Non si tratta soltanto di ampliare i poteri della presidenza, ma di ridefinire il rapporto con gli altri poteri. Invertendo Montesquieu, il nodo è il controllo dei due contrappesi: il giudiziario e il legislativo. Sul primo versante, negli articoli precedenti, abbiamo ricostruito una pressione costante sulla magistratura — delegittimazione pubblica, conflitto con i giudici federali, tentativi di restringere i confini del controllo giurisdizionale — nel quadro di un uso neopatrimoniale dello Stato, che trasforma il Dipartimento di Giustizia in uno strumento per colpire i nemici e favorire gli amici.
Resta da analizzare il secondo fronte. Il Congresso è insieme sede principale della produzione legislativa e principale controllo sull’azione dell’esecutivo. Può agevolare, bloccare o svuotare l’agenda presidenziale, aprire inchieste e imporre costi politici; nei casi estremi, attivare l’impeachment. È qui che si misura, in modo concreto, la tenuta del sistema dei pesi e contrappesi.
Finora la presidenza ha agito soprattutto sul primo piano, cercando di aggirarlo. Attraverso ordini esecutivi, dichiarazioni di emergenza e ampi margini di discrezionalità amministrativa, l’agenda è avanzata scavalcando il Congresso, spesso relegato sullo sfondo: poco produttivo, frammentato, incapace di incidere in modo coerente. Questo schema non è nuovo nella storia americana, ma con Trump sta assumendo una dimensione più sistematica.
Questo approccio, però, ha i suoi limiti. Le politiche costruite per via esecutiva restano esposte al contenzioso giudiziario: possono essere sospese o ridimensionate dai tribunali federali, contestate dalla Corte Suprema, disapplicate a livello statale da giudici e procuratori elettivi. Rimangono inoltre politicamente fragili, perché legate a equilibri contingenti e facilmente reversibili dalla prossima amministrazione. Soprattutto, non risolvono il nodo centrale: anche indebolito nella funzione legislativa, un Congresso indipendente può continuare a esercitare un controllo incisivo.
È qui che avviene il passaggio. Non basta aggirare il Congresso nella sua funzione legislativa. Occorre neutralizzarne la capacità di accumulare opposizione e tradurla in conflitto istituzionale. E per questo non basta un margine numerico: serve una maggioranza ampia e disciplinata, costruita in modo coerente con l’indirizzo presidenziale. I candidati devono essere selezionati non solo per sostenere l’agenda senza deviazioni rilevanti, ma anche per garantire protezione politica nei momenti critici: impedire che si aprano indagini, inchieste strutturate, procedure di impeachment.
Le elezioni di midterm diventano così il buco nero da cui dipende la sopravvivenza del progetto rivoluzionario. Una sconfitta riaprirebbe immediatamente spazi di controllo e di conflitto; un successo, al contrario, consoliderebbe il potere presidenziale e ridurrebbe drasticamente i rischi istituzionali.
Il problema, allora, non è più impegnarsi nella competizione e lasciare che “vinca il migliore”. Bisogna ridurre l’incertezza del risultato. Elezioni libere e corrette introducono inevitabilmente una quota di imprevedibilità: esiti inattesi, spostamenti improvvisi, reazioni difficili da anticipare. Quando la posta in gioco è così alta, questa incertezza può essere percepita come un rischio esistenziale.
È a questo punto che il processo cambia natura. Si tratta di costruire condizioni favorevoli prima del voto, incanalando l’esito entro margini prevedibili e governabili. Il processo elettorale non può essere lasciato interamente alla dinamica competitiva: deve diventare oggetto di azione strategica. Secondo uno studio recente, gli Stati Uniti non sono già più una democrazia liberale, ma restano ancora una “democrazia elettorale”2. Con le midterm di novembre anche questo potrebbe finire. È la soglia del regime change: un self-coup in slow motion3.
Autogolpe
In questa prospettiva, le diverse tecniche di manipolazione che emergono dagli atti dell’amministrazione e dal dibattito pubblico acquistano una coerenza inquietante. Le analizzeremo in dettaglio nei prossimi articoli.
Si parte dalla riconfigurazione dello spazio elettorale: da mesi Trump ha lanciato una grande campagna per il ridisegno dei collegi per orientare la distribuzione del voto, concentrando o disperdendo segmenti decisivi dell’elettorato e favorendo i candidati repubblicani. Su questo si innesta il piano dell’accesso, dove restrizioni amministrative, requisiti documentali più stringenti, revisione delle liste elettorali e interventi sul voto anticipato o per corrispondenza incidono sulla composizione effettiva dell’elettorato. A questo livello si collega il tentativo di standardizzazione federale delle regole elettorali in senso restrittivo, nel nome dell’“integrità elettorale”, ma con impatti selettivi di disenfranchising su segmenti sociali specifici, in particolare poveri e minoranze urbane.
Parallelamente si sta sviluppando una linea più direttamente politica e giudiziaria: la costruzione preventiva di una narrativa sui brogli, che non serve soltanto a delegittimare eventuali sconfitte, ma prepara contestazioni mirate dei risultati, distretto per distretto, seggio per seggio, nei contesti in cui lo scarto è ridotto. Il contenzioso elettorale entrerà così nel processo stesso: ritardi nelle certificazioni, invalidazioni di schede, riconteggi selettivi. In parallelo, l’uso delle risorse statali — amministrative, comunicative, talvolta anche coercitive — rafforza la capacità del potere in carica di presidiare ogni fase del processo elettorale.
Sul fondo si intravede una leva più radicale. Il ricorso al linguaggio e agli strumenti dell’emergenza apre la possibilità di interventi straordinari nei contesti considerati più critici. Non necessariamente una sospensione generalizzata del voto, ma misure selettive e localizzate, giustificate da esigenze di ordine pubblico o sicurezza, con effetti potenzialmente rilevanti sulla partecipazione e sulla rappresentanza. Anche interventi temporanei possono produrre conseguenze politiche significative: interruzioni anche circoscritte del processo elettorale in pochi collegi potrebbero incidere sull’equilibrio iniziale del nuovo Congresso, ritardando la formazione di una maggioranza democratica e impedendo che la legislatura si apra con un processo di impeachment.
Considerate isolatamente, queste pratiche appaiono eterogenee; lette insieme, rivelano una logica comune. Non sono soltanto strumenti di competizione aggressiva, ma rispondono a un’esigenza più profonda: rendere l’esito elettorale meno incerto, più governabile, più compatibile con la stabilità del potere.
Questo non elimina la dimensione competitiva. Gli elettori continuano a votare, i partiti a confrontarsi, ma in un campo viziato, in cui l’esito si costruisce prima del voto.
È su questo terreno che si collocheranno gli articoli di questa nuova serie. Non una riflessione astratta sulla qualità della democrazia americana, ma un’analisi concreta dei meccanismi attraverso cui il processo elettorale viene manipolato. L’ipotesi che proponiamo è che per questa via, le midterm del 2026 potrebbero rendere visibile una tendenza più ampia già intuibile da mesi: la fine dello Stato di diritto in America4.
- Garry Kasparov, “The Race to Save America’s Democracy”, The Atlantic, 28 settembre 2025 [link] ↩︎
- “Democracy Report 2026. Unraveling The Democratic Era?”, V-Dem Institute, marzo 2026. [link] ↩︎
- Moisés Naím, Future of U.S. Democracy: Is Trump Executing a Self-Coup? Foreign Policy, 18 marzo 2025 [link]. “It is a coup d’état, but in slow motion.” ↩︎
- 8) J. Michael Luttig, “The End of Rule of Law in America”, The Atlantic, 14 maggio 2025 [link].
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Luigi Manconi