Nonostante i ripetuti attacchi alle “toghe rosse” — i left-wing judges del lessico trumpiano — nell’America di Donald Trump la prima linea del conflitto con la magistratura non è ideologica, ma territoriale. E non riguarda i giudici, bensì i procuratori. Sul territorio convivono infatti due strutture autonome della funzione requirente. Quella statale, che va dall’Attorney General ai District Attorneys, è composta da procuratori eletti, responsabili dell’applicazione delle leggi locali. Quella federale, con uffici in tutti i 94 distretti, è guidata dagli U.S. Attorneys: procuratori nominati dal Presidente e confermati dal Senato, incaricati di perseguire i reati previsti dalla legge nazionale e di attuare l’agenda giudiziaria dell’amministrazione. È nell’intersezione fra procure locali che rispondono ai cittadini e procure federali affidate a funzionari presidenziali che il conflitto assume natura politica.
Con un Presidente deciso a imporre dall’alto le proprie priorità a tutto il paese, questa struttura diventa un campo di battaglia. Da una parte, le procure federali si fanno braccio operativo di Washington; dall’altra, quelle statali e locali rivendicano la propria autonomia costituzionale.
L’attacco dall’alto: Weaponization of the judiciary
Quello che nel discorso politico americano viene definito “uso del potere giudiziario come arma politica” inizia il giorno stesso dell’insediamento dell’amministrazione Trump II. Il 22 gennaio 2025 il Washington Post rivela un memo interno con cui il nuovo Department of Justice (DOJ) ordina ai procuratori federali di “valutare azioni penali” contro funzionari statali e locali — inclusi i procuratori — che rifiutano di collaborare alla campagna nazionale sulle deportazioni. La direttiva considera la non-cooperazione un reato di ostruzione alla giustizia. Pochi giorni dopo, la nuova Ministra della Giustizia e Procuratrice Generale Pam Bondi, ex avvocata di Donald Trump, trasforma quell’indicazione in politica ufficiale attraverso una serie di memorandum vincolanti. Questi autorizzano il DOJ a rivedere i finanziamenti federali destinati al settore della giustizia negli Stati e nelle città considerati “inadempienti”, inclusi fondi per procure, polizie locali, programmi per le vittime, iniziative di prevenzione e ricerca sulla sicurezza.
Due episodi dei primi mesi del 2025 illustrano bene la dinamica.
La nomina di un’altra ex avvocata di Trump, Alina Habba, a Procuratrice federale ad interim nel New Jersey produce un uso immediatamente politico dell’azione penale. Habba apre un’indagine contro il governatore Phil Murphy e il Procuratore Generale Matt Platkin, accusandoli di ostacolare le politiche federali sull’immigrazione. L’inchiesta resta di fatto ferma, ma ottiene il risultato politico desiderato: mettere i vertici dello Stato sotto pressione attraverso l’annuncio di un’azione penale federale.
A New York la pressione politica è ancora più evidente. La Attorney General Letitia James, che nel 2023 aveva condotto la causa civile che portò alla condanna della Trump Organization per frode finanziaria, diventa il bersaglio del procuratore federale ad interim nominato dal Presidente, John Sarcone III, che chiede all’ufficio di James documenti e comunicazioni relativi alla causa contro Trump per riesaminarli. L’iniziativa crollerà per un vizio di forma — Sarcone non aveva ricevuto la conferma del Senato ed era stato mantenuto in carica attraverso forzature procedurali — ma il messaggio è chiaro: un procuratore “nemico” può essere colpito dall’ombra di un’azione federale, anche se priva di basi solide.
L’esecutivo, insomma, ha fretta di colpire gli avversari politici annidati nei governi e nelle procure statali e usa gli U.S. Attorneys come prolungamento territoriale della propria autorità; Stati e procure colpiti reagiscono denunciando abusi di potere, irregolarità procedurali e sconfinamenti del potere federale.
La resistenza dal basso: Fuck Around and Find Out
Se la prima metà del 2025 è segnata dall’assalto verticale della Casa Bianca attraverso i procuratori federali, la seconda segna invece la reazione dei procuratori statali, figure politiche elette su programmi espliciti di politica giudiziaria locale. La loro autonomia non va letta “all’europea” come indipendenza dalla politica: è prima di tutto autonomia degli Stati da Washington, un principio identitario del federalismo americano. Sotto la pressione delle nuove direttive federali questa autonomia diventa il nucleo di una coalizione inedita.
Tra i volti più riconoscibili c’è Larry Krasner, procuratore distrettuale di Philadelphia e figura centrale del fronte dei progressive prosecutors, promotore di un approccio meno fondato sulla pena detentiva e sulla retorica del “law and order”, più attento alla trasparenza nelle pratiche di polizia e alle radici sociali della criminalità. Nel 2025 il gruppo guidato da Krasner sceglie però un profilo più ampio e raccoglie anche procuratori moderati o centristi che non condividono l’impianto ideologico dei colleghi progressisti, ma vedono nelle nuove direttive del DOJ un rischio strutturale per le giurisdizioni locali.
Questa rete, cui abbiamo già accennato in precedenti articoli [il 6 e il 27 febbraio], assume un nome programmatico: FAFO – Fight Against Federal Overreach. La scelta non è casuale. Nello slang militare e nella cultura MAGA, FAFO sta per Fuck Around and Find Out, un avvertimento volgare che suona come “rompi il cazzo e vedi che ti succede”. I procuratori lo rovesciano ironicamente: l’acronimo segnala lo sconfinamento del potere federale e insieme sfida il trumpismo sul suo stesso terreno linguistico. L’obiettivo condiviso è difendere l’autonomia locale dalle pressioni di Washington e riaffermare il primato della giurisdizione penale degli Stati sulle politiche federali, specie in materia di immigrazione: non vogliono che l’amministrazione federale decida quali reati perseguire, quali priorità adottare o quali risorse utilizzare.
La coalizione agisce sul piano giuridico e politico. I suoi membri coordinano l’azione nei tribunali sottoscrivendo amicus briefs congiunti (osservazioni legali presentate da soggetti esterni al processo ma interessati alla causa per ragioni istituzionali o strategiche), organizzano conferenze stampa comuni e denunciano pubblicamente l’uso politico delle procure federali e il ricorso ai tagli finanziari come leva coercitiva.
La rete si muove anche sul terreno costituzionale, puntando sulla dottrina dell’anti-commandeering, più volte confermata dalla Corte Suprema, secondo cui il governo federale non può costringere (commandeer) Stati e città ad applicare le proprie leggi. È il fondamento giuridico delle politiche “santuario” e l’argomento principale contro le minacce di procedimenti penali a danno di procuratori e funzionari locali. Queste minacce, sostengono, funzionano come intimidazione politica ma poggiano su basi giuridiche fragili.
La contrapposizione diventa così una battaglia per la legittimazione. I procuratori federali nominati dal Presidente rivendicano l’autorità della legge nazionale e la retorica dell’“emergenza sicurezza”; i procuratori eletti localmente richiamano la sovranità democratica delle loro comunità e la tenuta del federalismo. Krasner sintetizza il conflitto in una frase ricorrente: a differenza degli U.S. Attorneys, loro non sono un’estensione dell’esecutivo federale. “Siamo eletti per proteggere la sicurezza di chi vive qui, non per applicare un’agenda politica definita altrove”.
Tra le Court Houses federali, dove operano gli U.S. Attorneys, e i Palazzi di giustizia in cui lavorano gli Attorney General statali, la politica della giustizia americana rivela il suo volto più complesso. Ed è in questa frattura che oggi si gioca una partita decisiva della rivoluzione trumpiana.

