C’è una battaglia da fare, che riguarda tutti, su cui si deve attivare la società civile ed è quella contro le “querele temerarie”, le denunce pretestuose dei giornalisti, con lo scopo di intimidirli e indurli a una autocensura futura. E non riguarda solo i giornalisti.
Entro il 7 maggio, i singoli Stati sono chiamati a recepire la Direttiva europea antiSLAPP, un acronimo che sta per Strategic Lawsuit Against Public Participation, Azione legale strategica contro la partecipazione pubblica. Le azioni legali strategiche sono, con parole più semplici, querele per diffamazione o richieste risarcitorie infondate, intentate da gruppi di interesse ma anche esponenti governativi che fanno valere la loro posizione di potere contro giornalisti e ONG. Una delle minacce che incombono sulla libertà di stampa e di espressione.
Nel discorso di inizio anno, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha promesso che il governo rispetterà la scadenza ma soltanto alle cause civili trans-frontaliere, cioè a quelle poche promosse da soggetti di altri paesi, che è l’unica parte vincolante del testo europeo. Non si applicherà alle querele pretestuose e alle cause civili per diffamazione promosse da soggetti italiani, da cui arrivano la maggior parte degli attacchi, che sono altrettante spade di Damocle sul libero esercizio della professione giornalistica: come fai a sentirti libero se ti minacciano con cause milionarie o se incombe il rischio di carcerazione?
Alle parole di Meloni era seguita la risposta preoccupata di Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti, che chiede di fare un passo ulteriore: «Per l’osservatorio Ossigeno informazione, lo scorso anno 93 giornalisti sono stati oggetto di querele temerarie, ossia di iniziative giudiziarie infondate e finalizzate esclusivamente a intimidire e far tacere i giornalisti. L’Italia continua ad essere il Paese con il maggior numero di querele per diffamazione ed esorbitanti richieste di risarcimento danni. Oltre l’80% di questi procedimenti viene archiviato o si conclude con un’assoluzione. Spesso dopo molti anni. Chi presenta una querela intimidatoria deve essere punito e non con un buffetto. Per questo, riteniamo che il modo con cui è stata recepita la Direttiva europea sulle querele intimidatorie sia un’occasione persa». Questi numeri non tengono conto di chi non rende pubblica la querela, nel tentativo di giungere a una soluzione che, anche quando avvenga, ha comunque tenuto per lungo tempo una persona in stato di autolimitazione, quando non di autocensura. Sempre per Ossigeno, nel 2025 sono stati 677 i giornalisti minacciati a vario titolo, il 31 per cento in più rispetto all’anno scorso.
Per il report 2026 di Media Freedom Rapid Response (MFRR) relativo ai primi sei mesi del 2025, l’Italia è sesta nella classifica delle violazioni alla libertà di stampa.
Il rapporto di MFRR è il risultato dello sforzo congiunto della European Federation of Journalists (Efj), dell’International Press Institute (Ipi) e dello European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF) di Lipsia, dove nelle stesse ore, erano presenti 21 giornalisti dell’Ordine della Lombardia impegnati in una formazione Erasmus sui temi delle SLAPP e della libertà d’informazione (sul profilo Linkedin dell’OdG Lombardia tutti i contenuti dei lavori). I programmi Erasmus per i giornalisti sono un’innovazione piuttosto recente, resi possibili da fondi europei appositi e dalla collaborazione con organizzazioni impegnate nel tutelare, difendere, in alcuni casi accogliere dando asilo a giornalisti perseguitati a vario titolo. La scuola di formazione – dal 15 al 26 febbraio – è incentrata proprio sull’approfondimento dei diritti e delle possibilità a disposizione dei giornalisti per difendersi, sia fisicamente sia sul piano reputazionale.
E il fatto che sia necessaria è una misura dello stato della nostra democrazia per quanto riguarda la libertà di informazione.

Le vie delle intimidazioni sono infinite e subdole, come emerge dal report di ECPMF: le due principali forme di attacco ai giornalisti registrate sono state verbali – 36% – e legali – 33%. Al terzo posto – 26.8% – ci sono le “interference”, dall’intimazione di cancellazione di prove dai propri strumenti di lavoro alla rimozione di articoli e servizi su internet, e ogni altra pressione. Una delle più praticate di recente è la mancata ammissione alle conferenze stampa per giornalisti non graditi: lo abbiamo visto per esempio con le espulsioni dalla Casa Bianca di accreditate e storiche testate e non solo di singoli professionisti. Gli attacchi fisici sono “solo” il 18,5% dei casi, gli attacchi alla proprietà il 14.3.
In Italia, la percentuale degli attacchi verbali sale addirittura al 48.7% in un clima di continuo stigma e denigrazione della figura delle professione giornalistica. E riguarda tutti perché è lo stesso metodo riservato a chiunque sia considerato “nemico”: i magistrati – i toni e i contenuti degli attacchi ai magistrati, usando parole atte a screditarne ogni atto e l’essenza stessa della magistratura, sono all’ordine del giorno nella campagna referendaria in corso –, i docenti e i professori, i medici e gli scienziati, i sindacati non vicini al Governo.
Tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2025, il database Mapping Media Freedom (MapMF) su cui si basa il report di ECPMF, ha documentato 709 violazioni della libertà di stampa in 35 paesi europei. In totale, sono state prese di mira 1249 persone o entità legate ai media. Una parte di un fenomeno più ampio.
Il rischio è serio e se ne vedono i prodromi in Ungheria, considerata dagli esperti una “scuola” per molti, persino per gli Stati Uniti di Trump, in materia di soffocamento della stampa libera e indipendente.
«Durante i 16 anni di governo di Viktor Orbán, almeno una mezza dozzina di media indipendenti si sono trasformati in portavoce del partito di governo Fidesz. Il governo ha acquisito il controllo sui media statali, mentre gli alleati di Orbán hanno finito per dominare anche la maggior parte dei media privati, tra cui quasi tutte le emittenti radiofoniche, televisive e i quotidiani locali, creando una vera e propria camera di risonanza», scrive Hungarian Observer su Substack in un articolo che si intitola «La repressione dei media da parte di Orbán in Ungheria potrebbe diventare un modello per Trump». E per l’Italia.
Il 9 e 10 marzo, i partner del Media Freedom Rapid Response organizzeranno una missione di advocacy a Roma, per valutare i principali sviluppi che influenzano la libertà di stampa e dei media nel paese e sollecitare l’attuazione di riforme cruciali. È la seconda visita in terra italiana, dopo quella del 2024, che «riflette le grandi preoccupazioni relative all’attuazione dell’EMFA, la legge europea sulla libertà dei media». La missione si concentrerà su quattro punti principali: la riforma dell’emittente pubblica Rai e la sua conformità alla EMFA; il recepimento della direttiva UE Anti-SLAPP e la riforma in materia di diffamazione; le minacce digitali e l’uso della sorveglianza contro i giornalisti; la concentrazione del mercato dei media e la sua compatibilità con l’EMFA. Alla delegazione si affiancheranno Amnesty International Italia, la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), il Consiglio Nazionale Ordine dei Giornalisti (OdG) e l’Unione Sindacale Giornalisti Rai (Usigrai). Ma serve anche la società civile, colpita nella libertà di espressione esattamente come i giornalisti e come chiunque altro. Iniziamo da qui.


