So bene che l’ultima cosa necessaria in questa fase storica è una disamina post-strutturale sul senso etico ed estetico delle cose, ma nella totale assenza di un paradigma di senso, sono solo i piccoli dettagli capaci di offrire una linea interpretativa. E tra tutti i dettagli, i moltissimi dettagli di questi giorni insensati di guerra, la scelta de “La Macarena” come colonna sonora dei bombardamenti nel video diffuso dalla Casa Bianca può offrire un’interessante pista interpretativa. La canzone-tormentone proposta dai “Los del Rio” nel 1993 era arrivata ovunque, in particolare veniva diffusa a ripetizione dagli altoparlanti degli autoscontri della fiera di Revere, poco prima dei fuochi d’artificio. L’album ha forse un titolo più adeguato: “A mi me gusta”. La canzone parla di ciò che piace a Macarena, una ragazza che tradisce per una notte il fidanzato Vitorino, un po’ noioso e fuori città. Nulla del testo offre un appiglio sulla scelta. Il testo infatti è irrilevante, perché nel video viene usato il riconoscibilissimo lancio strumentale della canzone.
L’operazione stavolta si chiama “Epic Fury” e in qualche modo le note che preludono al notissimo ballo con anche mobili e mani sui fianchi anticipano la preparazione – grottesca – del momento di festa. Perché forse questo è l’aspetto più terribile di tutti. Quello che conta, oggi, è lo show. È sempre stato lo show, intrecciato con la forma e il dna del potere dell’attuale presidente americano. L’anno 2026 era già iniziato con un presidente in carica, ossia Maduro, bendato, ammanettato, in tuta che viene deportato dal Venezuela con l’operazione “Absolute resolve”. Un blitz velocissimo e spettacolare. Il corpo esposto senza sovranità, in tuta. Sono solo superlativi quelli usati per le operazioni di politica internazionale, e lo show è l’obiettivo, non più il mezzo. Per questo forse fatichiamo a capirne il senso. Come scriveva Paul Veyne nel suo “Il pane e il circo”, «La folla sapeva che lo spettacolo era organizzato per loro, che loro stessi erano la “regina del carnevale” e che le autorità volevano compiacerli. Essi si sentivano a casa nel Circo e nei teatri (ed è proprio in quei luoghi che, nei momenti di agitazione politica, si precipitavano per riunirsi e manifestare)».
Poiché gli spettacoli erano le feste del popolo, l’autore dei giochi, quando era l’Imperatore, dedicava quei giorni al servizio del popolo e si umiliava davanti ad esso. Claudio si rivolgeva agli spettatori chiamandoli “miei padroni” (domini) — lui che, in quanto sovrano, la folla di solito chiamava “nostro padrone”. Se nella Roma imperiale il patto ironico tra il potere e le sue concessioni passava dallo spettacolo e dal gioco delle parti chiaro e circoscritto alla temporalità delle feste, oggi di quello show di cui è erede il carnevale, che cade proprio in questi giorni, rimangono alcuni simboli, come il re di cartapesta viene incendiato, così come la possibilità di deriderlo che finisce con quel fuoco. Nel gioco degli specchi e dei desideri i re che prendono fuoco sono molteplici, eppure non c’è catarsi, ma il terrore della follia. Una paura che risuona nella canzone più dispotica dell’estate, “Vamos a la playa”, dove nelle note ripetute dei Righeira il terrore della bomba viene normalizzato come la tintarella. Era il 1983, e oggi quel mondo e quella premonizione sembrano lontani eppure vicinissimi. Se allora la musica permetteva lo spazio della premonizione, oggi ahimè somiglia ad un macabro annuncio, a suon di festa.

