Trump e la “guerra a pezzi” contro la magistratura. Terzo pezzo: le magistrature elettive 

27 Febbraio 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Trump, che pretende l’allineamento verticale di tutte le istituzioni alla propria agenda, ha nei magistrati elettivi un ostacolo radicato nel territorio e difficile da aggirare. Sono quelli che lui attacca come “giudici marxisti”, che si nasconderebbero nelle città santuario governate dai democratici.

Negli articoli precedenti ho analizzato la “guerra a pezzi” dell’amministrazione Trump con la Corte Suprema e con le corti federali, cioè con giudici di nomina presidenziale e in carica a vita. Qui comanda spesso (ma non sempre) la logica della nomina: chi è stato scelto da presidenti repubblicani tende più frequentemente a contrastare misure di presidenti democratici, e viceversa.

C’è però un altro “pezzo” di questa guerra: le decine di migliaia di giudici e procuratori eletti direttamente dai cittadini. È sul territorio, nei tribunali di contea e nelle procure distrettuali, che l’esecutivo federale trova il suo primo ostacolo: una magistratura che condivide con il presidente la stessa fonte di legittimazione, il voto popolare.

Le elezioni dei magistrati si tengono insieme a quelle locali e statali. Sono spesso apertamente partitiche, specie per i procuratori, oppure formalmente apartitiche ma con affiliazioni facilmente leggibili. Qui l’esito segue la geografia elettorale: le due coste e le grandi città eleggono magistrati progressisti; l’America profonda del Sud e del Midwest preferisce profili conservatori.

Questa tensione tra magistratura e politica è connaturata al sistema americano. Ma la novità degli ultimi dieci anni è la sua radicalizzazione: un presidente che pretende l’allineamento verticale di tutte le istituzioni alla propria agenda incontra nei magistrati elettivi un ostacolo radicato nel territorio e difficile da aggirare. Non a caso Trump e i suoi più stretti collaboratori tuonano spesso contro i “giudici marxisti” che si nasconderebbero nelle città santuario governate dai democratici.

I fronti del conflitto

Nell’ultimo anno il terreno di scontro più immediato è stato l’immigrazione. Già dal primo mandato di Trump molte città democratiche si erano dichiarate sanctuary jurisdictions, imponendo – con il supporto di tribunali statali e corti locali – vincoli severi alle operazioni federali dentro edifici pubblici, parchi, scuole e ospedali. Con il giro di vite del secondo mandato e l’uso più aggressivo di raid e retate dell’ICE, il conflitto si è ampliato. La magistratura locale ha limitato ulteriormente l’azione federale richiamandosi al Decimo Emendamento, che vieta a Washington di “comandare” direttamente le autorità statali: il presidente non può trasformare polizie e tribunali locali in bracci operativi della propria agenda securitaria.

Il secondo fronte riguarda le regole del voto. Con la Casa Bianca impegnata a riscrivere la materia in nome della “sicurezza elettorale”, in diversi Stati i giudici democratici eletti nelle contee urbane hanno bloccato ricorsi repubblicani che miravano a ridurre il voto postale, imporre criteri più stringenti di identificazione ai seggi o trasferire i registri elettorali alle autorità federali. Di fronte alla strategia dell’amministrazione, che punta a restringere l’elettorato – in particolare tra gli immigrati – e a centralizzare la gestione del processo elettorale, le corti locali si sono schierate a difesa delle prerogative statali e del principio del più ampio accesso possibile al voto.

In questo clima si inserisce uno degli episodi più simbolici del conflitto tra esecutivo federale e magistratura elettiva: il caso della giudice Hannah Dugan in Wisconsin. Eletta alla Milwaukee County Circuit Court con il sostegno del Partito Democratico locale, nel dicembre 2025 Dugan è stata incriminata dal Dipartimento della Giustizia per aver ostacolato un arresto da parte di agenti federali dell’immigrazione, aiutando un imputato messicano a lasciare il palazzo di giustizia attraverso un’uscita riservata ai detenuti. Per i parlamentari repubblicani avrebbe “favorito la fuga” di un irregolare e interferito con l’applicazione della legge federale; per i democratici e per le associazioni professionali della magistratura si tratta invece di un messaggio intimidatorio rivolto alle toghe locali ostili alla linea dura sull’immigrazione.

Il processo a Dugan non è un caso isolato. Si colloca in un clima di conflitto crescente, in cui l’amministrazione non esita a utilizzare FBI e Dipartimento della Giustizia contro giudici e procuratori che difendono politiche di accoglienza o, più semplicemente, rivendicano la propria autonomia.

Le toghe rosse si organizzano

La punta più politicizzata e meglio organizzata della magistratura elettiva è rappresentata dai procuratori, a cominciare dai Procuratori Generali statali: vere figure di partito che usano il contenzioso contro Washington anche come leva politica, talvolta come trampolino verso il governatorato o il Senato. Già dieci anni fa alcuni di loro, insieme ai district attorneys delle grandi città, avevano provato a coordinarsi nel movimento dei progressive prosecutors, che contestava l’impianto tradizionale del “law and order” statunitense. Il movimento promuove una giustizia meno carcerocentrica, maggiore trasparenza dell’operato di polizia, la prevalenza della giurisdizione penale degli Stati sulle politiche federali in materia di immigrazione e una lettura della criminalità legata alle disuguaglianze sociali. Fino al 2023–24 questo universo restava però frammentato in esperienze locali.

Con il secondo mandato Trump la situazione si radicalizza. Le operazioni sempre più aggressive di DHS e ICE, le indagini federali contro giudici non allineati e la minaccia di “nazionalizzare” la gestione delle elezioni esasperano la pressione da Washington e spingono una parte dei procuratori progressisti a coordinarsi su scala nazionale. In questo scenario, nel febbraio 2026 nasce la FAFO – Fight Against Federal Overreach: una coalizione di procuratori decisa a contrastare il tentativo della Casa Bianca di estendere la propria influenza sugli Stati. La FAFO – il cui payoff è “No One Is Above The Law” – segna il passaggio dalla riforma circoscritta alla difesa collettiva: impegna i suoi aderenti a perseguire i reati commessi da funzionari o agenti federali sul loro territorio, a documentarne gli abusi e a proteggere l’integrità delle elezioni. 

In un sistema in cui l’azione penale non è obbligatoria e le procure stabiliscono la gerarchia dei reati, questo equivale a un vero programma di politica giudiziaria. Dove il movimento dei progressive prosecutors cercava di trasformare la giustizia penale nei singoli distretti, la FAFO cerca di costruire un contro-potere istituzionale capace di opporsi, in modo coordinato, all’espansione delle prerogative federali.

L’ironia politica è evidente. Nel suo scontro al vertice con la Corte Suprema e i tribunali federali, il trumpismo ha costruito una retorica contro le “élite giudiziarie”, presentando i giudici come tecnocrati non eletti che ostacolano il volere del popolo incarnato dal presidente. Ma a valle, a livello statale e municipale, lo scontro coinvolge sempre più magistrati molto diversi: figure profondamente politiche, ma legittimate direttamente dal voto popolare.

Su queste basi, lo scontro non sembra destinato a esaurirsi rapidamente.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro qui: https://rivoluzioneamericana.it/

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