Studiare il populismo penale e poi vederlo accadere davanti ai propri occhi, fa lo stesso effetto del capogiro che si ha quando ci si alza d’improvviso dal letto. Si perde il senso dell’orientamento. L’esperienza dura una manciata di secondi, ma è potente. Nel nostro paese assistiamo alla trasformazione della democrazia costituzionale in un governo della maggioranza che ha l’ambizione di costituzionalizzare sé stesso, cominciando dal potere giudicante, ovvero dalla faccia dura e fatale del potere. Laddove chi governa e chi è governato non hanno la stessa possibilità e la stessa capacità effettiva di essere visti e trattati egualmente dalla legge, si entra in un tunnel castale e di arbitrio, in cui chi ha potere, sociale e/o politico, ha maggiori garanzie e può restare impunito con maggiore facilità. Il sistema portato a referendum conferisce a chi detiene il potere politico un più ampio potere di intervento sul potere giudiziario (con la divisione dei CSM, con la cupola dell’Alta corte, con lo strumento del sorteggio).
La riforma su cui siamo chiamati a votare non è una questione tecnica
Dopo anni di scorticature della casta, ora la nuova casta che ha sostituito la vecchia si premunisce affinché non commetta lo stesso errore e si tuteli meglio (ha già iniziato, tra l’altro, con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio). Chi governa in funzione esecutiva per mandato speciale della “nazione di destino” (che cosa sia, solo chi governa lo sa) vuole ora la legittimità non solo elettorale: vuole costituzionalizzarsi. Tutto accade al cospetto dell’incredibile leggerezza di tanti che prendono per buona l’idea libresca di questa proposta di riforma, considerandola una questione tecnica che non dovrebbe suscitare dissenso né frattura. Ma è proprio questa frattura che prova anche a coloro che credono nel tecnicismo degli esperti, che le norme fondamentali sono, tutte, dalla prima all’ultima, una grammatica politica costruita, esito di deliberazione e di scelta — non avrebbe senso scegliere un meccanismo tecnico con un referendum.
Sono sempre stata impressionata dalla grandezza di una madre costituente, la democristiana Maria Federici, che comprese con limpidezza le implicazioni rivoluzionarie di includere la famiglia nella Costituzione: ciò significava farne un istituto civile e politico anche mentre la si definiva una «società naturale» – ma era un’Assemblea di costituenti eletti che la definiva «naturale»! A diversi dei suoi amici di partito l’espressione “naturale” dovette sembrare una formula al riparo dai valori non graditi. Ma come poteva un’assemblea costituente produrre qualcosa che fosse fuori dalla politica, solo tecnico o perfino “naturale”? Federici, dunque, disse che era possibile prevedere, proprio grazie a quella formula, la formazione di nuclei irregolari che, però, non hanno garanzie sociali e giuridiche». Era il 1946.
Il ministro Nordio ricordi i Federalist Papers
Questi nuovi politici che si elevano a costituenti, che mettono mano non a uno, due o tre articoli, ma a sette articoli della Carta sulla giustizia e, in effetti, sul rapporto tra potere politico e magistratura, sono faziosi nelle loro intenzioni, proprio mentre dichiarano di volere (loro!) liberare la magistratura dalle correnti ed essere solo tecnici. Un politico si mette nei panni di un’autorità oggettiva, libera da fazioni! E questo, dopo aver cercato di invogliare l’opposizione facendo presente che questa riforma avrebbe dato potere anche a una futura maggioranza diversa da quella attuale! Il ragionamento non fa una piega: il sorteggio per selezionare i corpi giudicanti consente di ottenere un organo di controllo irresponsabile e debole, facilmente manovrabile da chi detiene il potere politico (e che produce la rosa di nomi dei sorteggiabili) – ovvero non da varie fazioni, ma solo da una, quella che governa! Nordio ha ragione: la pluralità delle fazioni è il problema, non una fazione. Gli consiglierei di rileggere l’articolo 10 dei Federalist Papers, dove si mostra come, non potendo rendere gli esseri umani degli angeli, l’unica garanzia di libertà è spezzare le fazioni, renderle plurali, impedendo che una abbia il sovravvento.


Luigi Manconi