Il Minnesota trascina l’ICE (e Trump) in tribunale

16 Gennaio 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte di Osservatorio Autoritarismo

La giuridicizzazione dello scontro politico e la politicizzazione della giurisdizione: la lezione che arriva dal Minnesota non ci dice solo di quel che accade negli Stati Uniti ma ci riguarda da vicino, molto vicino.

L’omicidio di Renée Nicole Good avvenuto il 7 gennaio 2026 per mano di un agente dell’ICE è l’episodio più grave e visibile di uno scontro che da settimane opponeva lo Stato del Minnesota all’amministrazione Trump. Fa risaltare ancora di più il senso politico e istituzionale dello scontro. La risposta del Minnesota, infatti, è stata una causa federale: un ricorso depositato il 12 gennaio davanti a una corte distrettuale contro il governo federale e i vertici del Department of Homeland Security (DHS) e delle agenzie per l’immigrazione – accusati di violare la costituzione e promuovere consapevolmente una “strategia della tensione” nello Stato.

Background

Negli Stati Uniti, uno Stato può citare in giudizio l’esecutivo federale quando ritiene che abbia oltrepassato i limiti delle proprie competenze costituzionali. È ciò che hanno fatto il Minnesota e le “città gemelle” di Minneapolis e Saint Paul, chiedendo un intervento giudiziario volto a fermare condotte ritenute illegittime prima che producano ulteriori danni: una pronuncia che accerti l’illegittimità dell’azione federale e un ordine che ne imponga la cessazione o la limitazione.
Il caso è stato assegnato a una corte distrettuale i cui giudici, come tutti gli oltre 700 giudici federali ordinari negli Stati Uniti, vengono nominati dal presidente e restano in carica a vita. È  una garanzia di indipendenza che però, in un clima di polarizzazione estrema, espone le corti al sospetto permanente di parzialità. Il giudice deputato a decidere sul caso è Kate Menendez, nominata da Biden nel 2021.

ICE in Minnesota: tra razzismo e politica

Il cuore del ricorso è l’intera architettura di Operation Metro Surge: il più massiccio dispiegamento di agenti federali per l’immigrazione mai realizzato nello Stato. Migliaia di uomini del DHS dell’ICE e della Border Patrol sono stati inviati nelle città con modalità che il ricorso definisce “militarizzate”: agenti mascherati, fermi casuali, controlli su base etnica, interventi in scuole, ospedali e luoghi di lavoro. Si tratterebbe di una vera e propria “invasione funzionale” che viola il X Emendamento, cioè il principio di federalismo che riserva agli Stati federati la tutela della sicurezza e del benessere dei propri cittadini.

Il governo federale  giustifica l’operazione richiamandosi al caso di Feeding Our Future, una vasta truffa ai programmi alimentari per l’infanzia emersa durante la pandemia. Attraverso fatture false e pasti mai distribuiti, un gruppo di organizzazioni aveva sottratto centinaia di milioni di dollari di fondi federali. Ma, sottolinea il ricorso, quel caso era già noto da tempo, indagato e in larga parte risolto con successo proprio grazie alla collaborazione tra autorità statali e federali. Non spiega né giustifica un’operazione di polizia armata su scala urbana.

Il dato più rilevante dell’operazione è il suo carattere razziale. Molti degli imputati nel caso Feeding Our Future appartenevano alla comunità somalo-americana di Minneapolis, una delle più grandi e visibili del paese. La frode è stata così trasformata in una narrazione ideologica, in cui le responsabilità individuali si sono tradotte in colpa collettiva. Trump è arrivato a descrivere la comunità somala come “spazzatura” da rimandare “nel loro schifoso paese”. Già a dicembre 2025, il sindaco di Minneapolis e il governatore del Minnesota si erano schierati pubblicamente contro questa retorica, denunciandone il carattere discriminatorio e incendiario.

C’è poi il dato più specificamente politico. Il governatore Tim Walz era stato il candidato alla vicepresidenza accanto a Kamala Harris nel 2024. Colpire il Minnesota significa colpire uno Stato simbolo dell’opposizione democratica. In questa cornice il ricorso parla apertamente di ritorsione politica: la militarizzazione della lotta all’immigrazione irregolare usata come strumento di punizione verso i leader nemici e i loro territori.

L’omicidio di Renée Good avviene in questo contesto e segna un punto di rottura: scuole chiuse, città paralizzate, accuse ufficiali di “terrorismo domestico” rivolte alla vittima, ai movimenti di protesta e alle autorità locali che li proteggono nei propri “santuari”. Il ricorso sostiene che non si sia trattato di un incidente, ma dell’esito prevedibile, se non ricercato, di una strategia deliberatamente conflittuale.

Politica e magistratura

C’è infine un livello più profondo, che va oltre il Minnesota. A rendere questo scontro ancora più significativo è il circolo vizioso che lo alimenta. Da un lato, negli Stati Uniti si assiste da tempo a una crescente giuridicizzazione dello scontro politico: quando il conflitto tra governo federale e Stati non trova soluzione nel confronto legislativo o nel negoziato politico, viene trasferito nei tribunali. Le corti diventano così il luogo in cui si decide ciò che la politica non riesce a gestire.

Specularmente, a questa dinamica si accompagna una politicizzazione della giurisdizione. Le decisioni dei giudici federali — soprattutto nei casi che toccano immigrazione, diritti civili, poteri dell’esecutivo — vengono lette come atti politici, premiate o delegittimate in base all’identità del presidente che li ha nominati. La magistratura, chiamata a supplire alla crisi della politica, finisce così trascinata nello scontro che dovrebbe arbitrare.

Il paradosso è evidente. Più la politica si affida ai giudici come ultimo argine contro l’abuso di potere, più la magistratura diventa bersaglio della lotta politica. E più i giudici vengono percepiti come attori politici, più le loro decisioni rischiano di perdere legittimità agli occhi di una parte del paese. Questa dinamica ha radici lontane nella storia americana, ma Trump l’ha esasperata, trasformando i tribunali in campi di battaglia permanenti e la separazione dei poteri in un equilibrio sempre più fragile. È un test sul futuro del federalismo americano, sul ruolo dei giudici e sulla tenuta di un sistema che affida sempre più spesso al diritto il compito di contenere ciò che la politica non riesce più a controllare.

PS: Mentre scriviamo la giudice Menendez ha rifiutato di intervenire d’urgenza imponendo il blocco immediato delle operazioni ICE in Minnesota, come previsto dal ricorso, richiedendo alle parti ulteriori elementi prima di procedere. Il caso però resta aperto e la sentenza è attesta entro fine gennaio.


Ottorino Cappelli è Docente di politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale.

Il suo ultimo libro, uscito il 1 gennaio 2026 per Editoriale scientifica è:”Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano”.

Sfoglia il libro qui: https://rivoluzioneamericana.it/

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