ICE: chi sono i miliziani di Trump

10 Gennaio 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte di Osservatorio Autoritarismo

Vengono reclutati nelle basi militari, nelle fiere delle armi, nei rodei e nelle gare NASCAR e usano un linguaggio che mescola disciplina, sacrificio e identità. È con loro che Trump riesce a raggiungere le 3.000 deportazioni al giorno che si è dato come obiettivo.

Dopo i fatti di Minneapolis, dove il 7 novembre un agente della polizia anti-immigrazione (ICE) ha ucciso a bruciapelo una donna di 37 anni, Renée Nicole Good — cittadina americana, bianca, impegnata nel monitoraggio civico delle attività di ICE — una domanda si impone: chi sono gli agenti federali che da mesi terrorizzano le città americane? Pattugliano le strade a volto coperto, arrestano presunti immigrati irregolari, li detengono o li deportano spesso senza processo. Difendono la Patria dall’“invasione”, come ordinano i decreti esecutivi firmati da Donald Trump.
L’obiettivo dichiarato è deportare 3.000 persone al giorno. Non è stato raggiunto. Per questo, con un budget aumentato di oltre 100 milioni di dollari, ICE ha intensificato per il 2026 una vasta campagna di reclutamento. Ma dove cerca le sue reclute? E che profilo umano sta costruendo?

Il Washington Post ha rivelato che ICE utilizza una tecnica pubblicitaria chiamata geofencing, che fa comparire annunci di reclutamento sui telefoni di chi si avvicina a determinate aree. Tra queste figurano basi militari, gli autodromi delle gare automobilistiche NASCAR, rodei, fiere delle armi ed eventi UFC (Ultimate Fighting Championship, o Campionati di combattimento estremo).

La scelta non è casuale. Le basi militari e le comunità che le circondano concentrano ex soldati, riservisti e aspiranti tali: persone abituat\e a gerarchia, disciplina e linguaggio operativo. Le gare NASCAR, seguitissime nel Sud e nel Midwest, radunano decine di migliaia di spettatori in autodromi spesso collocati in aree semi-rurali, mentre milioni le seguono in streaming. Attorno agli eventi sorgono veri e propri villaggi temporanei — camper, barbecue, merchandising, musica country, bandiere americane ovunque — immersi in rituali di orgoglio patriottico, culto del rischio e fede nella disciplina e nell’addestramento. Sono un evento-simbolo dell’America profonda: uno spettacolo in cui professionisti del rischio dominano macchine potentissime a velocità estreme.

I rodei mettono in scena una virilità tradizionale fondata su resistenza, controllo del dolore e coraggio individuale: cavalcare tori e cavalli indomiti, resistere alla forza dell’animale, dominarlo con il corpo. Le fiere delle armi, che includono anche accessori e abbigliamento militare, non sono solo mercati: sono spazi ideologici in cui l’uso della violenza è normalizzato come competenza tecnica e diritto morale. Per ICE rappresentano luoghi ideali per intercettare persone che considerano l’autorità armata parte dell’identità civica.

Gli eventi UFC chiudono il cerchio. Combattimenti di arti marziali miste che si svolgono in gabbia, con regole minime (pugni, calci e soffocamenti sono consentiti), e si risolvono per sottomissione o knockout. Seguiti da milioni di spettatori, negli ultimi anni sono diventati un punto di riferimento culturale della destra americana: Donald Trump li frequeenta spesso, accolto da ovazioni. In tutti questi contesti, ICE intercetta un pubblico già socializzato all’idea di forza, gerarchia e ordine non come applicazione della legge, ma come missione morale.

Un’altra area centrale della campagna di reclutamento di ICE è quella che nel marketing americano viene definita men’s interests e tactical/lifestyle. Non è una formula vaga, ma una mappa culturale precisa. Gli “interessi maschili” comprendono un ecosistema editoriale e digitale fatto di riviste, radio, siti, canali YouTube, podcast e profili social dedicati a armi, fitness duro, culturismo, addestramento, sopravvivenza, tecnologia militare, autodifesa e cultura “legge e ordine”. Le riviste storiche di questo mondo — dedicate ad armi da fuoco, outdoor (nel senso americano: caccia, tiro, sopravvivenza), veicoli, preparazione fisica o “uomini in missione” — propongono da anni un modello di maschilità fondato su forza, disciplina e prontezza all’azione. Parlano a persone che curano il corpo come uno strumento operativo. Il messaggio di fondo è che il mondo è pericoloso, l’ordine fragile, e l’uomo responsabile deve essere pronto a combattere. 

Accanto alla carta stampata, oggi questo immaginario è soprattutto veicolato sui social dagli influencer tactical/lifestyle. Negli Stati Uniti il termine indica un sottogenere preciso dell’influencer economy, a mezza strada tra mondo militare, fitness e cultura pop. I suoi protagonisti sono “content creators” che trasformano l’estetica e le pratiche del mondo armato in uno stile di vita quotidiano: ex militari istruttori di tiro, allenatori di fitness e bodybuilding. Mostrano allenamenti estremi ispirati alle forze speciali, descrivono armi e accessori con grande competenza tecnica, indossano abbigliamento “tattico” (militare) nella vita di tutti i giorni — pantaloni cargo, giubbotti, stivali, zaini, mimetiche paramilitari — e usano un linguaggio che mescola disciplina, sacrificio e identità. Parlano di sopravvivenza, preparazione a scenari di crisi, collasso sociale o guerra civile; promuovendo valori di resilienza, durezza morale, obbedienza e spirito di corpo.

Collegandosi a questo ambiente il messaggio di reclutamento di ICE può innestarsi senza attrito: non come annuncio istituzionale, ma come prosecuzione naturale di un immaginario già interiorizzato. Attraverso livestream, eventi e contenuti rivolti a un pubblico giovane, questi influencer agiscono da mediatori culturali, traducendo l’agenda trumpiana di guerra all’immigrazione in un linguaggio emotivo e identitario. Non dicono “applica la legge”. Dicono: unisciti alla squadra, difendi la tua gente, metti il tuo corpo al servizio della Nazione.

È un uomo così che ha ucciso Renee Nicole Good a Minneapolis, il 7 gennaio 2026.

Ottorino Cappelli è Docente di politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale.

Il suo ultimo libro, uscito il 1 gennaio 2026 per Editoriale scientifica è:”Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano”.

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