Controllare la giustizia per controllare la democrazia

09 Gennaio 2026

Articolo pubblicato su Left
Daniela Padoan, 10 Gen 2026

Titolo originale Chi controlla la giustizia controlla la democrazia

Questo contenuto fa parte di Osservatorio Autoritarismo

Disarticolare il Consiglio superiore della magistratura e privare i magistrati della possibilità di eleggerne i membri, che verranno invece estratti a sorte senza alcun criterio di valore o competenza. Questo uno degli effetti più rilevanti, sulla vita reale di tutti i cittadini, soprattutto i più deboli, della modifica costituzionale voluta dal governo Meloni. E oggetto del referendum di primavera.

L’articolo di Daniela Padoan, presidente di Libertà e Giustizia, è contenuto nel libro collettivo “Controriforma della magistratura. Anatomia di una svolta autoritaria“a cura di Antonello Ciervo e Giovanni Russo Spena” edito da Left e acquistabile a questo link.

La riforma della giustizia di iniziativa governativa, approvata in quarta lettura al Senato con tempi contingentati e senza emendamenti, nella ormai consueta mortificazione del ruolo del Parlamento, tocca la Costituzione in un punto nevralgico che riguarda il principio della separazione e del bilanciamento dei poteri. Il testo di legge, descritto come separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri – benché questo aspetto, in gran parte risolto dalla riforma Cartabia, sia talmente marginale e pretestuoso da non comparire nemmeno nel titolo – nasconde a stento l’obiettivo di arrivare a una resa dei conti con i giudici a favore dell’esecutivo. La volontà di limitare il potere giudiziario assicurando maggiore copertura al potere politico trapela dalle dichiarazioni rilasciate dagli stessi firmatari ed esonda da quelle del sottosegretario alla presidenza del Consiglio: «C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta». 1

Eppure sono molte e autorevoli le voci che affermano che l’esecutivo, pur lamentando poco potere a fronte della magistratura, già oggi ne abbia troppo. L’avvertimento di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, pesa come un macigno: «Bisogna stare molto attenti, perché il potere risponde alle logiche dei vasi comunicanti: se lo si porta da una parte, lo si perde dall’altra. Ogni ritocco della Costituzione è una dislocazione di potere, e già oggi la magistratura è eccessivamente intimorita nei confronti del potere politico». 

È però la dislocazione di potere, il fulcro del punto 22 del programma elettorale con cui Fratelli d’Italia si è presentato al voto nel 2022, intitolato Una giustizia giusta e celere per cittadini e imprese: «Serve una riforma della giustizia che metta fine alle storture a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni […]. L’Italia merita una giustizia più giusta». 2 In quello stesso programma, non a caso all’ultimo punto, come un coronamento, trova posto la «riforma presidenziale dello Stato», poi trasformata in «premierato» ma ugualmente concepita per attuare la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo e del suo leader.

Cosa il partito di maggioranza intendesse per «giustizia più giusta» si è chiarito quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nel corso della relazione annuale sull’amministrazione della giustizia, nel 2024, spiegò: «Il ddl di riforma costituzionale volto a separare le carriere dei magistrati, per i quali vengono istituti due Consigli superiori, oltre all’Alta Corte disciplinare, è promanato direttamente dal programma elettorale, perché la riforma della giustizia era tra i primi punti del programma, era un obbligo, un dovere verso gli elettori». E ancora meglio lo si è capito dalla dichiarazione fatta dalla presidente del Consiglio la sera del 30 ottobre, dopo il voto conclusivo al Senato: «L’Italia prosegue il suo cammino di rinnovamento, per il bene della Nazione e dei suoi cittadini, perché un’Italia più giusta è anche un’Italia più forte». 

La riforma Meloni-Nordio appartiene a una destra che non ha mai mancato occasione di richiamarsi a due entità metafisiche, il Popolo e la Nazione, l’uno investitura e crisma, l’altra gabbia istituzionale e procedurale per la trasformazione dei cittadini in individui la cui libertà e i cui diritti trascolorano in privilegi accessibili in virtù della vicinanza al potere. Ma per poter instaurare un populismo tecnico, più attento alla governabilità che alla coesione e alla giustizia sociale, occorre ridisegnare gli equilibri costituzionali tra i poteri dello Stato, anzitutto svilendo la magistratura, dividendola e ponendola sotto il controllo dell’esecutivo. 

La riforma della giustizia non solo disarticolerebbe il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno voluto dai costituenti per garantire l’indipendenza del potere giudiziario, con uno sdoppiamento tra Csm dei giudici e Csm dei pubblici ministeri, ma priverebbe i magistrati della possibilità di eleggerne i membri. Descritti come correntizi, politicizzati, in fondo immeritevoli del metodo democratico, i componenti togati del Csm sarebbero estratti a sorte tra quasi novemila tra giudici e pubblici ministeri, senza alcun criterio di valore o competenza, mentre i componenti laici (avvocati e professori universitari in materie giuridiche) sarebbero estratti tra un numero limitato di nomi individuati dal Parlamento, dove la maggioranza risponde all’esecutivo. 

Nella medesima logica di svilimento dell’autonomia della magistratura va l’introduzione di un’Alta Corte disciplinare separata dal Csm che deciderebbe i procedimenti disciplinari riguardanti i magistrati ordinari (i giudici) o requirenti (i pubblici ministeri): una sorta di tribunale, anche in questo caso con una componente estratta a sorte, dove il giudizio non sarebbe più necessariamente espresso da figure elette in seno alla magistratura. Senza dimenticare la revisione del principio di obbligatorietà dell’azione penale, principio cardine della Costituzione. 

Più ancora dei magistrati, tuttavia, la riforma della giustizia danneggerebbe i cittadini. La sua applicazione avrebbe l’effetto di moltiplicare le procedure, aumentare la burocrazia e i conflitti interni alla magistratura, senza risolvere nessuno dei problemi che li affliggono: processi troppo lunghi, carenza di personale, lavoro arretrato, strutture inadeguate, strumenti informatici obsoleti, giudici negligenti. Per una «giustizia giusta» occorrerebbe un intervento sulla legislazione ordinaria ampiamente condiviso in sede parlamentare, oltre a un cospicuo aumento di risorse, personale, organico amministrativo, digitalizzazione e trasparenza. Nel processo mancano istituti giuridici come la prescrizione, l’amnistia e l’indulto. Se il legislatore attuasse politiche di depenalizzazione, agendo per una riduzione del numero spropositato di reati e fattispecie di reato che figurano nel nostro ordinamento penale, si avrebbe una minore pressione sul sistema giustizia e, di riflesso, una maggiore efficienza dei processi, un miglioramento dell’affidabilità delle sentenze, un più concreto rispetto dei diritti del cittadino, oltre che un’umanizzazione del sistema carcerario, gravato da un sovraffollamento che sfiora il 130%, concausa di 91 suicidi nel 2024 e di 72 suicidi del 2025.

Ma, soprattutto, la riforma danneggerebbe i cittadini per la perdita di garanzie costituzionali, già oggi fragili e bisognose di rafforzamento. Quali tutele avrebbero infatti le persone, soprattutto le più esposte, le più marginalizzate, quando, nude di fronte al potere, non avessero altra possibilità che rivolgersi a una magistratura asservita a chi quel potere amministra? Ciascuno di noi non può che trovarsi in condizione di debolezza, se messo nelle condizioni di doversi difendere da eventuali soprusi dello Stato, e una magistratura delegittimata, lesa nell’indipendenza per scelta o per clima di intimidazione, difficilmente si opporrà nel momento in cui dovessero essere limitate le libertà delle persone. Basti pensare all’eventualità di essere arrestati in base a uno dei numerosi reati e fattispecie di reato introdotti nel codice penale dal decreto sicurezza di recente convertito in legge, dalla protesta passiva ai picchetti sindacali, dall’occupazione di suolo pubblico «con il proprio corpo» a misure preventive restrittive della libertà personale, come il Daspo urbano; o a chi si vedrà sgomberato da una casa di cui non è in grado di pagare l’affitto con l’accusa di aver commesso un reato punibile con la reclusione da due a sette anni, oppure accusato di non essersi fermato a un alt della polizia o di aver opposto resistenza a pubblico ufficiale, magari solo per un fraintendimento. Le libertà dei cittadini, minacciate da sempre più pervasive e insidiose misure di polizia e di ordine pubblico, sono infinitamente meno garantite che nel processo penale. 

Sono numerosi gli esempi in cui è stata solo la magistratura a opporsi all’arbitrio, alla discrezionalità, all’incostituzionalità che può assumere il potere dello Stato quando non ne venga imbrigliata l’inevitabile tendenza all’espansione e alla protezione di se stesso, basti pensare ai provvedimenti di non convalida del trattenimento di migranti trasferiti nei centri in Albania nell’ambito del progetto di rimpatri voluto dal governo italiano, o alle decisioni giudiziarie su ordinanze e decreti volti a impedire lo sbarco nei porti italiani di migranti salvati in mare. È anche per questo che i magistrati vengono investiti da una propaganda feroce, fatta di delegittimazione delle sentenze quando non addirittura di attacchi ai singoli giudici. L’assonanza con la volontà dichiarata dal presidente americano Donald Trump di «fermare la dittatura giudiziaria» colpendo una magistratura formata in larga misura, a suo dire, da radical left judges e Trump-hating prosecutors, dediti ad affermare non la giustizia ma la «persecuzione politica», ci mette di fronte uno specchio che mostra e amplifica l’esito verso cui corre chi vuole legittimare il controllo dell’esecutivo sulla giustizia.

Chi controlla la giustizia controlla la democrazia. Proprio per questo nessuno deve controllare la giustizia: la sua autonomia è precondizione dell’uguaglianza di fronte alla legge, e dunque della democrazia, che è, per l’appunto, regime dell’autogoverno. 

  1.  Il 30 ottobre, nel corso di un’intervista televisiva, la presidente del Consiglio ha parlato della decisione della Corte dei Conti relativa al ponte sullo Stretto come di «una intollerabile invadenza nelle scelte politiche del governo»; il 4 novembre 2025 il ministro della Giustizia ha dichiarato al «Corriere della Sera»: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo»; il 5 novembre 2025 il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha affermato in un’intervista televisiva: «Oggi c’è il blocco delle espulsioni grazie a decisioni giudiziarie, c’è il blocco della sicurezza, della politica industriale […]. C’è un’invasione di campo che deve essere ricondotta». ↩︎
  2.  Il documento non risulta apribile sul sito di FdI, ma è consultabile qui. ↩︎

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