La paura dell’atomica non porta la pace, ma spinge il riarmo

29 Giugno 2024

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Riportiamo un estratto dalla prefazione di Daniela Padoan a “Lo stato atomico” (ed. Castelvecchi) di Robert Jungk.

Quando scrisse Lo stato atomico, Robert Jungk – nato nel 1913 in Austria, scampato alle persecuzioni naziste, rinchiuso in un campo di internamento svizzero e, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, divenuto corrispondente dell’Observer e docente di Tecnologie del futuro all’Università Tecnica di Berlino – era già un’autorità riconosciuta per il suo attivismo antinucleare. Alcuni suoi libri erano stati accolti come pietre miliari nella storiografia della progettazione e sperimentazione della bomba atomica. Con Gli apprendisti stregoni del 1956 aveva ricostruito lo sviluppo tecnologico e industriale della ricerca atomica, dalle vicende che avevano portato il gruppo di scienziati guidati da Julius Robert Oppenheimer, leader del progetto Manhattan, a realizzare nel 1945 l’arma di sterminio di massa per eccellenza, la bomba atomica, basata sul principio della fissione nucleare, fino alla messa a punto della sua spaventosa evoluzione, la bomba a fusione termonucleare, detta bomba H o all’idrogeno, prodotta negli Stati Uniti nel 1950. 

Con Hiroshima, il giorno dopo del 1959 aveva raccontato le tappe di un viaggio in Giappone dove, di pari passo all’insanabile dolore e spaesamento dei sopravvissuti – monumenti viventi «la cui pelle, il cui sangue e i cui geni sono marchiati con la memoria di “quel giorno”, vittime di una guerra completamente nuova» – aveva incontrato il futuro atomico, «l’avvertimento del nuovo male che minaccia tutti noi». 

Ben lontana dal portare alla pace universale, come promesso negli anni ’50, l’ideologia della deterrenza atomica, avvertiva Jungk, avrebbe inevitabilmente implicato una corsa alla costruzione di ordigni sempre più potenti in un pianeta diviso tra superpotenze in conflitto per la spartizione delle risorse minerarie, energetiche, alimentari e umane. 

Diventato attivista per la pace e figura di riferimento del pensiero ecologista e antinuclearista dei primi anni Settanta, militò nel movimento Pugwash fondato da Albert Einstein e Bertrand Russell, partecipò a marce, sit-in, manifestazioni e azioni non violente davanti a siti nucleari in tutta Europa, prese parte a presidi di protesta contro gli euromissili nucleari Cruise davanti alle basi americane di Mutlangen in Germania, Common in Inghilterra e Comiso in Sicilia, dove una campagna non violenta ottenne la sospensione dei lavori per l’installazione delle testate nucleari e la completa riconversione a uso civile della base, al cui posto sorse un aeroporto intitolato a Pio La Torre, dirigente politico ucciso dalla mafia il 30 aprile 1982, meno di un mese dopo che una storica manifestazione contro i missili atomici aveva portato a Comiso un milione di persone. 

Nella narrazione di Jungk si fondono giornalismo d’inchiesta, passione politica, riflessione filosofica. Di questo prezioso impasto è fatto anche Lo stato atomico, pubblicato nel 1977, dove la denuncia apparentemente specialistica dello sfruttamento industriale dell’energia nucleare, con la disseminazione delle centrali civili, diventa un prisma per comprendere il mondo degli irresponsabili e voraci «apprendisti stregoni», fautori di un futuro verso il quale ci siamo addentrati alla cieca e che non può che interrogare ogni politica e ogni morale. 

Soprattutto oggi – mentre, inaspettata, riaffiora l’ideologia nuclearista, malgrado l’evidenza che il rischio di utilizzo delle armi atomiche non è mai stato così vicino dopo la crisi di Cuba del 1962 – è un dono poter tornare alla chiarezza di sguardo possibile quando, ancora aperto il baratro in cui la Seconda Guerra Mondiale aveva precipitato il mondo, i decisori politici occidentali, spavaldamente seduti al banchetto energivoro della ricostruzione, ipotecarono il futuro delle generazioni a venire con la corsa all’estrattivismo e l’ingannevole ossimoro del «nucleare per la pace». 

Jungk fu tra i primi a guardare in faccia il mostro prima che ci convincessimo di averlo addomesticato, a capire la costruzione del deserto linguistico e concettuale che nell’arco di mezzo secolo si sarebbe fatto senso comune. Tra i primi a denunciare la nostra prometeica propensione alla distruzione amplificata dalle crescenti e sovrastanti conoscenze tecnologiche, a cogliere il nesso tra Hiroshima e la «catastrofe industriale che oggi può assumere proporzioni che non sono inferiori a quelle dei terremoti o delle epidemie, anzi, sotto certi aspetti le superano addirittura», al servizio di una concezione economica che, in nome della crescita, avrebbe eroso e reso scarti intere parti del pianeta e dei suoi abitanti.

Scrittrice, saggista, si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

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