De Monticelli: se vuoi la pace, prepara la pace

04 Mar 2024

Roberta De Monticelli Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Questo contenuto fa parte di uno speciale Europa

Faccia di Pace di Pablo Picasso, 1950

Una riflessione di Roberta De Monticelli, filosofa e membro del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia

Adattare il diritto ai fatti, o semplicemente ignorarlo sistematicamente, è peggio che compierne una violazione, come usare e rafforzare un linguaggio orwelliano è peggio che semplicemente mentire. È allora lo strumento stesso di resistenza agli arbitri della politica, il diritto, che viene reso sempre più vano, così come con il senso delle parole svanisce la nostra capacità di scoprire e denunciare le menzogne. Eppure, è esattamente questo che succede nelle società che paiono scivolare verso la guerra con passo da sonnambuli, quando la polarizzazione amico-nemico riduce la politica al suo sottofondo arcaico e feroce. Trasposta nel dibattito pubblico questa polarizzazione ne espelle completamente l’impegno nei confronti della verità, vi inietta una patologica indifferenza nei suoi confronti. Ma la disponibilità a riconoscere il vero è il fondamento di tutta l’etica, come l’indisponibilità a riconoscerlo, assai più che il peccato di superbia della tradizione cristiana, è la negazione dell’etica. 

C’è molto da imparare dove si parla di guerra e di pace provando a sollevare il velo della rimozione – che è forse l’atteggiamento mentale più diffuso nelle società europee oggi. C’è un fatto enorme, dal quale distogliamo gli occhi: abbiamo sdoganato la completa violazione delle norme giuridiche e del linguaggio pubblico che erano ispirate ai valori dichiarati costitutivi delle democrazie e della comunità internazionale nel secondo dopoguerra: e quello che è peggio è che lo abbiamo sdoganato “in nome” di questi valori. Un triplice ossimoro: la normalizzazione dell’abnorme in nome della Norma.

Concretamente questo significa che nel mondo e in particolare in quello delle democrazie occidentali i pochi prosperano, i moltissimi soffrono, le disuguaglianze diventano sempre più abissali, non in virtù di un destino storico ma in virtù di decisioni ovunque favorevoli alla riconversione in atto dell’economia, delle agende politiche, del linguaggio pubblico, alla guerra.

È la normalizzazione dell’indicibile: perché l’affare che arricchisce temporaneamente i pochi e toglie welfare, speranza, slancio creativo e ideale a tutti ha come prezzo i fiumi di sangue presenti e quelli venturi. Il sangue delle due immani carneficine senza fine e senza orizzonte politico (o con un orizzonte  che catastrofico) che abbiamo sotto i nostri occhi semichiusi: un’intera generazione sacrificata sui due fronti della guerra russo-ucraina, un’eliminazione ormai proclamata delle aspirazioni di un popolo a determinarsi come stato sulla sua terra, in Palestina. Il tutto – ed è la parte più amara – sotto le bandiere dei cosiddetti “nostri valori”, ossimoro per riferirsi a ciò che è dovuto agli umani come tali e non soltanto  “a noi”, la dignità, la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza e la giustizia. I valori che l’Unione Europea premette alla sua Carta dei Diritti, quelli che animavano l’immenso “mai più” iscritto nella Carta dell’ONU, nella Dichiarazione Universale del’48, e via via nelle istituzioni universalistiche che la cognizione del dolore aveva fatto nascere nel secondo dopoguerra. Con la speranza di realizzare infine in terra un costituzionalismo globale, che due sole cose proibiva: la guerra e la violazione dei diritti umani. Un ordine cosmopolitico vero, che un “ordine” geopolitico chiamato pace, e fautore di guerre e deserti fuori delle oasi statunitense ed europea, armato fino ai denti ai suoi (s)confini, svuotava lentamente di senso dalla base. La base: cioè il polo della forza che insieme a quello della luce (o dell’idealità) sempre alimenta il vivente paradosso del diritto. Il quale vige solo per mezzo della forza che regola e vincola. Il diritto, questa grandiosa invenzione umana a metà strada fra la violenza e la giustizia, questo vincolo della civiltà che, sciolto, la rovescia nella guerra. E che si scioglie non appena il veleno della rimozione, della menzogna, della censura, della polarizzazione, della disumanizzazione spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità nel dibattito pubblico, riduce il linguaggio a un’orwelliana amministrazione di conformismi e tabù: e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente sociale. Allora al diritto non resta che appiattirsi del tutto sulla forza, e morire.

Eppure da tutte le vie per le quali giungevano a questa amara verità, i relatori intravedevano – tutti, senza eccezioni – un punto di convergenza fatto di buio e di luce: l’Europa. L’Unione europea che tace come Pietro per tre volte per non smentire il sanguinario veto atlantico al cessate il fuoco in Palestina. Che dimentica la sua stessa ragione di esistenza, iscritta nel suo trattato istitutivo: “Nelle sue relazioni con il resto del mondo, l’Unione (…) contribuirà alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della terra, alla solidarietà e al mutuo rispetto tra i popoli”. E danza al tamburo di Stoltenberg, e lascia “i tempi lunghi della pace” per correre “ai ritmi veloci della guerra”, e usa la sua Facility for Peace e i suoi fondi PNRR per finanziare le industrie belliche nazionali al posto della riconversione ecologica. E che, invece, ancora potrebbe tornare in sé, e ricordare il coraggio della pace che la fece nascere. 

Siamo noi, che possiamo rifare l’Unione, votando alle elezioni europee, e votando per chi, volendo la pace, prepara la pace.

Nata a Pavia il 2 aprile 1952, è una filosofa italiana. Ha studiato alla Normale di Pisa, dove si è laureata nel 1976 con una tesi su Edmund Husserl.

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