Israele – Palestina. Gallo: uscire dal tunnel, una proposta di pace

Israele – Palestina. Gallo: uscire dal tunnel, una proposta di pace

di Domenico Gallo,  membro del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia, già magistrato e presidente di Sezione emerito Corte di Cassazione. Questa riflessione è stata pubblicata anche sul suo blog personale, domenicogallo.it

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Qualsiasi reazione alla catastrofe che stiamo vivendo non può che partire da una rivisitazione del discorso pubblico. Deve essere respinta come totalmente falsa la narrazione dominante di uno Stato democratico costretto a stroncare un terrorismo diabolico che minaccia la sua stessa esistenza. Per quanto le incursioni compiute da Hamas il 7 ottobre possano facilmente essere assunte nella categoria del terrorismo e ricadere nel catalogo dei crimini contro l’umanità, non si può ignorare il fatto che esiste un popolo oppresso e uno Stato oppressore. Il diritto internazionale riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli soggetti ad una dominazione coloniale o a forme di apartheid, che può essere esercitato anche ricorrendo alla lotta armata. Tuttavia il panorama del conflitto israelo-palestinese, è assolutamente differente da tutti gli altri casi storici in cui vi è una dominazione coloniale o un’occupazione straniera. Quando c’è un’occupazione militare o un dominio coloniale, la resistenza armata può costringere la Potenza coloniale o occupante a riportare in patria il suo esercito e a restituire la libertà al popolo oppresso. In questo caso è assolutamente impossibile. Qui vi sono due popoli che convivono nello stesso territorio, che va dalle rive del Giordano al mar Mediterraneo, e dovranno continuare a convivere qualunque sviluppo politico dovesse esserci in futuro (due Stati, un Stato federale, una Confederazione, un solo Stato binazionale). Per questo la lotta armata non si può fare perché si risolve in una serie di atrocità che renderebbero impossibile la convivenza, pregiudicando ogni futura soluzione politica. Hamas è un partito politico, presente nella società palestinese che esercita la resistenza all’oppressione con il ricorso al martirio. Spinge le persone ad affrontare e a subire il martirio per procurare il massimo del danno possibile al proprio nemico.

Quello che è successo dal 7 ottobre in poi, dimostra che la strategia del martirio non produce nessun risultato politico utile per gli oppressi, provoca soltanto distruzione e morte, fino a livelli inimmaginabili, mentre la risposta di Israele che rilancia la strategia del martirio moltiplicandola per cento, non garantisce né la pace, né la sicurezza al popolo israeliano.  

Quando si parla di guerra al terrorismo o comunque si definisce come “guerra”, la tempesta di fuoco che Israele ha scatenato contro Gaza, bisogna considerare che la morte di civili o combattenti non costituisce mai l’obiettivo della guerra, ma soltanto un prezzo da pagare per conseguire l’obiettivo politico che si vuole perseguire con la guerra. Invece, in questo caso la morte di civili e combattenti più che un costo sembra l’obiettivo della guerra.

Dobbiamo chiederci qual è il reale obiettivo politico che Israele vuole perseguire con la guerra, cosa vuole ottenere?
Orbene, oltre una tremenda vendetta, non è assolutamente chiaro quali siano gli obiettivi di Israele. Il dichiarato intento di eradicare Hamas e di eliminare tutti i suoi miliziani è un obiettivo impossibile ed assurdo. Impossibile perché non vi è un forte di Hamas da espugnare, non vi sono delle divisioni da affrontare e sconfiggere sul campo di battaglia. I miliziani di Hamas sono rifugiati in una selva che è la sfortunata popolazione della Striscia. Per eliminarli tutti bisognerebbe disboscare la selva. È quello a cui Israele sta dedicando attivamente, bombardando in modo massiccio ed indiscriminato, facendo sfollare 1.700.000 persone, attaccando gli ospedali, togliendo il cibo, l’acqua, l’energia, i medicinali alla popolazione e spegnendo le comunicazioni. Non si possono eliminare i miliziani di Hamas senza compiere un vero e proprio genocidio. Dal punto di vista della sicurezza di Israele è un obiettivo assurdo perché, dopo aver inflitto delle sofferenze così atroci, nulla può escludere che i giovani sopravvissuti alle bombe israeliane, alla fame, alla sete, alle malattie, alla morte dei loro genitori o dei loro coetanei, non sentano il bisogno di prendere le armi e di rimpiazzare i miliziani eliminati.

Le caratteristiche di questa operazione militare la rendono molto diversa dagli altri conflitti che abbiamo vissuto. Basti pensare che in 78 giorni di bombardamenti sulla ex Jugoslavia, la NATO ha provocato la morte di circa 600/700 civili, a fronte degli oltre 18.000 morti provocati da Israele in poco più di 60 giorni, mentre la Russia in 20 mesi di conflitto ha provocato la morte di circa 600 fanciulli, a fronte dei 6.500 uccisi nella Striscia di Gaza in soli due mesi. Questi numeri rendono evidente che quello in corso a Gaza è un genocidio, anche in senso tecnico-giuridico.
La condotta di Israele, rientra nel concetto di “genocidio” come definito dalla Convenzione ONU del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio. L’art. 2 della Convenzione recita:

“Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale (..)”

Quello che qualifica come genocidio i fatti indicati ai punti a), b) e c) è l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, quali sono indubbiamente gli abitanti che popolano la striscia di Gaza. È difficile capire quali siano le reali intenzioni di Israele, però quando un ministro del governo Netanyahu, Amichai Eliyahu, esponente del partito “potere ebraico” sostiene che l’utilizzo della bomba atomica su Gaza è, a suo giudizio, “una delle possibilità in campo”, questa dichiarazione getta oscuri presagi sull’operazione spade di ferro. Comunque l’obiettivo massimo, esplicitato anche in documenti ufficiali, come quello del Ministero dell’intelligence del 13 ottobre, ribadito dalla Ministra Gila Gamliel sulle pagine del Jerusalem Post, è quello di espellere due milioni di palestinesi verso l’Egitto, cioè di realizzare una seconda e molto più grave Nakba. Anche questo, come l’obiettivo di eliminare tutti i miliziani di Hamas è un obiettivo impossibile da realizzare, però lo sforzo di Israele di perseguire questi due obiettivi irrealistici si traduce in un crescendo di distruzioni destinate a rendere impossibile la vita a Gaza.

A Gaza è calato l’inferno sopra una popolazione di oltre due milioni di persone. Di fronte ad una situazione così orribile si sbiadiscono e scompaiono le ragioni e i torti di una parte o dell’altra. È per tutti evidente che non si può invocare il diritto di difesa di Israele per giustificare attacchi ad un gruppo nazionale così massicci ed estesi che possono sfociare in un genocidio. Il genocidio è un affronto all’umanità in quanto tale ed è la principale minaccia alla pace ed alla coesistenza pacifica fra le Nazioni La comunità internazionale, tutti gli Stati hanno il dovere di agire per fermare il massacro e ristabilire la pace. Invece non solo non vengono applicate sanzioni di alcun tipo per fermare Israele, ma non si ha nemmeno il coraggio di invocare il cessate il fuoco per non disturbare i piani del governo israeliano. L’Italia e l’Unione Europea balbettano di tregua umanitaria, di far passare i convogli con i generi di prima necessità per la popolazione, di aumentare gli aiuti a Gaza. Ma a cosa serve una tregua, se poi i combattimenti sono destinati a riprendere, a lasciare libera la morte di mietere il campo? Il silenzio della politica ci rende complici. Quando ogni 10 minuti muore un bambino a Gaza, il fattore tempo è essenziale. Dobbiamo pretendere che il nostro Paese e le Istituzioni europee di cui facciamo parte chiedano a voce alta il cessate il fuoco ed esercitino su Israele delle pressioni non inferiori a quelle operate sulla Russia, per ottenere lo stop di ogni massacro. Bisogna dare il massimo sostegno politico all’iniziativa del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, che l’altro ieri ha ulteriormente sollecitato l’intervento del Consiglio di Sicurezza per dichiarare il cessate il fuoco, invocando per la prima volta l’art. 99 della Carta. Il fatto che gli USA ieri sera abbiano posto di nuovo il veto ad una risoluzione sul cessate il fuoco li rende complici, pienamente corresponsabili del massacro in corso.

Il cessate il fuoco interrompe la fase cruenta della guerra, può favorire il rilascio degli ostaggi ma non assicura la pace. Dobbiamo guardare oltre, bisogna pensare agli scenari del dopo conflitto. Netanyahu ha comunicato l’intenzione di rioccupare Gaza per garantire la sicurezza di Israele. Soltanto gli Stati Uniti, che sono da sempre complici di Israele, hanno avuto qualcosa da obiettare. È assurdo che l’Europa non profferisca verbo. La rioccupazione della Striscia di Gaza da parte di Israele sarebbe il modo migliore per continuare la guerra dopo la guerra e rendere il conflitto permanente. Come si può pensare che dopo aver seminato lutti in tutte le famiglie, dopo aver trasformato in sfollati un milione e settecentomila persone, dopo aver distrutto il 60% delle abitazioni e gli impianti indispensabili per la vita civile, l’esercito israeliano possa amministrare il territorio e tenere sotto controllo la popolazione superstite di Gaza? 

Dopo i disastri che ha combinato non può essere consentito ad Israele di restare arbitro della vita e della morte degli abitanti di Gaza.

Contestualmente al cessate il fuoco occorre progettare un intervento immediato per gestire la situazione nella Striscia di Gaza. A questo punto deve intervenire la Comunità internazionale attraverso l’ONU per definire lo status giuridico di Gaza, almeno con una soluzione transitoria. Se si vuole impedire che il conflitto continui anche dopo che la fase bellica sia cessata, se si vuole realmente garantire la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, c’è una sola soluzione: la Striscia di Gaza deve essere sottratta al controllo di Israele. Israele deve abbandonare quel territorio che ha distrutto e ridotto ad un cumulo di macerie, sottoponendo l’intera popolazione a sofferenze indicibili.
Ciò può avvenire con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, adottata a norma del Cap. VII della Carta, come in passato avvenne per il Kosovo, che fu distaccato dalla Serbia e sottoposto ad una amministrazione ad interim delle Nazioni Unite, in virtù della Risoluzione 1244 del 10 giugno 1999. La Palestina è stata già un Mandato britannico, oggi per la Striscia di Gaza si può resuscitare una sorta di Mandato affidato alle Nazioni Unite. Un’amministrazione civile e militare dell’ONU dovrebbe liberare gli ostaggi, se ancora sequestrati, e procedere al disarmo di Hamas e della Jihad islamica, che potrebbero restare attivi come partiti politici assieme ad altri, impedire che dal territorio della Striscia possano partire atti di ostilità contro Israele, affrontare tutte le emergenze causate dalla guerra, rimettere in funzione le strutture sanitarie, ripristinare le telecomunicazioni, i collegamenti aerei e marittimi della Striscia con il resto del mondo, avviare la ricostruzione e ogni altro programma indispensabile per consentire alla popolazione civile di superare i traumi prodotti dai massacri e dalle privazioni causate dai lunghi anni di assedio a cui sono stati sottoposti.

L’Amministrazione dell’ONU dovrebbe promuovere la creazione, in attesa di una soluzione definitiva, di una sostanziale autonomia e autoamministrazione della Striscia di Gaza. Non sarebbe un libro dei sogni. Netanyahu ha già dichiarato che non accetterà mai la presenza di una forza militare esterna ma il suo governo ha le ore contate, è destinato a cadere non appena cesserà il conflitto.   Anche gli Stati Uniti si sono detti contrari alla rioccupazione di Gaza da parte di Israele. Su questo principio, se sostenuto dall’opinione pubblica internazionale, non dovrebbe essere impossibile realizzare una convergenza dei paesi titolari del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza.

Quando questa follia bellica sarà finita, bisogna fare tutto il possibile per impedire che la guerra continui dopo la guerra.

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