L’ideologia inegualitaria della destra e la sinistra: l’attualità di Bobbio trent’anni dopo

L’ideologia inegualitaria della destra e la sinistra: l’attualità di Bobbio trent’anni dopo

Riportiamo un estratto dalla prefazione di Nadia Urbinati, componente del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia, all’edizione del trentennale Destra e sinistra di Norberto Bobbio (Donzelli editore)

Quando, nel 1994, uscì Destra e sinistra, in Italia e nei paesi europei la destra stava scaldando i muscoli per spiccare il salto nel nuovo secolo.

Cinque anni erano passati dal crollo del muro di Berlino che aveva sancito, ma non provocato, il rovesciamento delle parti tra destra e sinistra. Il processo verso questo epilogo era stato lungo e complesso, ed era iniziato negli anni settanta.

La guerra lampo arabo-israeliana nota come guerra dello Yom Kippur nell’ottobre 1973 aveva segnato la fine dell’approvvigionamento a buon mercato del petrolio e innescato una crisi economica e fiscale senza precedenti: era la prima grande crisi del secondo dopoguerra, che il mondo occidentale si apprestava ad affrontare in modo nuovo, dopo che, nel­l’agosto del 1971, gli Stati Uniti avevano interrotto unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro, mettendo fine al sistema di Bretton Woods inaugurato nel 1944.

Tra quelle due date si consumò la crisi che aveva sancito la fine delle politiche concertate della ricostruzione post-bellica, l’uscita fuori controllo dei tassi di cambio e dell’inflazione, la corsa a svalutazioni competitive tra le monete dei paesi occidentali. Si era aperta così, in tutto l’occidente, una nuova stagione di politiche liberistiche caratterizzata in particolare dall’espansione globale dell’economia americana, della società di mercato e del consumismo: fattori culturali, oltre che economici, che tanto fortemente avrebbero mostrato di incidere sui valori e la mentalità, soprattutto delle giovani generazioni.

DEMOCRAZIA IN CRISI

La democrazia fondata sui partiti organizzati e sul compromesso capitale-lavoro gestito dalle rappresentanze sindacali e politiche aveva perso terreno, insieme all’idea di uno stato sociale che si adoperasse a correggere le diseguaglianze economiche e sociali per garantire una effettiva parità di cittadinanza.

Era la fine del virtuoso percorso che aveva segnato l’edificazione delle democrazie europee dalle rovine materiali ed etico-politiche lasciate dal nazifascismo e dalla guerra. Il documento simbolo che sancì la svolta fu senza dubbio il Rapporto sulla governabilità delle democrazie pubblicato nel 1975 dalla Commissione Trilaterale con il titolo La crisi della democrazia, e redatto da Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki. Secondo il Rapporto della Trilaterale, la democrazia era entrata in crisi per i suoi stessi eccessi, per l’esagerata attenzione alle diseguaglianze e la scarsa considerazione in cui movimenti politici e governi avevano tenuto la libertà individuale, soprattutto economica. Questi movimenti, si legge nel Rapporto, erano a favore dei diritti delle minoranze, contro l’imperialismo e il militarismo (nel 1975 gli Stati Uniti erano usciti sconfitti e indebitati dalla disastrosa guerra in Vietnam), per la rivendicazione e l’espansione dei diritti sociali volti a promuovere una democrazia più partecipativa e programmi di governo decisamente socialdemocratici.

A proposito di queste diverse forme di contestazione e di rivendicazione, la Commissione Trilaterale parlava di «crisi di governabilità», un’espressione che sarebbe presto divenuta egemonica, come incapacità delle istituzioni politiche, soprattutto quelle su base parlamentare, di resistere alle pressioni dei cittadini organizzati e dei partiti di sinistra senza capitolare alle loro richieste.

Più la democrazia si era espansa nel sociale più le classi popolari, numericamente forti, avevano preso il sopravvento nel controllo delle risorse economiche degli stati.

Secondo il documento della Trilaterale, era necessario fermare questo processo. Gli autori del Rapporto ridefinivano quindi la democrazia proponendo una concezione minimalista che, mentre insisteva sulla stabilità istituzionale – la «governabilità» –, depennava il valore della partecipazione e dell’idea che la politica fosse un’arte collettiva di progettualità, espressione degli interessi e delle idealità di una comunità di cittadini intenzionati a realizzare le promesse democratiche di eguale libertà.

DIVERSE LIBERTÀ

I due decenni seguiti a quel 1975 si incaricarono di percorrere quella strada. Vent’anni dopo, Destra e sinistra di Bobbio vide la luce, quando quella trasformazione auspicata dal Rapporto era in pieno sviluppo. Il nuovo secolo si preannunciava con un rallentamento della tensione partecipativa e la condivisione indiscussa che l’obiettivo della politica fosse la governabilità; in Italia, quel preannuncio coincideva con la prepotente affermazione di una formazione politica nuova, di ispirazione liberalista e inegualitaria, Forza Italia.

Destra e sinistra si inscriveva nel clima di questa trasformazione che si caricava di ulteriori conseguenze a causa di un mutamento radicale in corso nella politica nazionale.

Allo stato attuale, nei contesti nei quali si è realizzata una stabilizzazione del governo democratico, la distanza tra «destra» e «sinistra» si materializza come quella tra una concezione puramente liberale della libertà e una concezione liberal-socialista. Il conflitto tra libertà ed eguaglianza oggi chiama in causa la coerenza stessa delle persone rispetto alle loro credenze e ai principi scritti e proclamati nelle costituzioni; chiama in causa l’attenzione non solo ai diritti, ma alla vita delle persone e alle immagini che esse danno di sé nel pubblico. Ci sono diseguaglianze visibili, quelle economiche, e ci sono diseguaglianze meno visibili, innestate nella nostra mentalità come una seconda natura.

Le prime, quelle economiche, sono particolarmente vissute da chi, racconta Bobbio di sé stesso, «era nato ed era stato educato in una famiglia borghese, dove le differenze di classe erano ancora molto marcate».

Le altre sono perfino più subdole e ubiquitarie, perché molto spesso infisse nella nostra mente e perpetuate dal linguaggio, dal senso comune, dall’abitudine a pensare che quello in cui crediamo sia eterno perché di esso non sappiamo rintracciare l’origine.

Pensare che i «dannati della terra» appartengano a una razza inferiore è quanto verifichiamo ogni giorno, quando leggiamo di barconi lasciati alla deriva, e sentiamo i nostri politici chiedere ai sopravvissuti per quale motivo decidono di affrontare un viaggio così rischioso e non restano a casa loro.

UN’OPPOSIZIONE SEMPRE ATTUALE

Le persone di destra, scrive Bobbio, sono più attente e preoccupate a difendere quelle che esse chiamano la «tradizione» nazionale che a curarsi della vita e delle emergenze dei diseredati. In questo senso, la loro cultura politica si preoccupa più della libertà che dell’eguaglianza, e poi ancora più della vita di chi è prossimo per appartenenza nazionale che di quella degli altri esseri umani. La destra ha una tensione identitaria nazionalistica che interpreta secondo valori che tendono a escludere piuttosto che a includere anche coloro che di quella identità fanno parte. Definire valori identitari comporta discriminare ex ante e istigare a un clima di intolleranza. Dichiarare di voler fare prima gli interessi degli italiani non ci dice ancora di quali italiani si parla. Il problema dell’ideologia inegualitaria, come ci dice Bobbio, è che non si sa bene quando fermarla e che limite darle, per cui, messi di fronte alle scelte di politica economica nel loro paese, i politici di destra sono pronti a dimenticarsi gli obblighi che hanno verso i loro connazionali poveri. La destra respinge l’universalismo e si rifugia in una concezione caritatevole della giustizia respingendo una visione radicata nella dignità ed eguaglianza di considerazione e di opportunità che viene dall’idea di eguale libertà. Bobbio era convinto non solo che la sinistra non potesse fare le stesse politiche della destra ma inoltre che non dovesse farle, anche perché la corsa sfrenata verso una società globalizzata avrebbe creato nuove diseguaglianze nelle stesse società democratiche e richiesto nuove forme di intervento politico e sociale. E chiamava a raccolta intellettuali e studiosi di tutte le discipline – economisti, sociologi, storici, esperti di questioni finanziarie e filosofi – per capire come porre limiti al mercato globale in modo da avere da esso massimi benefici e minimi malefici, un’idealità che innerva la politica democratica come potere e potenza volta a disegnare il futuro. La democrazia è una politica aperta e rischiosa, dunque, e proprio per questo l’opposizione tra destra e sinistra è sempre viva e attuale. L’augurio di Bobbio era che la sinistra riprendesse la fiducia in sé stessa e l’orgoglio del proprio passato di impegno per l’emancipazione e la democratizzazione per tenere viva quella lotta. Quel che questo libro anticipatore e sempre più attuale ci insegna, con argomenti ragionati che nulla concedono alla retorica, è che l’eguaglianza tra le persone, diverse in tante cose ma non nella possibilità di soffrire ed essere violate, è la stella polare che orienta la nostra società. Il suo valore è tanto più forte oggi proprio a causa della critica crescente che essa subisce da parte della minoranza che, nel nome della riuscita economica, è pronta a rivedere i fondamenti del patto democratico. Se non che, mettere in questione l’eguaglianza comporta immancabilmente mettere a repentaglio la libertà di tutti, la quale è resa più sicura quando e se sostenuta dall’eguale godimento della libertà politica. Si potrebbe dire che eguaglianza e libertà vivono in permanente tensione ma periscono entrambe se separano i loro destini.

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