Covid, opzione zero

Covid, opzione zero

Le difficoltà che si manifestano ogni giorno di più nella campagna vaccinale (sia sul lato degli approvvigionamenti, che su quello della distribuzione e somministrazione, che infine su quello degli effetti collaterali e dei riflessi sull’opinione pubblica) dimostrano come avesse ragione Luca Ricolfi a mettere in guardia dalla “attesa messianica del vaccino”[i]ed auspicare piuttosto un cambiamento di strategia.

Finora l’obiettivo strategico perseguito in Europa (come del resto in America) è stato semplicemente la mitigazione del fenomeno, al fine di evitare il collasso del sistema sanitario, e soprattutto delle terapie intensive ospedaliere, cercando un’impossibile “convivenza” col virus. L’obiettivo strategico alternativo, seguito in Estremo Oriente e in Oceania, è stato invece quello di portare il più possibile vicino allo zero il numero dei contagi (anche se non sarà mai possibile azzerarlo completamente, senza i vaccini, e forse, proprio del tutto, neppure con quelli).

La prima strategia, essendo miope, ha creduto di “contemperare” le ragioni della salute con quelle dell’economia, e così facendo ha perso su entrambi i fronti, perché, non comprimendo a sufficienza il contagio, è andata incontro a ripetute chiusure e (premature) riaperture, devastando anche l’economia, oltre a fare un numero di morti da guerra mondiale. La seconda, salvando la salute e la vita delle persone, ha anche salvato l’economia, che ha subito danni limitati e ha visto una ripresa economica duratura, e non solo effimera, nei paesi che l’hanno seguita.

La strategia “occidentale” s’ispira, nei fini, al perseguimento del denaro al di sopra di ogni altro valore, e trascura la vita umana, fondandosi tacitamente (ma a volte anche esplicitamente) sull’accettazione del sacrificio umano, visto che la malattia uccide solo anziani e malati, quindi “zavorre” per la società. Quanto agli strumenti, si basa essenzialmente sulla tecnologia: nell’immediato, le terapie intensive (che però servono a poco, dato che il 40 % di chi vi entra è destinato a morire), e in prospettiva i vaccini. Si propone in sostanza di piegare la natura all’uomo con mezzi artificiali. La strategia “orientale” mira a salvare quante più vite umane sia possibile, e, nell’attesa di soluzioni definitive (che arriveranno con le vaccinazioni, ma solo a medio termine) tende ad adattarsi ai capricci della natura, sfuggendo il contagio col distanziamento, ed altre misure “naturali” che lo rendano se possibile più mirato (tracciamento, quarantene, etc.), mantenuto fino all’ottenimento del successo.

La strategia “orientale” è stata rifiutata a priori dal presuntuoso Occidente, che ritiene di non aver nulla da imparare dal resto del mondo, ma solo da insegnare. Così, fin dall’inizio, non si è neppure tentato di osservare cosa stessero facendo i Cinesi, cioè coloro che per primi avevano affrontato (con successo) il problema; in seguito, si è detto che non si poteva seguire il loro esempio perché la Cina (dove in tre mesi hanno risolto tutto) è un paese autoritario. Poi, quando si è visto che la strategia cinese era stata più o meno seguita anche in altri stati, non autoritari, come ad esempio Giappone e Corea del Sud, si è detto che comunque quei paesi “avevano un’altra cultura”. Poi, quando si è visto che la stessa strategia veniva perseguita con successo in paesi di matrice occidentale, e per di più anglo-sassone, come la Nuova Zelanda, si è detto che  essa era troppo piccola per poter essere confrontabile. Quando infine è emerso che anche l’Australia seguiva quel modello, si è detto che l’Australia … era troppo grande.

La strategia occidentale, che potremmo definire “perdente”, aveva il miraggio dei vaccini come ultimo terreno su cui prendersi una rivincita. Ora anche quel terreno si sta dimostrando franoso. Occorre pertanto un cambio di strategia.

L’Italia, che dopo la prima ondata era riuscita (probabilmente anche con l’aiuto del fattore climatico)[ii] a riportare il contagio a livelli accettabili durante i mesi estivi, ha poi commesso l’imperdonabile errore (come del resto la maggior parte dei paesi europei, anche se non tutti: si veda l’esempio virtuoso dei paesi scandinavi, esclusa la Svezia) di ricadere in autunno nella pandemia, aggiungendo altri 65.000 morti ai precedenti 35.000, e vanificando tutti i sacrifici e gli sforzi fatti in precedenza, soprattutto a causa delle esitazioni, dei temporeggiamenti e delle indecisioni del precedente Governo, che (ammesso che abbia avuto meriti in altri campi) per questo solo (che va sommato alla sciagurata decisione di non istituire la zona rossa in Val Seriana, alla base della prima ondata) meriterebbe la damnatio memoriae. Se l’attuale Presidente del Consiglio ha davvero quelle doti che molti gli attribuiscono, dovrebbe essere così abile, come lo sono i veri comandanti, da saper cambiare strategia in corso d’opera. Al lockdown, in cui di fatto siamo rientrati, da mantenere (e magari inasprire) fino a tornare ai livelli dello scorso maggio, dovrebbero aggiungersi poche altre misure: 1) un vero impegno sul fronte dei tracciamenti, rendendo obbligatoria la app Immuni e implementando il suo effettivo funzionamento con tutte le misure del caso: si sono limitati tanti altri diritti (di circolazione, di riunione, etc.), si può limitare anche la privacy; 2) la chiusura delle frontiere fino a che non sarà dichiarata la fine della pandemia a livello mondiale: ogni passaggio dev’essere consentito solo con passaporto vaccinale o previo esperimento di tampone, con quarantena fino ai risultati dello stesso (il Presidente della Regione Sardegna, che lo propose all’inizio della scorsa estate, fu per questo lapidato, finché, folgorato sulla via di Damasco, non si decise a riaprire anche le discoteche; oggi la stessa misura, in presenza dei vaccini, viene proposta anche dalla Commissione Europea); 3) l’isolamento di coloro che devono essere posti in quarantena (che oggi si trascorre in famiglia, lasciando che i familiari si contagino ed escano di casa contagiando altri, senza neppure essere sottoposti a test[iii]): a tal fine devono essere stipulate convenzioni con gli alberghi, molti dei quali saranno ben lieti di accettare, per compensare la riduzione del volume d’affari.

Qualche considerazione più specifica, inoltre, sui vaccini: non c’è dubbio che si tratti dell’arma strategica per vincere nel lungo periodo. Ma l’inevitabile lunghezza di una campagna vaccinale non deve far accantonare, per ora, le altre misure volte a comprimere il più possibile il contagio fino a farlo avvicinare allo zero, e che i vaccini, per ora, possono soltanto agevolare, non sostituire. Detto questo, non tutti i vaccini sono eguali. Prescindendo dai recenti avvenimenti collegati ai suoi effetti collaterali (ogni vaccino, ma anche ogni farmaco, può presentare rischi) AstraZeneca, fin da quando è stato approvato, è stato accolto con cautela dagli organismi scientifici, mentre i politici hanno dato l’impressione di voler forzare la mano a questi ultimi per accelerare la campagna vaccinale. Il parere del Comitato Tecnico Scientifico AIFA, del 30 gennaio-1 febbraio, suggeriva e suggerisce[iv] l’utilizzo “preferenziale” (non esclusivo, come si disse) del vaccino AstraZeneca nei soggetti a minor rischio, ossia gl’infracinquantacinquenni sani, per la minor efficacia comparativa rispetto ad altri vaccini, e per l’insufficiente sperimentazione sui soggetti più anziani (pur avvisando che il rapporto benefici-rischi restava favorevole per ogni fascia di età). Fin dal primo momento si è scatenata sui media una ridda di indiscrezioni (persino giocando su alcune differenti sfumature tra il testo ed il comunicato stampa che lo aveva preceduto, necessariamente più stringato)  per far dire a quel parere ciò che esso non diceva, ossia che sarebbe stato dato “via libera” per l’uso fino a 65 anni, fino al punto che l’Aifa stessa il 2 febbraio dovette diffondere un  secondo comunicato-stampa[v] per smentire tali “interpretazioni” (probabilmente, “boatos” diffusi ad arte per accompagnare la strategia di condizionamento dell’organo tecnico: in pratica, una campagna di disinformazione). Quel “via libera” che, non pervenendo dall’AIFA (che comunque aveva dato solo un’indicazione preferenziale, non vincolante) nei termini desiderati, il Ministero della Salute si è preso da solo, dapprima con una circolare del 22 febbraio[vi] che autorizzava l’uso nei confronti dei soggetti fino a 65 anni ad eccezione di quelli “estremamente vulnerabili”, sulla base di un confuso (anche sintatticamente) riferimento a precedenti note proprie, del CTS dell’Aifa, del Consiglio Superiore di Sanità, e infine del “gruppo di lavoro permanente su SARS-CoV-2” (tutti atti non pubblici) da cui sarebbero emerse “nuove evidenze scientifiche” (verosimilmente rappresentate dall’articolo di Lancet del 19 febbraio[vii]),  e poi con una successiva circolare dell’8 marzo[viii] che autorizzava l’uso anche oltre i 65 anni, sempre esclusi i soggetti “estremamente vulnerabili” (ma perché? se fa così bene…), sulla base di un nuovo parere (sempre non pubblicato) del Consiglio Superiore della Sanità[ix] in data 6 marzo e di “ulteriori evidenze scientifiche resesi disponibili”. In tal modo rimangiandosi il corposo piano dell’8 febbraio, emanato sulla base delle prime indicazioni AIFA su AstraZeneca[x].

Nel frattempo, tutte le televisioni a reti unificate hanno unanimemente censurato la notizia (comunque filtrata sulla stampa e sul web) che in Svizzera l’autorità regolatoria, Swissmedic, ha negato l’approvazione al vaccino di AstraZeneca, ritenendo insufficiente la documentazione presentata, nonostante i 5,3 milioni di dosi già ordinate; cosa commentata dal Farmacista Cantonale del Ticino Giovan Maria Zanini con le seguenti parole: «Lasciatemelo dire, per me (il fatto che ancora non sia arrivata l’omologazione, ndr.) è una buona notizia: la protezione che il vaccino di AstraZeneca può fornire non è alta quanto quella dei vaccini di Pfizer BioNTech e Moderna. Dal punto di vista etico sarebbe quindi un grande dilemma averlo a disposizione e decidere se usarlo o meno»[xi]. Tutti matti in Svizzera? E più o meno negli stessi giorni, il Sudafrica, ossia il Paese più colpito in tutto il continente africano dalla pandemia, sospendeva la vaccinazione con AstraZeneca vista la sua scarsa efficacia (22%) contro la variante diffusasi laggiù, anche qui col problema di che fare delle dosi (1,5 milioni, in scadenza ad aprile) già acquistate[xii]. Tutti matti anche in Sudafrica? E che dire degli USA, dove è di questi ultimi giorni la notizia che AstraZeneca, acquistato e prudenzialmente accantonato (ma non utilizzato perché non ancora autorizzato dalla FDA – Food and Drug Administration –  che esprime dubbi sulla documentazione “obsoleta” prodotta dall’azienda) sarà graziosamente “donato” al Messico, e forse anche  all’Europa? Non sorprende invece l’entusiasmo del Regno Unito: è un vaccino “loro” (ogni scarafone è bello a mamma sua), e poi si tratta del Paese che, fin dall’inizio della pandemia, ha sempre sbagliato tutto, sposando la linea dell’azzardo; e ora continua, coerentemente, a sbagliare.

Il problema del vaccino AstraZeneca pare risiedere più nell’efficacia che nella sicurezza. Lo stesso fatto che i dati inizialmente diffusi siano stati riveduti in melius sulla base dei risultati ottenuti nel Regno Unito dopo le prime vaccinazioni (e indipendentemente dalla maggiore attendibilità dei primi o dei secondi, che è questione altamente tecnica) lascia pensare che le sperimentazioni siano state fatte con una certa approssimazione, impressione confermata dalla vicenda della “mezza dose” (che, somministrata per errore in luogo della dose intera – ma si possono fare errori simili in un settore così delicato? –  si sarebbe poi scoperto essere più efficace di quest’ultima), e dell’altalena di indicazioni sull’intervallo di tempo necessario tra la prima somministrazione ed il richiamo. La stessa inadempienza nella consegna delle forniture promesse (anche se parzialmente comune agli altri produttori, che tuttavia pare si stiano ora rimettendo in pari; e comunque non nella misura che emerge dal ritrovamento di milioni di dosi di vaccino AstraZeneca imboscate ad Anagni, come è emerso negli ultimi giorni) non depone in senso favorevole all’immagine del produttore (se si è approssimativi nell’onorare gl’impegni contrattuali, si può essere approssimativi anche nella produzione dei beni). Ma la vera falla consiste nell’insufficiente protezione dalla variante sudafricana. E’ ben vero che tale variante, al momento, è piuttosto rara in Italia. Ma due mesi e mezzo fa lo era anche quella inglese, ora prevalente. Sembra verosimile il rischio che, utilizzando massicciamente un vaccino che combatte le varianti tranne una, proprio quest’ultima prenda il sopravvento e crei una nuova pandemia resistente al vaccino. Pandemia che, in una situazione in cui l’avvenuta vaccinazione avrebbe nel frattempo fatto smantellare tutte le restrizioni, comporterebbe, una volta di più, conseguenze devastanti.

In questo contesto, l’accanimento della politica e di molti opinion makers (compresi illustri clinici) a favore di AstraZeneca (che sarebbe condivisibile se si trattasse dell’unico vaccino disponibile: piuttosto che niente meglio piuttosto) pare dettato da ragioni che risultano non perfettamente collimanti con la tutela della salute. Minor costo di quel vaccino; desiderio di accelerare la campagna vaccinale, da un lato per attribuirsene i meriti politici, dall’altro per far ripartire quanto prima la famosa economia; perseguimento di una “qualunque” riduzione dei contagi anche senza la loro eliminazione (di nuovo, la “convivenza” ritenuta inevitabile, e l’alleggerimento delle terapie intensive visto come unico risultato da ottenere), giocano in questo senso. Ma l’interesse da parte dei singoli individui alla tutela della propria salute (detto brutalmente, il loro istinto di sopravvivenza) potrebbe giocare qualche brutto scherzo alla politica che s’intestardisse su un vaccino “sfiduciato” dall’opinione pubblica. Perché si ha un bel dire che anche la riduzione dei contagi al 40% sia un ottimo risultato. Ma ognuno potrebbe obiettare che, se capita a lui, è il 100% …

Che le rassicurazioni non persuadano, è del resto comprensibile. Politica, autorità sanitarie e divulgazione scientifica hanno perduto molta della loro credibilità durante questa pandemia, per aver detto cose che si sono dovute spesso rimangiare, e che si sono dimostrate false. Circa un anno fa, il prof. Walter Ricciardi, consulente del Ministro della salute (recentemente convertitosi alla linea del rigore, e c’è da rallegrarsene) criticava il Veneto perché faceva tamponi a tappeto contravvenendo alle linee guida dell’OMS e del Centro Europeo per il controllo delle malattie, le quali prevedevano i test solo sui soggetti che fossero sintomatici, e che, in più, avessero avuto contatti a rischio  o provenissero da zone di focolai[xiii]. E invece, proprio grazie ad una coraggiosa anestesista, che ha consapevolmente violato tali linee guida, è stato scoperto il cosiddetto “paziente 1” a Codogno (cosiddetto, perché in realtà il contagio era già ampiamente diffuso, e rimaneva nascosto a causa della scrupolosa osservanza delle suddette linee guida). Analoghe inversioni di marcia si sono viste sull’uso delle mascherine, dapprima disprezzate (perché mancavano, come nel caso della volpe e dell’uva…), poi consigliate, e infine rese obbligatorie. Senza dire della vicenda del Piano Pandemico e degl’incestuosi conflitti d’interesse tra OMS e Ministero della Salute italiano, su cui ha indagato “Report” di RAI 3. E ciò anche a voler stendere un velo pietoso sugl’illustri clinici che hanno inizialmente parlato di “poco più di un’influenza”, e di quelli che in seguito hanno definito il virus “clinicamente morto”; dichiarazioni che, se fosse ancora vivo Molière, gli farebbero aggiornare il suo “Malato immaginario”. Lo stesso accanimento dei politici e di molti commentatori nel voler sponsorizzare un particolare vaccino (come già in passato nel rifiutare le proposte di restrizioni), anche contro le indicazioni degli organi tecnici, mina la credibilità di questi ultimi: non si può pretendere che la gente comune creda nella scienza se poi, quando gli scienziati dicono qualcosa che non è nei desideri della politica, questa è la prima a disattenderla (come la vicenda AIFA-AstraZeneca sembra dimostrare)[xiv].

Insomma, la guerra contro il virus va combattuta senza perseguire impossibili appeasements o improbabili convivenze, fino a riportare il contagio il più vicino possibile allo zero (come era avvenuto l’estate scorsa) e lasciarcelo, senza riaperture scriteriate. In questa strategia, che deve basarsi principalmente sui test, il tracciamento, l’isolamento e il distanziamento, i vaccini possono, sinergicamente, dare il colpo finale,  ma non devono essere visti come una facile soluzione a breve, e non possono sostituire le altre, indispensabili, misure. E, soprattutto, devono essere i vaccini giusti…


[i] Luca Ricolfi, La notte delle ninfee – come si malgoverna un’epidemia, La Nave di Teseo, 2021, pag. 154

[ii] Gli scienziati non sono ancora riusciti a individuare un preciso collegamento tra clima e diffusione del contagio, ma l’esperienza empirica, sia di quel che è accaduto ad esempio in Italia tra giugno e luglio 2020 (nonostante le movide riprese alla grande), sia di quel che sta accadendo (o meglio, non sta accadendo, per fortuna loro) tra i paesi africani, come si può leggere sul sito https://statistichecoronavirus.it/, suggeriscono l’idea che un qualche collegamento debba esistere.

[iii] A tutt’oggi vige l’improvvida circolare ministeriale del 12.10.2020, che ordina di “non prevedere quarantena né l’esecuzione di test diagnostici nei contatti stretti di contatti stretti  di caso (ovvero non vi sia stato nessun contatto diretto con il caso confermato), a meno che il contatto stretto del caso non risulti successivamente positivo ad eventuali test diagnostici o nel caso in cui, in base al giudizio delle autorità sanitarie, si renda opportuno uno screening di comunità” (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2020&codLeg=76613&parte=1%20&serie=null) : ecco come far diffondere il contagio!

[iv] Il parere è rimasto sempre quello, e lo si può ancora leggere sul sito dell’AIFA: https://www.aifa.gov.it/documents/20142/0/Vaccino-AstraZeneca_parere-CTS_30.01-01.02.2021+%281%29.pdf/765aba2e-0b2e-d82c-6acf-11e5d93a0246, nonostante i media continuino a ripetere che l’AIFA avrebbe cambiato idea

[v] https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1289678/Comunicato_AIFA_n.627.pdf/2a6b4d2c-2274-1bfe-ed4d-34f1ea27a3ec

[vi] https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1314153/Circolare_Ministero_Salute_22022021.pdf/e36c718d-bdbf-3c8b-09aa-043e40bc5cf2

[vii] https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(21)00432-3/fulltext

[viii] https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1314153/Circolare_Min_Sal_08.03.2021.pdf/176f0cd0-1b87-0c70-5c39-62d12c03c743 . E’ significativo che tali circolari si trovino solo sul sito web dell’AIFA e non su quello del Ministero.

[ix] La pluralità degli organismi consultivi a disposizione del Ministero della Salute (AIFA, Consiglio Superiore di Sanità, Istituto Superiore di Sanità, Comitato Tecnico Scientifico per la gestione della pandemia, etc.), e il non sempre chiaro riparto di competenze tra loro, sembrano poter favorire la scelta dell’organismo che, volta per volta, sembra più propenso a fornire un parere nei termini auspicati da chi glielo chiede. La possibilità d’influire in corso d’opera sulla composizione di tali organismi rappresenta poi la ciliegina sulla torta.

[x] Ma che compare ancora nel sito del Ministero: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3014_allegato.pdf

[xi] Si veda l’articolo di Marija Miladinovic sul “Corriere del Ticino” del 23 febbraio:  I dubbi su AstraZeneca, tra fatti e opinioni https://www.cdt.ch/ticino/i-dubbi-su-astrazeneca-tra-fatti-e-opinioni-HJ3865876?_sid=WKlg920n

[xii] Il Sudafrica sospende il programma vaccinale con AstraZeneca: efficacia “limitata” – la Repubblica (7 febbraio)

[xiii] Ricolfi, op. cit. pag. 25, pag. 97, e pag. 159, ove vengono citati un articolo sul Corriere della Sera del 12 marzo 2020 di L. Cuppini “Coronavirus, perché non si fanno tamponi a tappeto alla popolazione”, e un’intervista dello stesso Ricciardi al medesimo giornale del 27 febbraio 2020.

[xiv] A chi avesse voglia di distrarsi, consiglierei di andarsi a vedere (o a rivedere) “Cassandra Crossing”, un film del 1976 (noleggiabile sul web con pochi spicciolI), che visto oggi sembra profetico. Soprattutto nell’evidenziare come, in una epidemia, lo scopo del potere non sia quello di salvare le vite umane, che possono essere impunemente sacrificate, ma solo quello di mantenere l’ordine. Se necessario diffondendo menzogne, e possibilmente con l’aiuto dei militari…

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