Su “L’attesa messianica”/Leggere il presente senza assolutizzarlo

Su “L’attesa messianica”/Leggere il presente senza assolutizzarlo

Come LeG, siamo molto soddisfatti dell’accoglienza ricevuta dal nostro recente documento “L’attesa messianica”. Non solo siamo contenti per il numero così ampio di adesioni che esso ha raccolto in poco tempo (quasi 2500 adesioni), ma anche perché crediamo abbia contribuito a rompere il coro unanime in sostegno al governo Draghi, ad introdurre nella discussione pubblica alcuni elementi che inevitabilmente complicano i giudizi e le narrative sul processo in atto. Vogliamo, intanto, sottolineare alcuni aspetti:

1. Stentiamo a capire come sia possibile leggere tra le righe di quel testo un presunto attacco alla condotta del Presidente Mattarella, idea che è lontanissima dall’intenzione e dalla lettera di quanto da noi firmato.

2. Il testo è il risultato di un lavoro collettivo del quale si assume la responsabilità l’intera la Presidenza di LeG. Sandra Bonsanti non ne è l’autrice e la responsabilità del testo è da intendersi come condivisa da tutti i firmatari.

3. Il titolo del documento è quello citato sopra. Non è difficile intuire – specie da parte di autorevolissimi giornalisti – che noi non ci riteniamo responsabili di titoli che sono stati scelti da testate che hanno pubblicato stralci del documento e però, come è d’uso, dato un loro titolo. Del resto è sufficiente leggere l’intero documento per capire come in nessuna parte si parli della nascita del governo Draghi come di un attacco alla democrazia.

Ci permettiamo, senza voler ripetere o entrare nel merito di cose già scritte, di ricordare solo due aspetti che, in alcuni dei molti commenti suscitati dal documento, non sono stati sufficientemente presi in considerazione.

Il primo è che, come l’incipit del documento recita, bisognerebbe provare a leggere gli avvenimenti dell’immediato presente all’interno di una complessità di sistema. Il nostro giudizio sul governo Draghi è innanzitutto legato all’esigenza di non pensarlo come un apax, come un punto di inizio di una nuova storia. Piuttosto è parte della storia complessa degli ultimi anni e questa consapevolezza consente di interpretarlo con equità, senza vederlo come segno di “attese messianiche”.

Il secondo è che appare ovvio che queste tendenze di lungo periodo comprendono anche una ristrutturazione del sistema democratico. Si può pensare bene o male di questo tentativo di ristrutturazione della democrazia, ma non vi è dubbio non si tratta di un processo che comincia ora, con il governo Draghi.

In un articolo pubblicato alcuni giorni fa su “Repubblica” (anch’esso leggibile sul sito di Leg che l’ha rilanciato, ndr), Gustavo Zagrebelsky ha spiegato con chiarezza le forme della trasformazione dei processi di decisione che sono sempre più iniziati “dall’alto”, spesso con una palpabile diffidenza nei confronti di ciò che, in senso ampio, si intende come “democrazia dal basso”.

Richiamare l’attenzione sulla possibilità che il nuovo governo possa rappresentare un passaggio di questa trasformazione non ci pare un gesto “tribale”, tanto meno “da tribù del rimpianto”, come qualcuno l’ha definito, ma piuttosto il suo contrario. Si tratta di un gesto culturale e politico come dovrebbe essere ogni volta che ci sforziamo di leggere il presente senza assolutizzarlo.

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