BONSANTI E GADDA, LETTERE D’AUTORE DAL NOVECENTO

BONSANTI E GADDA, LETTERE D’AUTORE DAL NOVECENTO

Quarant’ anni di parole. Oltre trecento pagine da leggere quasi come un romanzo che è insieme storico, intimo, letterario: quello dell’amicizia, solidissima, tra uno dei più grandi narratori e poeti italiani del Novecento, Carlo Emilio Gadda, e Alessandro Bonsanti, scrittore anch’ esso, editore e uomo simbolo del Gabinetto Vieusseux, da lui diretto dal 1941 al 1980. All’interno delle celebrazioni per il bicentenario dell’istituzione fiorentina, iniziate lo scorso anno e tanto duramente penalizzate dall’emergenza sanitaria, esce il 1° marzo per Olschki “Sono il pero e la zucca di me stesso”, carteggio inedito fra i due intellettuali negli anni fra il 1930 e il 1970, a cura di Roberta Colbertaldo, con una premessa di Gloria Manghetti e una testimonianza di Sandra Bonsanti. 

Un’operazione monumentale che arriva a pochi giorni dalla pubblicazione, per Adelphi, de “La guerra di Gadda”, contenente le lettere dell’Ingegnere dal primo conflitto mondiale, e che ricompone un patrimonio documentario finora diviso in tre rami: il primo costituito proprio dal “Fondo Gadda”, e cioè le carte che questi affidò alla fine degli anni Quaranta, al momento di lasciare Firenze per Roma, all’amico Bonsanti e che, pur gravemente danneggiate dall’alluvione e col tempo sottoposte a un delicato restauro, andarono a costituire, nel 1975, un primo fondamentale germe di quell’Archivio contemporaneo oggi vanto del Gabinetto. 

Ci sono poi le pagine provenienti dagli archivi privati dei figli di Bonsanti, Sandra e Giorgio, e infine quelle recuperate dal nucleo donato dallo stesso Gadda alla governante Giuseppina Liberati, oggi conservato dal nipote di lei, Arnaldo, a Villafranca di Verona. Anni travagliati per i due amici, per Firenze e per l’Italia quelli coperti dalle lettere, un filo che si dipana dall’epoca delle collaborazioni di Gadda per le riviste fiorentine “Solaria” e “Letteratura” (1930-1937) e arriva fino al 1970, all’indomani del tardivo successo del ” Pasticciaccio” e de ” La cognizione del dolore”, pubblicati rispettivamente nel 1957 e nel 1963 ( e il secondo insignito del Prix International de la Littérature) ma in realtà usciti entrambi due decenni prima, a puntate, proprio sulle pagine di ” Letteratura”. 

Nel mezzo, la tragedia del secondo conflitto mondiale, la guerra civile, infine la Liberazione e il trasferimento di un Gadda sempre più inquieto e sofferente a Roma, dove avrebbe lavorato per alcuni anni al “Terzo programma” della Rai. Mentre a Firenze resta Bonsanti, che proprio nei giorni terribili dell’estate ’44 aveva suggellato il suo legame col Vieusseux, tanto profondo da portarlo a trasferirsi con la famiglia a Palazzo Strozzi nel tentativo di difendere il Gabinetto dall’occupazione tedesca. 

Un unico appiglio, un’unica granitica certezza in quel terremoto, ed è il sodalizio fra i due. Tra Sandro, interlocutore fidato, editore a tratti pressante che in Gadda riconosce sin dall’inizio un talento fuori dal comune, ma soprattutto figura insostituibile capace di pacificare le infinite angosce dell’amico. E Carlo Emilio, lo scrittore geniale, incapace di venire a patti col successo: tormentato che questo non si manifesti, prima; annichilito dal suo arrivo, poi. 

Ecco allora la metafora del “pero” e della “zucca”, presa in prestito dall’Ariosto, con cui questi confessa di riconoscersi nella seconda per la sua crescita rapida e destabilizzante, ma di associare al primo il suo lento sviluppo: « ùMa come andrà a finire la fama, la valanga che mi ha sepolto? Devi credere, per quel molto che la tua intelligenza ti permette di conoscermi, che io sono la vittima del mio stesso “caso”» , scrive l’Ingegnere nel giugno 1963. «Questa pubblicazione ha per noi un forte valore simbolico – spiega Gloria Manghetti, direttrice del Vieusseux, che firma la premessa al libro – perché proprio nelle carte di Gadda mi piace pensare che Bonsanti abbia intravisto un primo seme della sua straordinaria idea di archivio». 

«Questo carteggio – prosegue – permette di ricostruire, sotto una luce inedita, la relazione fra due grandi protagonisti del Novecento. Da un punto di vista personale, intimo, ma soprattutto letterario: la corrispondenza con Bonsanti è per Gadda un modo per parlare in prima persona del suo lavoro». Tanto più che le carte, per l’Ingegnere, contavano eccome: «Si definiva archiviomane, conservava tutto: nel suo fondo abbiamo trovato persino un tesserino della pista del ghiaccio di Milano. Per lui, forse, archiviare, contestualizzare rappresentava un modo per trovare una sicurezza che gli mancava». E che cercava insistentemente in Bonsanti: «Per lui era un timone nella tempesta. A lui e alla sua famiglia lo legava un’amicizia tenerissima, molto bella anche nella sua dimensione privata».

La Repubblica (Firenze), 23 febbraio 2021

 

 

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