TRA I LIBRI DA SALVARE NELLA NOTTE DELLA GUERRA

01 Lug 2020

Un grande affresco del Novecento, in cui i protagonisti portano i nomi eccellenti di Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Amelia Pincherle, Laura Orvieto. E insieme il romanzo di formazione di una bambina che assiste, con sguardo sgomento, al manifestarsi della storia nella sua esplosione più brutale e insensata. Salvo poi ritrovarsi, decenni dopo, a cercare di trasformare quello sguardo in memoria.

Racconta di averci messo ottant’anni, Sandra Bonsanti, a scrivere “Stanotte dormirai nel letto del re”, in uscita oggi per Archinto con una prefazione di Wlodek Goldkorn. Una ricostruzione, fra ricordi personali e materiali d’archivio, della Firenze fra il 1938 e il 1944, e dell’ostinata resistenza intellettuale contro il fascismo prima e l’occupazione tedesca poi portata avanti dagli uomini e dalle donne che gravitavano intorno al Gabinetto Vieusseux diretto dal 1941 dal padre dell’autrice, Alessandro Bonsanti, e alla rivista “Letteratura”, da lui fondata nel 1937.

Una strenua, disperata difesa contro la barbarie culminata nell’estate del ’44, con la scelta di Bonsanti di trasferirsi insieme alla famiglia già provata da anni di fughe, separazioni e clandestinità – la moglie (e madre di Sandra) Marcella, ebrea, incinta di otto mesi, aveva da poco ottenuto documenti falsi grazie a Giorgio Bassani – a Palazzo Strozzi, sede del Gabinetto, nel tentativo estremo di proteggere ciò che rimaneva di un patrimonio prezioso: «Quei libri sono stati affidati a me, devo restare là dentro a difenderli» scriveva Alessandro Bonsanti.

«Una delle spinte più forti per scrivere questa storia – racconta la giornalista – è stata l’esigenza di far conoscere l’immenso valore del Vieusseux e di due luoghi della città, Palazzo Strozzi e via Maggio, che sono punti di riferimento assoluti per la cultura italiana del Novecento. Intorno a quelle stanze era nato un gruppo di intellettuali che combattevano con i libri e per i libri, per trasmettere la cultura universale che il fascismo voleva soffocare. Un messaggio tanto più importante in un momento in cui a Firenze tanti parlano di cultura, ma poi spuntano continuamente ipotesi di trasferimenti e nuovi usi per quegli spazi ».

Ad anticipare quanto narrato nel romanzo, e in particolare i giorni drammatici vissuti proprio a Strozzi alla vigilia della Liberazione, in balia di soldati tedeschi ubriachi e minacciosi, erano stati, nel 2014, una serie di interventi sulle pagine di Repubblica Firenze: «Dopo quegli articoli – spiega – ho avuto molte richieste affinché completassi il racconto».

Un compito al quale l’autrice si è tuttavia avvicinata con riluttanza: «Mi sono confrontata col dilemma della memoria, che ha assalito Primo Levi e tanti altri grandi. Mi sono chiesta se i miei ricordi di bambina, quell’atomo di verità, servisse a qualcosa, o se invece le vere testimonianze fossero altre, quelle di chi ha vissuto gli eventi in prima persona e in piena coscienza. E però mi sono anche chiesta: se la memoria serve, perché in tanti anni non è stato fatto abbastanza per annientare davvero il fascismo, per fare giustizia? Ma in Italia, è inutile nasconderlo, c’è stata a lungo una gran voglia di dimenticare, forse perché era troppo imbarazzante ricordare tanto orrore. E così i partiti, tutti, hanno preferito stendere un velo sulla Resistenza. Poi certo, ci sono stati i singoli, che ben poco hanno potuto fare, se non rendersi noiosi, ostinarsi ad andare nelle scuole, ripetere che la democrazia non è scontata. Ecco, io penso che raccontare quella storia non sia mai noioso, ma anzi emozionante soprattutto per i più giovani».

Ed entusiasmante è stato tornare ad aprire cassetti, ritrovare le carte, accarezzarle. Come i documenti firmati dall’allora arcivescovo Elia Della Costa che certificavano antiche conversioni al cristianesimo di intere famiglie ebraiche, a cominciare da quella materna dell’autrice: «Ho potuto constatare ciò che aveva fatto per salvare le famiglie ebree. Capire finalmente come mai mia madre ripetesse una frase terribile, e cioè che i nonni erano stati fortunati ad essere già morti. Gli ebrei osservavano increduli ciò che stava succedendo, non potevano accettare che sarebbero stati toccati, proprio loro che sentivano di aver dato un contributo così grande alla costruzione dell’Italia. E poi ci sono i ricordi dell’altra famiglia, quella paterna, maremmana, col nonno che era andato a combattere per l’unità di Italia. L’Italia dell’epoca era fatta di tante storie diverse, tante anime unite da un’idea, fortissima, di patria».

La Repubblica (Firenze), 30 giugno 2020

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