Tra diritti e divieti ci servirà molto autocontrollo

Tra diritti e divieti ci servirà molto autocontrollo

Intervista a Nadia Urbinati

 «È la prima volta che tutto il mondo si trova ad affrontare una pandemia», riflette Nadia Urbinati, bolognese, docente di Teoria politica alla Columbia University. «Si può dire che il virus ha riunito l’intera umanità in un unico sforzo».

Però il Covid-19 ha mostrato la differente reazione degli Stati a seconda dei modelli sociali…
«Questo sì. Il modello di sanità cambia la vita, letteralmente. Quello statunitense, per esempio, è ingiusto e classista; e soprattutto ha rivelato di essere fragile. Ma siccome questa situazione è completamente inedita, tutti gli Stati hanno proceduto per tentativi ed errori; non poteva essere altrimenti».

In Italia ha notato una differenza tra diversi tipi di sanità? Ha riconosciuto, ad esempio, una specificità emiliana?
«Questo virus ha finalmente interrotto l’innamoramento che si è avuto, anche da noi in Emilia, verso il modello sanitario lombardo. Abbiamo visto come affidare il 40% della sanità ai privati, che si prendono anche una gran quantità di risorse, abbia indebolito quella pubblica rendendola fragile e inadeguata. In secondo luogo, credo che abbia mostrato molti limiti, nel caso lombardo, l’aver puntato sui centri di eccellenza lasciando poi sguarnito il territorio. In Emilia, invece, abbiamo una condizione piò omogenea e quindi più efficace; questo ha fatto la differenza nel contrastare il virus».

Il Veneto ha adottato la strategia dei tamponi a tappeto. Lei come la pensa?
«Onestamente non saprei, gli stessi esperti hanno cambiato idea nel corso di questi mesi. Si va necessariamente per tentativi di fronte a una virus nuovo».

Molti ritengono che le costrizioni dettate dall’epidemia siano andate oltre, ledendo la libertà individuale e minando i principi della democrazia.
«Se il paragone è l’Ungheria, il nostro Paese ha gli strumenti costituzionali per impedire ciò che ha fatto Orban. Ciò non significa che non ci siano rischi autoritari.
Soprattutto quando la politica si rimettee alle competenze degli esperti della salute: la vita prima di tutto, come di dice spesso. Ma cosa si intende per vita? Non è solo respirare e tenere aperti gli occhi. La vita è fatta di relazioni, di parola, di pensiero. Molto spesso il sapere tecnico trascura tutto ciò. E mette tra parentesi la libertà individuale.
Ma la politica non può seguire gli scienziati su questa strada».

Pensa che strumenti come i social, il telefono, le telecamere, possano arrivare a realizzare un controllo orwelliano?
«Quello che trovo problematico non è tanto il controllo, che già esiste; tutti noi siamo partecipi della nostra schiavitù quando viaggiamo nel web. Semmai quando si dice che tutto ciò sarà temporaneo e che quando cesserà l’emergenza i dati verranno distrutti, nutro qualche dubbio. Non mi fido perché c’è sempre una necessità che autorizza a usarli. C’è sempre il bene della nazione».

Come si potrebbe evitare?
«Il problema si risolverà quando troveremo un farmaco e poi il vaccino. Allora la miccia sarà disinnescata. Nel frattempo, i cittadini possono comportarsi seguendo il più possibile le norme, che saranno comunque opportune anche dopo le estreme restrizioni. Più autocontrollo meno controlli, insomma. Anche perché le multinazionali che dispongono degli strumenti con cui ci tracciano sono più potenti degli Stati, i quali diverrebbero loro clienti con lo scopo di sorvegliarci. Solo un governo politico globale avrebbe la forza di opporsi a questi colossi».

È stato indicato il modello sud-coreano come quello da seguire. Crede che sia un buon esempio?
«Stiamo parlando di cose che non si possono paragonare. Nella Corea del Sud c’è un sistema liberale ma la loro tradizione etico-politica comunitaria rende l’individuo meno antagonista. Un sistema spartano più che ateniese, per riprendere una analogia classica. E per nulla occidentale».

La Repubblica Bologna, 2 aprile 2020

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