L’economia del virus

L’economia del virus

Tentiamo di pensare in termini economici i problemi che stiamo affrontando. Si potrebbe supporre che lo scopo dei nostri interventi fiscali sia principalmente, anzi totalmente, conservativo: conservare lo status quo aggredito dal virus, in attesa di neutralizzarlo in qualche modo. Le attività produttive, e le organizzazioni entro le quali si svolgono, sono divise in due tipi: quelle che possono, anzi che devono, essere continuate, perché sono essenziali (settore I) e le altre, che devono essere sospese (settore II). Ma questa è una divisione incongrua. Se lo scopo dell’arresto è di limitare il contagio nei luoghi di lavoro.

Io avrei pensato che una divisione più sensata sia quella tra attività che possono essere svolte, se necessario con piccole modificazioni organizzative, senza pericolo di contagio e quelle per cui questo è impossibile. Infatti ci potrebbero benissimo essere delle attività produttive giudicate “non essenziali” che possono essere esercitate senza pericolo. E per converso delle “essenziali” a grande rischio.

In pratica, la divisione che si sta realizzando è probabilmente un compromesso tra i due criteri distintivi. La conservazione comporta che a) i redditi delle famiglie siano mantenuti al loro livello precedente e b) le imprese del settore II ricevano il credito che sia loro sufficiente per giacere addormentate senza estinguersi (cioè per continuare a pagare i costi fissi.) Come è possibile mantenere invariati i redditi delle famiglie? Utilizzando i sussidi di disoccupazione e la Cassa Integrazione e altre forme di integrazione dei redditi di lavoratori disoccupati per le famiglie di dipendenti del settore II; con trasferimenti diretti per le altre in difficoltà (i cui membri operino ad esempio nel settore in ombra dell’economia).

Le proposte di un reddito familiare universale garantito sembrano sensate. Naturalmente la garanzia scatterebbe per le famiglie che non percepiscono altri redditi. Si potrebbe pensare che se il mantenimento del reddito delle famiglie riesce, allora l’attività produttiva nel settore I dovrebbe nel complesso restare invariata o aumentare perché la domanda aggregata dovrebbe restare costante; anzi il potere d’acquisto rivolto verso i beni prodotti nel settore I dovrebbe aumentare perché la quota di domanda aggregata rivolta verso i beni del settore II non potrà essere soddisfatta.

Questo sarebbe vero se il settore I fosse verticalmente integrato. Le a) e b), per quanto necessarie, non sono sufficienti per la conservazione. La chiusura del settore II compromette il mantenimento del settore I non solo via il nesso reddito-domanda ma anche direttamente per la mancanza di inputs necessari al settore I. Infatti data la natura aggregativa di I e II, è irrealistico pensare che il settore I per produrre non abbia bisogno di beni e servizi del II, che ora non sono più disponibili. Chiudendo il settore II si potrebbe obbligare ad arrestarsi anche l’I. Bisognerà c) poter contare sulla possibilità di importare.

Ma naturalmente se anche gli altri paesi stessero chiudendo parti delle loro economie, questo potrebbe non essere più possibile. La comune decisione di lock down a giusti scopi protettivi dal contagio potrebbe innescare una contrazione mondiale. Forse questo tipo di chirurgia produttiva, dei cui presupposti abbiamo visto la debolezza, non è il modo giusto per fermare la diffusione del contagio. Potendo contare sulla c) oltre ad a) e b) la conservazione si può supporre realizzabile per un singolo paese. A queste condizioni la produzione del settore I può addirittura aumentare.

Però il problema di gestire l’economia italiana non si esaurisce qui. Vogliamo e dobbiamo andare oltre la mera conservazione. Vogliamo trovare il modo di riassorbire, gradualmente o di colpo, il settore II nel settore I. Lo possiamo chiamare il problema della congiunzione. Parrebbero esserci almeno due strade: la prima comporta un esame in ciascuna industria del settore II per proporre degli espedienti tecnici e/o organizzativi che rendano possibile l’attività produttiva senza rischio di contagio.

Questo è un compito a cui medici, ingegneri, sindacalisti potrebbero lavorare fruttuosamente. (Io spero che almeno le direzioni aziendali lo stiano svolgendo, invece di brigare, come molti ahimé stanno facendo, per farsi trasferire per via amministrativa dal settore II all’I.) Nel caso di un bar o un ristorante forse non sarà possibile, anche se ho già visto a Castellina Marittima un’apprezzata Osteria trasformarsi provvisoriamente in un catering service con fantasiosa ricchezza di menu, e suppongo lo stesso stia avvenendo in tutta Italia. Nel caso dell’attività edilizia e in agricoltura credo che in generale lo spazio per il distanziamento non manchi.

Andrebbero introdotte delle procedure di sicurezza attentamente studiate che comportino la minimizzazione dei tempi di prossimità di due o più lavoratori. Così, man mano che questi adeguamenti vengono realizzati, avremmo una graduale ripresa dell’attività produttiva del settore II. La seconda strada è stata proposta dall’economista statunitense Paul Romer.

Vengono introdotte (cioè prodotte e/o acquistate dalle Usl o dalle imprese) delle macchine mediche che consentano di fare i test a tutta la popolazione a ripetizione. Quelli che risultano indenni possono tornare al lavoro, gli altri fanno una quarantena di due settimane. I test vengono ripetuti ogni 2 settimane sino a che dura il contagio, sia dai lavoratori attivi che da chi ha appena finito la quarantena. Così qui sin dall’inizio il problema della divisione in due settori non si pone. Discutere dei meriti relativi delle due strade sarebbe interessante, ma ci porterebbe lontano. Spero che nel governo qualcuno se ne stia occupando.

Vi è infine un terzo problema, forse il più importante e difficile: come gestire la transizione tecnologica. Dobbiamo rimuovere l’assunzione che per un’economia affrontare il coronavirus sia un compito di conservazione e di congiunzione, ossia di graduale ripresa dello status quo. Sarebbe irrealistico puntare allo status quo produttivo. Il coronavirus, con i suoi movimenti di rimbalzo, i suoi ritorni, potrebbe restare con noi per un paio di anni: o più. Potrebbe addirittura essere il precursore di molti suoi simili a venire inavvertitamente scatenati. Pare che il governo italiano abbia in mente un lasso temporale di sei mesi (da marzo) per il virus.

Le considerazioni che seguono sono forse un po’ avveniristiche. Il virus invade i luoghi di lavoro, e abbiamo visto se e come affrontarlo, ma anche molti luoghi di consumo (che sono pure, per alcuni, luoghi di lavoro). Molte attività che dal punto di vista delle famiglie rientrano nel consumo: non solo bar e ristoranti ma anche spettacoli cinematografici, teatrali, musicali, sportivi, e attività turistiche, si svolgono creando a volte enormi concentrazioni di individui.

Basti pensare ai guai provocati dalla partita Atalanta-Valencia giocata a Milano il 19 Febbraio o, su più piccola scala, ai focolai di contagio creati in Germania da due gruppi di giovani sciatori tedeschi che si erano recati in due località alpine in Austria. I rifugi in alta montagna hanno probabilmente svolto un ruolo nefasto anche in Lombardia. Problemi a sé pongono i settori importantissimi dei trasporti, dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza agli anziani.

Ad esempio, l’ultima volta che ho volato, a metà febbraio, mi trovai a contatto con le persone della mia fila di sedili. Ma l’aereo era mezzo vuoto, e prima che mi alzassi per andare a chiederlo uno steward venne da me proponendomi di retrocedere di alcune file, dove non c’era nessuno. La forma di molti mezzi di trasporto così com’è non va. Tutto ciò dovrà essere riconsiderato e ripensato. Fioriranno idee nuove, che si tradurranno sia in nuovi prodotti sia in innovazioni ingegneristiche organizzative architettoniche e urbanistiche. Vi sarà, suppongo, un grande sviluppo della virtualità, anche se pure qualche volta dovremo ricordarci di avere un corpo e lasciarlo svagare, un po’ come se fosse il nostro cane…

14 aprile 2020

 

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