Democrazia diretta c’est moi. Perché Di Maio indossa il gilet

Democrazia diretta c’est moi. Perché Di Maio indossa il gilet
«Ric! Ric!» gridano in piazza e nelle rotonde stradali i gilets gialli francesi e adesso se n’ è accorto anche Di Maio. Ric sta per réfèrendum d’initiative citoyenne, all’inizio una delle tante rivendicazioni del movimento di protesta d’ Oltralpe, diventata in poco tempo (uno speciale di Libération del 3 gennaio ha spiegato come) la richiesta numero uno. Il vice presidente del Consiglio italiano dice di averla letta in testa a un volantino contenente le otto doleances ufficiali (in realtà uno dei tanti volantini, anonimi, di movimento): democrazia diretta. 
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E il parallelo con l’iniziativa di riforma costituzionale dei 5 Stelle, che proprio questa settimana riprende il cammino alla camera, è fatto. «È una rivendicazione importante perché dà il senso a tutte le altre vostre richieste» scrive Di Maio, nascondendo – come molti fanno notare sui social – che in Italia il suo governo ha appena introdotto una norma liberticida sul diritto di manifestazione che punisce con 12 anni di carcere i blocchi stradali. Altro che «gilet gialli non mollate», come incita il capo dei 5 Stelle.
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Ma a Di Maio con il gilet giallo (a palazzo Chigi) piace evidentemente il contenuto demolitorio della proposta dei manifestanti francesi, per altro rivendicato esplicitamente in Francia dove con il referendum propositivo si punta a mettere in crisi l’ingessata forma repubblicana semi presidenziale. Da noi invece il ministro per i rapporti con il parlamento (e la democrazia diretta) Fraccaro insiste – anche ieri – sul fatto che «la democrazia diretta legittimerà ancora di più il parlamento». Nel testo base della riforma costituzionale, in discussione da domani in prima commissione alla camera, è rimasta la previsione di un ballottaggio referendario tra due proposte di legge, quella del parlamento e quella sottoscritta da 500mila cittadini. 
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Anche quando si tratta di due testi quasi identici (la decisione di rinunciare alla conta è solo del comitato promotore). Un’ eventualità che quasi tutti i costituzionalisti ascoltati in commissione hanno indicato come potenzialmente pericolosa, specie in una fase politica in cui è già molto alto il tasso di anti parlamentarismo. Nel testo base è rimasta la possibilità di proporre una legge di iniziativa popolare – che se non approvata entro 18 mesi dalle camere viene sottoposta a referendum propositivo – anche su norme tributarie o destinate principalmente a introdurre nuove spese, nonché sui trattati internazionali. Ed è rimasta l’ assenza di quorum per il referendum propositivo (mentre non si interviene sul referendum abrogativo, per il quale il quorum resta), malgrado la Lega abbia segnalato il suo disaccordo.
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Non ha però presentato emendamenti in proposito; il capogruppo leghista in commissione Iezzi ha detto di voler così favorire un’ intesa con i 5 Stelle. Che però dell’ assenza di quorum fanno un punto d’ onore (anche se nel «contratto di governo» ne avevano previsto la cancellazione per l’ altro referendum, quello abrogativo).
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Emendamenti per introdurre il quorum sui quali la Lega potrebbe in teoria convergere ce ne sono di tutti i generi, trai circa 260 depositati ieri in commissione: dal quorum mobile (la metà più uno degli elettori alle ultime elezioni politiche, proposto da Pd, Forza Italia, Leu e da Magi di +Europa) al quorum di favorevoli (1/4 degli elettori per il Pd, 1/5 per Magi, che ha depositato anche un testo di legge alternativo a quello di maggioranza). Emendamenti delle opposizioni anche per aumentare il numero delle firme (fino a un milione) e per limitare le materie sottoponibili al referendum. Dal Pd anche emendamenti chiaramente provocatori che sfidano la maggioranza a scrivere in Costituzione il divieto di referendum sull’ adesione all’ Ue o sull’euro.
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Mentre l’unico emendamento di maggioranza (firmato dai 5 Stelle) propone di escludere i referendum sui «principi e i diritti fondamentali del diritto europeo e internazionale». Giusto, ma forse ancora meno vincolante del testo base che impone in ogni caso il rispetto dei «vincoli europei e internazionali».
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il manifesto, 8 gennaio 2018

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