L’impasse di oggi sulla Consulta e i rischi di domani sull’elezione del capo dello Stato

25 Novembre 2015

È sufficiente dire che il Parlamento è alla 28esima votazione e non è ancora chiaro se oggi ci sarà o meno l’elezione dei giudici costituzionali mancanti. Solo questo rende l’idea del cortocircuito attuale e di un cortocircuito ben più grave che potrebbe capitare domani, quando la riforma costituzionale sarà legge e – prima o poi – si dovrà eleggere il capo dello Stato.

Perché quel meccanismo che prevede un quorum di tre quinti, cioè lo stesso che vale per eleggere i giudici della Consulta, potrebbe mandare in tilt le istituzioni. Potrebbe succedere, insomma, quello che sta già succedendo: che si arrivi alla 28esima votazione senza poter eleggere il presidente della Repubblica. Perché nonostante l’Italicum e un sistema maggioritario, al partito che uscirà vincente dal ballottaggio – ammesso pure che voti compatto per un nome – serviranno 98 voti aggiuntivi per raggiungere i tre quinti. «Cioè gli servirebbe il sì della quasi totalità dei nuovi senatori, 98 su 100 totali. Impensabile», diceva il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera Andrea Mazziotti. E dunque sarà necessario un accordo con l’opposizione.

E allora quello che sta accadendo in queste ore di febbrili trattative e di veti trasparenti – oggi si vedrà anche se ci saranno e quanti saranno i franchi tiratori – lo potremmo ritrovare con una drammaticità maggiore quando si eleggerà il capo dello Stato con le nuove regole. Oggi cosa succede? Che il Movimento 5 Stelle non accetta il nome del candidato Pd, Augusto Barbera, perché oggetto di un’inchiesta sui concorsi universitari anche se al momento non risulta indagato. E dunque si sfila dall’accordo con la maggioranza che era stato tentato nei giorni scorsi. Il Pd insiste e si rischia il muro contro muro. Il punto è che quando in un Parlamento un partito si pone come anti-sistema, come forza politica che deve azzerare le logiche usate fin qui e vuole imporre solo la sua logica, facilmente si arriva alla 28esima votazione. E tutto questo avviene senza considerare minimamente il funzionamento degli organi dello Stato perché vale più l’affermazione di una posizione politica e di un’identità piuttosto che il rischio d’impasse della Corte costituzionale.

Questa situazione, riprodotta in uno scenario post-Italicum e dopo la riforma del Senato, diventa il vero baco del sistema, come continua ad avvertire Giorgio Tonini, attuale presidente della commissione Bilancio del Senato e vice presidente del gruppo Pd. Il baco che fa andare in tilt tutti i calcoli del vincitore che non sarà affatto un uomo solo al comando ma – nelle votazioni presidenziali – un uomo ostaggio della minoranza. Così come il futuro capo dello Stato che forse dovrà tanto – troppo – a una minoranza decisiva ai fini del raggiungimento dei tre quinti. Questo varrà soprattutto se il neo premier non potrà contare sulla compattezza assoluta del suo partito e se avrà di fronte una forza politica che non vorrà accettare l’esito delle elezioni. E allora le votazioni per il capo dello Stato potrebbero diventare la rivincita, quell’inceppo che manda in cortocircuito le istituzioni e fa ammalare una legislatura.

Potrebbe capitare al 5 Stelle ma anche al Pd o al centro-destra, perché se da un ballottaggio si esce ancora in una logica di contrapposizione e non di mediazione nell’interesse delle istituzioni sarà ben difficile collaborare – come richiede quel quorum dei tre quinti – e più facile arrivare allo scontro.

 

 Il Sole, 25 novembre 2015

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