Costituzione à la carte

29 Aprile 2015

Francesco Pallante

L’accoppiata riforma della Costituzione-Italicum sta spin­gendo l’Italia verso lidi sco­no­sciuti alle demo­cra­zie a noi para­go­na­bili. La Carta fon­da­men­tale viene modi­fi­cata con­sa­crando la supre­ma­zia con­qui­stata dal governo nel sistema costi­tu­zio­nale. La cen­tra­lità del par­la­mento è stata pro­gres­si­va­mente svuo­tata, in paral­lelo all’entrata in crisi dei par­titi, sino alla svolta mag­gio­ri­ta­ria san­cita con i refe­ren­dum del 1993. Oggi la fun­zione legi­sla­tiva è di fatto eser­ci­tata dall’esecutivo, con il par­la­mento ridotto, in ruolo

imageL’accoppiata riforma della Costituzione-Italicum sta spin­gendo l’Italia verso lidi sco­no­sciuti alle demo­cra­zie a noi para­go­na­bili. La Carta fon­da­men­tale viene modi­fi­cata con­sa­crando la supre­ma­zia con­qui­stata dal governo nel sistema costi­tu­zio­nale. La cen­tra­lità del par­la­mento è stata pro­gres­si­va­mente svuo­tata, in paral­lelo all’entrata in crisi dei par­titi, sino alla svolta mag­gio­ri­ta­ria san­cita con i refe­ren­dum del 1993. Oggi la fun­zione legi­sla­tiva è di fatto eser­ci­tata dall’esecutivo, con il par­la­mento ridotto, in ruolo ser­vente, a con­ver­tire decreti-legge, con­fe­rire dele­ghe legi­sla­tive, rece­pire gli accordi inter­na­zio­nali sti­pu­lati dal governo, dare attua­zione al diritto euro­peo. A quanto pare, però, non basta. Da domani, con il nuovo arti­colo 72 della Costi­tu­zione, l’esecutivo potrà diret­ta­mente det­tare i tempi dell’attività par­la­men­tare, fis­sando la data ultima entro cui il legi­sla­tivo sarà tenuto — sotto la pre­ve­di­bile minac­cia di crisi — a rati­fi­care le pro­po­ste governative.

In que­sto qua­dro, per di più con­no­tato dal rat­trap­pirsi del rap­porto di fidu­cia da entrambe a una sola camera, l’Italicum vor­rebbe poi assi­cu­rare al par­tito che ottiene la pre­va­lenza rela­tiva sugli altri — fosse pure di un solo voto — un’ampia mag­gio­ranza asso­luta di seggi nel solo ramo par­la­men­tare che resta elet­tivo. Si trat­te­rebbe di un uni­cum nel pano­rama com­pa­ra­ti­stico. Nem­meno nella tanto cele­brata Inghil­terra dell’uninominale l’esito delle ele­zioni è garan­tito in anti­cipo: lo dimo­stra la legi­sla­tura che si sta con­clu­dendo, retta da un governo di coa­li­zione. A que­sti ele­menti — domi­nio del governo sul par­la­mento, domi­nio di un par­tito nel par­la­mento — ne va aggiunto un terzo: il domi­nio dei lea­der sui par­titi (e, con l’identificazione del ruolo di segre­ta­rio e pre­si­dente del con­si­glio, sullo stesso ese­cu­tivo). Il cer­chio si chiude, pre­fi­gu­rando una forma di governo dal forte sapore ple­bi­sci­ta­rio: dal popolo al lea­der, pas­sando per un par­la­mento sot­to­po­sto alla duplice supre­ma­zia del governo e del par­tito di maggioranza.

Si dice: si fa così ovun­que e noi non pos­siamo rima­nere indie­tro. Ma è vero? Dav­vero in Fran­cia, Ger­ma­nia, Spa­gna o nel Regno Unito la fan­to­ma­tica «sera delle ele­zioni» si sa chi gover­nerà il Paese nei suc­ces­sivi cin­que anni? In realtà, in nes­suna di que­ste demo­cra­zie le ele­zioni inco­ro­nano auto­ma­ti­ca­mente un vin­ci­tore. È pos­si­bile (tal­volta molto pro­ba­bile) che accada; mai sicuro. Le ultime ele­zioni hanno san­cito la neces­sità di un governo di coa­li­zione anche a Ber­lino; Madrid ha una lunga tra­di­zione di governi con­di­zio­nati dai pic­coli par­titi nazio­na­li­sti; per­sino Parigi, nono­stante il semi-presidenzialismo, ha cono­sciuto accordi post-elettorali. In Europa, poi, i par­titi si dimo­strano spesso ben strut­tu­rati e ani­mati da una reale dia­let­tica interna: il caso-limite è quello inglese, che ha visto i due primi mini­stri più popo­lari del dopo­guerra — That­cher nel 1990 e Blair nel 2007 — silu­rati per aver perso il con­trollo del loro par­tito. Dove sono in Ita­lia i John Major o i Gor­don Brown capaci di scal­zare Renzi, Ber­lu­sconi o Grillo? E come potreb­bero nascere con una legge che san­ci­sce un par­la­mento com­po­sto in gran parte da nominati?

Potrà sem­brare para­dos­sale, ma, a que­sto punto, meglio sarebbe il pre­si­den­zia­li­smo. Da appas­sio­nato di House of Cards, anche Renzi dovrebbe essersi reso conto che il pre­si­dente ame­ri­cano non è quel sovrano incon­tra­stato di cui spesso da noi si favo­leg­gia. Il sistema costi­tu­zio­nale degli Stati uniti ha cir­con­dato il pode­roso potere pre­si­den­ziale di reali con­tro­po­teri, che costrin­gono il pre­si­dente a una con­ti­nua tes­si­tura di rap­porti poli­tici. Ma c’è di più. Attra­verso le ele­zioni di medio ter­mine, l’intero modello è costruito per­ché il pre­si­dente non goda della mag­gio­ranza nel Con­gresso o sia con­ti­nua­mente costretto a impe­gnarsi nella ricon­qui­sta dei favori dell’elettorato. Il che, con la sepa­ra­zione dei due organi san­cita in Costi­tu­zione, rende il sistema sta­tu­ni­tense ben diverso da quello dell’«uomo solo al comando» che sogna il nostro Par­tito democratico.

In realtà, quella che si sta ten­tando di rea­liz­zare in Ita­lia è una forma di governo à la carte, in cui da cia­scun modello si sce­glie solo ciò che raf­forza l’esecutivo, tra­la­sciando ogni pos­si­bile ele­mento di rie­qui­li­brio: una deriva auto­ri­ta­ria che rap­pre­senta l’esatto con­tra­rio di quel che, sin dai tempi della Rivo­lu­zione fran­cese, pre­scrive il Costituzionalismo.

Questo intervento è stato pubblicato su ilmanifesto di oggi, con il titolo “A questo punto meglio il presidenzialismo

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