Ma il Parlamento è il vero banco di prova

03 Nov 2011

Nel maxiemendamento, sottoposto ai nostri partner europei, c’è l’immagine di un governo paralizzato e attonito, costretto a retromarce sempre più penose dopo i suoi roboanti proclami. Nessun intervento serio. E adesso comincia la giostra dei voti in aula

È opinione generale che la credibilità sia fondamentale nella vita. Ma, nell’antica Grecia, un filosofo sofista diceva che “è credibile proprio ciò che non sta in piedi”. A questa seconda scuola di pensiero appartiene, evidentemente, Silvio Berlusconi. Altrimenti, come avrebbe fatto a presentarsi al G20 di Cannes con una pioggia di titoli e nulla di veramente rilevante? Nel maxiemendamento, sottoposto ai nostri partner europei, c’è l’immagine di un governo paralizzato e attonito, costretto a retromarce sempre più penose dopo i suoi roboanti proclami. Nessun intervento serio: dalle pensioni, al mercato del lavoro, alla patrimoniale. Le misure economicamente e socialmente impegnative sono affidate a un futuro decreto e a un futuro disegno di legge. Nulla di più è stato possibile dopo l’ennesima prova d’impotenza di una maggioranza che ha vissuto la sua vigilia più drammatica, logorata da mille rivalità e dalla guerra dichiarata tra il premier e il suo ministro dell’Economia. Quel poco che aveva nella sua borsa, tra le tante pagine rimaste bianche, Berlusconi ha cercato di venderselo nel modo migliore. Ha assicurato che tutto quanto è contenuto nel maxiemendamento sarà legge, tra 15 giorni, grazie al voto di fiducia che chiederà al Parlamento. Ma il colloquio con Sarkozy e la Merkel, per uno come lui, deve essere stato un calvario. Bruxelles non fa sconti né dilazioni.

I partner europei, con la Merkel in testa, ci avevano fatto due precise richieste: predisporre misure serie e anche sostenute da una consistente forza parlamentare. Ma è pressochè impossibile onorare queste condizioni. Sballotolato da una parte all’altra, soggetto al condizionamento della Lega, sintetizzato nel dito medio e nelle pernacchie di Bossi, Berlusconi non può certamente affrontare ora la strada delle “modernizzazioni”, invano promessa in tutti questi anni. È condannato alla paralisi. Sta cadendo anche quelle che era stata la sua trincea: i numeri in Parlamento. Fin qui, benché privo di una maggioranza politica, aveva potuto esibire una maggioranza numerica. Però, se il gruppetto di dissidenti, che ha invocato un “passo indietro” da parte del presidente del Consiglio, dovesse cominciare a fare sul serio, il voto di fiducia non potrebbe più evitargli la disfatta. Come accade quando crolla un regime, la tentazione della fuga è sempre più forte. Vacillano i pasdaran. Anche qualche “falco”, che prometteva eterna fedeltà, sta abbandonando il capo. Il Cavaliere ha sempre avuto, dalla sua parte, soldi e potere. Ma ora non ha più nulla da promettere: i posti di sottogoverno sono esauriti, neppure un posto in lista può essere garantito.

I vicini impegni parlamentari sono da brivido. All’inizio della settimana prossima, torna in aula il Rendiconto dello Stato che a Montecitorio è stato già bocciato una volta. Va in discussione al Senato il maxiemendamento alla legge di stabilità, nel quale sono state inserite le misure illustrate a Cannes. A Palazzo Madama non si prevedono sorprese. Ma tutt’altra cosa sarà quando il provvedimento approderà alla Camera. Berlusconi vuole usare le misure anti-crisi come grimaldello per aprirsi un varco nell’opposizione: se qualcuno vorrà sfiduciarmi – è il suo ragionamento – dovrà avere il coraggio di farlo sulle misure che la comunità internazionale ci chiede. Qui, il Cavaliere, gioca la sua partita per la sopravvivenza. L’idea di poter arrivare fino al 2013 l’ha abbandonata da tempo. L’obiettivo è più limitato: arrivare comunque a Natale, e giocare la carta delle elezioni anticipate all’inizio del nuovo anno, con il centrodestra che resta a gestirle da Palazzo Chigi. Il suo incubo è che qualcun altro riesca, invece, a portare il Paese alla naturale scadenza della legislatura. In altri termini, che nasca un “governo del Presidente”, in grado di superare l’emergenza e di andare poi alle urne con una diversa legge elettorale. Un governo per l’Europa, con una maggioranza affidabile, guidato da una personalità credibile e ben conosciuta sullo scenario internazionale. È la possibilità che Napolitano ha valutato, nelle sue consultazioni informali. L’opposizione si è dichiarata disponibile. Ma restano molte incognite. L’impresa non è certo a portata di mano.

Nella nota del Quirinale, diffusa al termine delle consultazioni, c’è il grande impegno del capo dello Stato per rassicurare i mercati e i nostri partner europei. Ma Napolitano non può nascondersi quanto grossi siano gli ostacoli da rimuovere per uscire davvero dal tunnel. “I prossimi sviluppi dell’attività parlamentare – dice il Presidente – mi consentiranno di valutare l’effettiva evoluzione del quadro politico-istituzionale”. La partita, in effetti,si giocherà in tempi brevi. Con i prossimi voti, l’incidente parlamentare è possibile a ogni passo. Tuttavia, il Pdl ostenta sicurezza. E comunque, assieme alla Lega, dichiara che qualora Berlusconi dovesse cadere, l’unica strada sarebbe quella delle urne. Siamo all’ultimo atto. Con un premier che fa intorno a sé terra bruciata. E continua a giocare con il futuro del Paese.

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